
1.
Durante le serate primaverili, quelle caratterizzate da un allegro venticello profumato di allergia, i miei si ritrovavano in cucina a decidere dove prenotare le vacanze estive. La decisione era collegata alle entrate e alle spese dei mesi successivi, quindi ci mettevano davvero poco a calcolare il budget risicato. La scelta ricadeva sempre sulla casa di montagna del nonno materno a Milies.
Il paesino in questione, Milies, era un buco. Quando mio nonno aveva comprato la casa c’erano dei grandi progetti di espansione, con piste di sci e alberghi e strutture sportive, ma era successo che non se ne era fatto più niente. Niente di niente, proprio. No piste, no alberghi, no strutture sportive. Una distesa ondulata di boschi e qualche casa. Due bar. “Ma cosa andiamo a fare a Milies!!” protestavo io, bambino dal bisogno continuo di far qualcosa, e mia madre rispondeva candida: “Andiamo a rilassarci!”.
2.
Nel fortunato susseguirsi dei Natali, io e mio fratello avevamo ricevuto le versioni aggiornate delle Playstation: se non altro bastava caricare in macchina la più recente e qualche videogioco, in modo tale da garantirmi e garantirci -mio fratello era molto più legato di me alle avventure di Crash e Snake e dei soldati di Medal of Honor- un passatempo in mezzo alla noiosissima scenografia verde bottiglia della montagna. Il viaggio durava sull’ora e mezza e, quando dalla pianura si passava ai tornanti secchi della salita, a me veniva puntualmente da vomitare. La soluzione per mio padre era quella di cantare tutti insieme Quel mazzolin di fiori che vien dalla montagna, ma credo la usasse come scusa perché aveva semplicemente una gran voglia di cantarla: io alla fine vomitavo sempre.
Superavamo il centro del paese, e, dopo un paio di chilometri tutti curve, parcheggiavamo la macchina su un piccolo spiazzo verde ombreggiato da un grande albero a foglie larghe. Un tiglio, forse. Appena scendevo, la sensazione d’aria pulita mi riempiva i polmoni ed era come se liberasse lo stomaco da qualsiasi guazzabuglio o fatica. Io, mio fratello e mia sorella correvamo verso la casa per salutare il nonno e la nonna. Mia sorella è la più piccola dei tre, e più urlava Aspettatemi stronzi, aspettatemi! (abbiamo avuto sempre un buon rapporto con le parolacce) più noi correvamo veloci bruciandola sulla discesa di sassolini che conduceva direttamente al giardino e alla veranda, dove il nonno alzava la mano in segno di saluto e rideva. Il suono della risata era forte, rimbombava tra le pareti dei monti distanti nei quali era incuneata la stessa Milies. Salutavamo anche nonna; lei aveva una malattia degenerativa e per molti anni non è riuscita a fare grandi movimenti, ma si capiva dagli occhi che era felice: quando arrivavamo aveva sempre una patina lucida. Insomma, o era molto felice, o era molto triste. O era entrambi. In ogni caso, mugugnava come se avesse da dirci tante cose e noi eravamo ben felici di far finta di capire e di dire “Sì, nonna, sì!”.
La casa aveva il classico odore fresco di cantina. Io e mio fratello ci fiondavamo a controllare la nostra camera. Stretta, aveva un letto singolo e un armadio che lo sormontava. Il mio letto si sfilava da sotto il letto singolo. Appeso alla parete, di fronte al mio cuscino, il quadro di un pagliaccio con una tromba crepata e il sorriso del demonio. Ora, all’epoca mia mamma e mio nonno non conoscevano la storia di It, ma non credo fosse necessario per comprendere quanto un’immagine del genere potesse generare, in bambini particolarmente sensibili come il sottoscritto, difficoltà in fase di addormentamento. Nonostante questo, nessuno si è mai premurato di spostare il quadro. Semplicemente, durante i pranzi e le cene delle vacanze, dopo aver parlato dei miei abbondanti rigurgiti da viaggio in macchina, si passava a deridere me e il mio arcinemico con la tromba rotta in camera.
3.
Montata la playstation alla piccola televisione, un immortale cubo anni ’80, mio fratello cominciava a giocare e, se di solito aveva il tempo di incappare in una sfida d’alto livello, durante la quale sbatteva ripetutamente il joystick contro qualsiasi oggetto duro ci fosse nel raggio di un paio di metri, a Milies riusciva a sconfiggere al massimo qualche mostriciattolo, perché nonno veniva a reclamare il diritto di visione di Beautiful, o di una gara di bici, o di Don Matteo. Diciamo che la postazione davanti alla televisione era affollata, e serviva stilare un calendario delle prenotazioni.
Intanto i miei, alle prese per tutto l’anno con il lavoro e l’ardua educazione di tre figli, dopo aver disfatto le loro valigia e quelle dei suddetti figli, cominciavano a distendersi ovunque fosse possibile. Nel letto, nel divano del terrazzo, sulla panchina in giardino, sul prato incolto appena fuori dalla casa. Ogni tanto cucinavano, ogni tanto ridevano, ma la loro principale attività era stare distesi. Mio padre, i cui cappelli lunghi fino alle spalle ricordavano quelli di un fricchettone di Los Angeles, si infilava pure una spiga di grano in bocca raccolta dal prato, e se la teneva tra le labbra per buona parte della giornata. Non so, credo lo facesse sentire un gran figo.
Mia sorella prendeva a divertirsi con le cose più semplici che il mondo le offriva. Con una paletta di plastica gialla scavava delle buche, e dopo chiedeva quale delle buche scavate fosse la più bella. Io avevo sempre difficoltà a rispondere, non ero un esperto in estetica delle buche, e quando indicavo la scelta, puntualmente mia sorella, forse la massima esperta in estetica delle buche del pianeta, emetteva un lamento degno di un animale degli abissi, per poi evidenziare la buca meglio riuscita della giornata: quella che non sceglievo mai.
Io, proprio per la mancanza di grossi stimoli, vincevo la pigrizia e mettevo su carta le storie che mi passavano per la testa. Erano avventure di pirati e cowboy che si incontravano per sbaglio in un porto, e -so che non si sarebbe mai detto- che si innamoravano di un’indiana prigioniera di qualche cattivo, e che la volevano (sentimentalmente) conquistare, e liberare, e far ridere con qualche battuta da cialtrone. Finito di buttare giù la storia in un misto di prosa e disegni, scritturavo mio fratello e mia sorella per le parti maschili e femminili. Mia sorella diceva sempre che le storie erano bellissime, ma non mi fidavo troppo: era pur sempre un’esperta in estetica delle buche.
4.
Organizzavamo delle prove e, testata la possibilità della messa in scena, davamo a tutti, nonno e nonna, mamma e papà, appuntamento dopo cena, alle 21.00 circa -se nonno non aveva qualche telenovela da vedere- per la prima. Intanto, per far distendere i nervi agli attori, specialmente a mio fratello che aveva sfidato la resistenza del joystick della Play dopo un paio di missioni fallimentari a Metal Gear Solid, consigliavo a mio padre di portarci giù in paese a comprarci un gelato.
Durante la passeggiata, il bosco emanava i suoi odori di natura incolta. Io e mio fratello cercavamo di raccogliere qualche ramo per far finta di sfidarci alle spade, sfruttando la placida calma di nostro padre e nostra madre, che sembravano essere tornati ragazzini e non curarsi di accidentali infilzate in cui saremmo potuti incappare. Mia sorella, intanto, studiava le buche costruite come tane dalle sue acerrime rivali, le marmotte. Al bar di paese, noi figli ci accalcavamo davanti al frigo dei gelati, ad ammirare il cartellone con le scelte ben riprodotte. I gelati più buoni, quelli pieni di cioccolato o di nocciole, quelli più grandi e più costosi, avevano sempre una bella x sopra disegnata con l’indelebile nero. Erano sempre finiti. Quando chiedevamo al barista -il vecchio Michele, che doveva essere nato così, con il grembiule e i baffi e la pelata sopra i capelli lunghi ai lati- se sarebbero mai arrivati, lui rispondeva che i rifornimenti con i nuovi gelati erano in programma la prossima settimana. E ci rispondeva così, ogni settimana. Ci indicava quindi cosa gli era rimasto: i ghiaccioli e i ricoperti, la tipologia preferita da nostro padre. Allora io chiedevo un ghiacciolo alla menta, ma Michele faceva no con la testa. Il ghiacciolo alla menta era finito: gli era rimasto arancia, limone e fragola. Un po’ triste, mi accontentavo del ghiacciolo all’arancia. Mio fratello seguiva la scelta, mia sorella si buttava sulla fragola, e mamma e papà sui ricoperti. Ciucciando ognuno il suo intruglio raffreddato e zuccherato, ripercorrevamo la strada, questa volta in salita, mentre il sole spariva davanti a noi, dietro la linea ondulata dei monti.
La cena era abbondante, e le risate rimbalzavano come il vino sui bicchieri. Quando iniziava la recita, gli spettatori erano già brilli, il che da un lato era un bene, perché applaudivano ogni tre per due, e da un lato un male, perché ridevano in momenti in cui non c’era proprio niente da ridere. Ovviamente il regista-sceneggiatore-primoattore-scenografo-costumista, il sottoscritto per intenderci, un po’ ci rimaneva male. L’unica a rimanere attenta, sempre con quegli occhi tristi e felici insieme – forse tristi per la sua condizione ma felice per la vita attorno a lei- era la nonna. Durante gli inchini di ringraziamento, gli applausi erano scrocianti, e mentre io e mia sorella ci contendevamo le luci della ribalta, mio fratello aveva di nuovo puntato il joystick: o il superamento del livello o la tua testa, diceva la sua espressione guerrigliera.
5.
Riusciva sempre a superare il livello prima di andare a letto. Nella tarda sera, un momento pregno d’ispirazione, riusciva a dare il meglio di sé. Dopo averlo assistito, ci dirigevamo come compagni di squadra in camera da letto, dove provavamo a prendere sonno. Lui ci metteva giusto un paio di minuti. Io lottavo contro il pagliaccio, che mi fissava con i suoi occhi stralunati e la tromba deturpata. Cercavo di farmi distrarre dal suono lontano dei grilli, o dalle chiacchiere allegre dei miei nell’altra camera, o ancora del russare costante del nonno oltre il muro. Cercavo di distrarmi fino a che il pagliaccio diventava parte di una storia in cui rapiva -so che non si sarebbe mai detto- la più bella bambina mai vista in vita mia, e allora io partivo al loro inseguimento. Dovevo salvare lei e sconfiggere il pagliaccio, che viveva nella zona d’ombra di uno dei monti attorno a Milies. Allora la paura scemava, e io, partendo per la mia nuova avventura, mi addormentavo come un bambino, il bambino che sono tuttora.
