QUELLA PRECISA VOLTA DELLE TANTE IN CUI NON SE N’E’ FATTO NIENTE

L’andata in treno sarebbe durata sulle cinque ore, una somma dispendiosa di regionali.

Il giorno prima della partenza c’eravamo trovati in un bar sulle mura della città. Un locale di tendenza dove poter discutere della nostra imminente vacanza alla moda. Avevamo preparato il programma, nel quale erano previste nottate in discoteca, e pomeriggi in spiaggia, e aperitivi diluiti nell’eterno tramonto. Ma soprattutto: le scopate. “Quanto scoperemo, raga!” diceva Ale, il general manager del gruppo se il gruppo fosse stato un’azienda multinazionale. Lo diceva chinandosi leggermente in avanti, e con un tono di voce quasi sussurrato, come ad aggiungere qualcosa di prezioso al già oggettivo valore della previsione. Annuivamo convinti, tutti. E ci guardavamo attorno, gettavamo occhiate fiere ai coetanei diciassettenni negli altri tavoli. Di lì a poco, noi avremmo scopato…E voi? era come se chiedessero i nostri sorrisi affilati e sornioni.

Eravamo in sette e avevamo prenotato due appartamenti, uno dirimpetto all’altro. Erano al primo piano di un residence che contava un altro paio di abitazioni, vuote durante il nostro soggiorno. Una fortuna: ci sentivamo padroni dello spazio e potevamo portare liberamente le migliaia di migliaia di ragazze che volevano passare le notti sotto le nostre lenzuola. “Scoperemo sempre! Giorno e notte!” diceva Ale, tenendo alto il pugno come un centurione davanti ai suoi legionari. La prima sera il programma recitava: Carnaby, discoteca per turiste tedesche arrappate. Così almeno la nostra guida, il cugino dello stesso Ale, aveva descritto la sua esperienza. Ci mettemmo in ghingheri, dedicammo un’attenzione maniacale ai ciuffi di capelli e all’abbinamento dei pantaloni e delle camicie. “Siamo pronti?” chiese Ale, con una carica leonina. “Sìììììì” rispondemmo tonici. Ci avviammo in autobus, mezzo non proprio leonino, ma poco importava: una volta dentro la discoteca avrebbe contato solo la carica erotica, e noi, modestamente, ne eravamo pieni fino alle punte ben sistemate dei capelli.

La discoteca aveva un piano bar classico e una piccola pista da ballo con dei cubi sul fondo, dove alcune ragazze si muovevano timidamente seguendo il ritmo della canzone, una hit estiva tutta bassi e ritornelli. Le luci erano blu e passavano come fanali di una macchina da una parete all’altra. Cominciammo a muovere i fianchi anche noi. Forse a ritmo, forse no. Cercavamo con gli occhi un segnale, un Ciao, perché non vieni qui? ma sembrava che le turiste tedesche fossero più interessate alla musica. Ad un certo punto Ale mi tirò per la camicia, con il dito puntò una ragazza in mezzo alla folla, sussurrò: “Quella ti sta guardando”. Io cercai di capire chi intendesse, perché nessuna stava davvero guardando me. Voglio dire, al massimo qualche ragazza stava guardando la folla nella mia direzione: avevano gli occhi e da qualche parte dovevano pur puntarli. Ale mi diede una spinta, “Vai, è tutta tua!”. Io mi avvicinai ad una coppia di ragazze, entrambe con i capelli lisci e i vestiti aderenti appena oltre la coscia. Cercai di muovere il bacino e sorridere insieme, e loro si allontanarono. Mi rivolsi ad Ale, feci no con la testa. Lui rispose al mio no con un suo no.

Tutti provarono ad avvicinarsi, a legarsi ai balli sempre meno timidi e sempre più sfrenati delle ragazze, ma il risultato fu identico: un allontanamento silenzioso carico di rifiuto. Finimmo la serata perplessi. Seduti su un muretto a mangiare una piadina comprata dal paninaro, guardavamo il mare, la spiaggia vuota. La nostra carica erotica scemata nella fame notturna. “Io non ho visto tutte queste arrapate comunque” disse Francesco. Annuimmo mentre masticavamo. “Andrà meglio domani. Ve lo garantisco” disse Ale. “Cosa c’è in programma?”. “La Baia Imperiale, covo libidinoso pieno di antri appartati.”. “Se gli antri appartati sono come le ragazze arrapate finiamo in una prateria” continuò Francesco. “No, no…”, Ale scese dal muretto e si strofinò le mani su di un fazzoletto, “…Mio cugino non sbaglia due volte”.

Il cugino di Ale sbagliò quattro volte: non si capiva se il problema fosse suo, o nostro. In ogni caso, la cosa ci buttò giù di morale. La quinta sera decidemmo di passarla tranquilli a bere tra i bar e a fumare un paio di canne. Non avevamo con noi l’ingrediente base per le canne, quindi decidemmo di dedicare il pomeriggio alla sua ricerca. In spiaggia -erano le sei-sette e il sole donava una luce arancione e delicata- trovammo i vu cumprà in pausa. Uno di loro, un nero con i rasta raccolti e un vestito bianco ricamato, teneva in mano un cannone gigantesco e fumante. Chiedemmo se gli avanzasse qualche pezzettino di hashish da venderci. Lui confabulò con gli altri. Risero, qualcuno urlò in un francese dal tono autoritario. Alla fine del concilio, il nero con il cannone, il cui odore si mischiava ben bene alla salsedine, ci chiese se volessimo giocare una partita a calcio. In caso di vittoria nostra, c’avrebbe regalato il pezzettino di hashish; in caso di vittoria loro, gli avremmo lasciato le birre che ci eravamo portati dietro negli zaini. La partita, una marea di goal più o meno discutibili date le ciabatte come pali poco definiti, finì in parità, quindi loro ci vendettero il pezzo di fumo ad un prezzo scontato, e noi demmo a loro tre birre da dividersi. Passammo la sera a bere, fumare, e chiederci dove fossero finite le migliaia e migliaia di ragazze con cui dovevamo divertirci.

Il penultimo giorno, sempre in spiaggia, conoscemmo tre di quelle migliaia di ragazze fisse come sogni nelle nostre menti. Ale riuscì ad agganciarle con una battuta. Loro si divertirono e continuarono a divertirsi, e quindi restarono con noi fino a cena. Andammo a mangiare in un posto al limitare di un molo roccioso. Era una sorta di pub, tutto legno e hamburger, e aveva una grande pista da ballo, dove, ad un certo punto, la clientela si riversò in preda agli effetti simpatici della birra e dei cocktail. Io, Gabri e Ale riuscimmo a conquistare le tre ragazze, forse anche grazie agli effetti simpatici dei cocktail, e ognuno di noi si appartò tra le rocce del molo, baciando e strofinandosi a più non posso con la controparte femminile. Prima di salutarci, le ragazze, con gli occhi lucidi e i sorrisi imbambolati di piacere da sondare, ci invitarono il giorno dopo a casa loro: quella sera non potevano per questioni legate ai genitori. Ci guardammo: il giorno dopo avevamo il treno del ritorno, maledizione!

Il mattino fu teso, l’atmosfera quella di decisioni importanti e definitive. Mentre gli altri quattro amici erano già con le valigie pronte, noi discutemmo sul da farsi. Una delle ragazze aveva scritto ad Ale che ci stavano aspettando. Che non vedevano l’ora. E noi? Vedevamo l’ora?

“Certo, lasciare che gli altri tornino da soli è proprio antipatico” disse Gabri. “Decisamente antipatico” aggiunsi io. “…E il treno…Vuol dire spendere soldi in più per un altro biglietto!” fece notare Ale. “Decisamente costoso” disse Gabri. “Troppo costoso” feci eco io. Rimuginammo un po’. “Possiamo sempre scopare un’altra volta, no?” evidenziò Ale. “Questo è sicuro” disse Gabri. “Chissà quante volte ancora ci capita!” commentai io. Annuimmo. Rimuginammo qualche secondo, ma con meno insicurezze. “Allora deciso?”. “Sì, deciso”. Ale scrisse alle ragazze un lungo messaggio di addio e auguri. Tornammo, tutti uniti e insieme, a casa.

Qualcuno ci chiese com’era andata la vacanza, quante conquiste e quante nottate calde avevamo passato. Noi cercavamo di sorvolare con un sorriso tirato. Cercavamo di cambiare argomento, di portare la discussione su eventi più congeniali alla nostra autenticità. Quali?

“Stavamo giocando questa partita in spiaggia con i vu cumprà, c’era pure un premio in palio. Eravamo 11 a 12 per loro…”