ESERCIZI DI STILE, UNA CHIAMATA

In mattinata aveva fatto un giro in centro. Non aveva dimenticato niente, la fase minuziosa di controllo lo aveva accertato: il pane e le melanzane e le zucchine erano state ben sistemate nel freezer e in frigorifero; in farmacia aveva preso le due confezioni di pastiglie, quelle per la pressione e quelle per la gastrite; infine, era passata al mercato cittadino per il foulard da regalare alla figlia e un set di ceramiche per sé che aveva adocchiato la settimana prima, quando la pensione non era stata ancora ricaricata. Nina sedeva sulla poltroncina in salotto, la seduta comoda foderata e lo schienale ben dritto dalla definizione medica o epica di ortopedico. Si sfregava le mani, quasi che, oltre al gesto, fosse il rumore a tenerle compagnia. I capelli erano stati sistemati poco prima di uscire, sempre quella mattina, ma ora, grazie alle scorribande lente delle compere, il taglio aveva preso un aspetto selvaggio, come di foresta incendiata, e il colore, un biondo spento rinvigorito dalla tinta, aiutava nella conferma della similitudine. La casa aveva un tono familiare sbiadito; oltre la poltroncina, lungo la parete, si stendevano le foto di vite passate, tanto erano lontane che sembravano non poter appartenere alla stessa vita presente di Nina. Volti immortalati legati dal sangue ma slegati dal tempo e dallo spazio, in quella solitudine gelida dove anche il sangue congela. Il marito, pace all’anima sua, che la bacia al ritrovo di compagnia quando avevano entrambi sui settant’anni. La cornice era argentea, curva e ritmica quasi a rispecchiare un’onda imbalsamata, e il volto di lui in un’estasi che Nina riviveva attraverso una fitta nebbia di sensazioni. La foto di sua figlia alla soglia dei cinque anni, sul prato, seduta, con un sorriso da esploratrice, una pala di plastica nella mano destra che erge come una regina navigata, e in testa un cappellino da pescatore, il frontino lungo tutto il perimetro illuminato dai raggi del sole in chiara sostituzione della corona. Sono momenti impressi, scelti dal caso di un’impennata d’affetto o d’intuito. Nina sospirò, si diede un’occhiata attraverso lo specchio nero e spento del televisore. La casa aveva l’odore del suo bucato, ma come ritrovato sotto strati di progresso a mo’ di fossile, e anche la sua immagine, un’ombra chiara spiata ad occhi socchiusi, aveva i tratti calcificati. Mosse le labbra, più un tremito, e sospinse il braccio fino al comodino di legno. Sopra, un telefono cordless dai toni, secondo Nina, futuristici. C’erano una quantità di lucine e di tasti che ricordavano le finestre delle case nelle notti delle grandi città. Nina arpionò la cornetta, uno dei pochi gesti sicuri della giornata, la quiete prima della tempesta d’indecisione…Chi chiamare? Aveva sentito sua figlia due giorni prima. Lontana, fiera donna e madre in carriera, si divideva tra i mille impegni di un motore in azione. Si vedevano giusto a Natale, e si scambiavano cortesi bollettini di imprevisti ogni due settimane. Nina non avrebbe potuto o voluto disturbarla nuovamente, convinta che sua figlia non volesse o non potesse essere disturbata ancora. Rimase a fissare la cornetta, l’immagine di un girasole sullo sfondo in miniatura, i tasti illuminati, come a reclamare una sua azione: il possibile e luminoso amico aveva un’insistenza silente da nemico. Gli occhi, in un gesto al limite del difensivo, spostarono l’attenzione sul comodino, dove, di fianco alla base del cordless, posati in una confusione quasi ricercata, volantini di vari eventi o di sicuri spacci di consumo cercavano l’attenzione spasmodica stampata sui caratteri obliqui e colorati, aspiranti candidati alla terza dimensione. Le dita tremanti sfiorarono la carta patinata, solcarono i diversi gradini della carta, si strinsero e sollevarono, come se il volantino fosse un’incudine e un fiore, la pubblicità di un festival di cinema all’aperto, un’iniziativa cittadina gonfia di successo e di anni e anni di tentativi ed evoluzioni, perlopiù andati a buon fine. Nina girò il cartoncino, in fondo trovò il numero, e quello, quasi avesse una vita propria, fatto a dir poco strambo per un numero, erse le sue finte ed immaginarie braccia, che si tesero e arpionarono gli estremi insicuri delle labbra di Nina, e la fecero sorridere. La solitudine svanì, prima di tutto, avvelenata dall’idea. Tornò a fissare il telefono, di nuovo il volantino. La procedura di registrazione del numero nella mente, per quei secondi necessari a tramutarlo, tramite pressione del dito, in visione nera sullo schermo, richiedeva a Nina una concentrazione particolare, un’intensità non adatta all’età. Non sembrò demordere, oh non voleva proprio demordere, e, tesa, determinata, vincitrice, fissò il numero in tutta la sua distensione. Premette il tasto della chiamata con una gioia che le avrebbe ricordato, se mai si fosse persa per qualche secondo nei ricordi delle sensazioni di una vita, delle sere prima delle gite a scuola. Un ritorno epocale all’infanzia, tanto era la purezza del suo cuore battente, dell’emozione su uno scivolo rovesciato in un mondo dove la forza di gravità era stata trasformata in forza di levità. “Pronto?” sussurrò timida, sentendo uno strano rumore, un click su cui si era poggiato con discrezione un clock. “Pronto, qui è…”, seguì il nome dell’associazione e dell’evento, e la voce, un torbido pozzo di professionalità e noia, domandò quale fosse il motivo –sempre la voce sembrava sottendere che il motivo fosse in ogni caso malsano- della chiamata. Nina lasciò navigare l’immaginazione sui solchi dell’udito, doveva essere una ragazza, una ragazza giovane, una ragazza giovane e sveglia, una ragazza giovane e sveglia e castano chiara. I capelli lisci, e il viso di solito allegro ora avrebbe avuto una smorfia di sofferenza, come se l’allegria avesse un po’ di raffreddore. Sulla scrivania –s’immaginò sempre Nina, vagando con lo sguardo per quell’attimo così pieno da sembrare instabile per le proprietà di un attimo- teneva un quaderno scarabocchiato di cuori e palloncini, e, quando il nervosismo armava il suo arsenale, di spesse linee ricalcate tra loro. Aveva anche un libro sì, d’amore e di lacrime. I respiri s’intesero sulla loro sparizione con un sibilo di lingua. “Salve signorina”, esordì Nina, mettendosi una mano sulla coscia ben coperta da una gonna beige in fresco lana. Un gesto d’intimo imbarazzo ma che mirava, con crescente tenacia, al suo superamento. “Volevo sapere…se ha tempo, sa…perché non voglio farle perdere tempo…sa, sono vecchia e non capisco molto…”. Nina trasmise la risata pacata, una sorta di zoppo in camminata, come si trasmettono gli abbracci. Con la speranza di non esser rifiutati, con l’incertezza di un nonnulla in cambio. La voce all’altro capo rispose all’abbraccio, si addolcì quasi a sgonfiarsi di ogni segno di tensione. Quasi. Nina chiese tante informazioni quanto la recita imbastita potesse reggere le crepe contagiose della realtà. Non avrebbe visto nessun film, e a nessuna ora, e neanche avrebbe speso dei soldi, non importa quanti ne venissero richiesti. E non avrebbe –mai e poi mai- richiesto una maschera per aiutarla nel percorso che andava dalla biglietteria al posto riservatole. Ma che importanza aveva? Parlava! Parlava con una persona del mondo! Il mondo che cambiava e che non capiva e che non avrebbe mai più capito, ma che sarebbe rimasto il suo mondo, quello su cui i suoi piedi, prima piccoli e grinzosi, e poi lunghi e lisci, e dopo lunghi e affaticati, e quindi rattrappiti e affaticati, e adesso di nuovo piccoli e grinzosi, avevano solcato le terre degli avvenimenti che l’avevano vista protagonista. Quando Nina mise giù la chiamata, l’allegria le fece di nuovo visita in quella giornata. Il viso sorridente tendeva ad un altopiano cartografato, e gli occhi, appena schiusi, reclamavano un luccichio mai sepolto, solo addormentato. Le orecchie, ancora loro, sussurravano come se fossero labbra: “Ancora un po’ di mondo! Ancora un po’ di mondo!”. E Nina, il braccio diventato un arpione d’esperienza, pescò un altro volantino, con in fondo, steso in caratteri amichevoli, un altro numero di telefono.