SUL DOLORE FISICO

Ho un fotogramma indelebile fissato nella mente. Sette anni, forse poco più; sono disteso nel letto dei miei genitori, è notte fonda e non riesco a dormire. Sono caldo, bollente, praticamente fumo dalla pelle coperta di macchie purulente; si susseguono strane forme, ombre sulla parete o solo nella mia immaginazione disturbata. Ero preda della varicella e mia mamma andò avanti anni a parlare dei miei deliri di quel paio di giorni, in cui la febbre toccò i 40 gradi.

Credo sia la primissima forma di ricordo del dolore rimastami dall’infanzia, a cui segue – l’evento avvenuto un paio di anni dopo- quello più nitido della rottura della clavicola.

Ora di ginnastica, la palestra era un buco seminterrato con almeno una buona luce proveniente dalla lunga fila di porta-finestre. Giocavamo ad una specie di palla avvelenata a coppie, o solo a passarci la palla seguendo regole strane sui rimbalzi permessi o forzati, per allenare…chissà? I riflessi, forse. La palla di spugna blu passata dal mio compagno mi venne incontro improvvisando una parabola ampia ed arcuata, io mi tuffai all’indietro convinto che la prodezza potesse generare sorpresa e ammirazione nei miei compagni, anche se i miei compagni erano distratti dai loro lanci, dalle loro prese.

Mentre ero disteso -la palla stretta al petto- il mio compagno di classe -modificherò i nomi per rispetto della privacy- Giulio Pupi Ferron fece qualche passo indietro per arpionare il suo passaggio, e passo dopo passo, si ritrovò a pestare con il piede destro la mia clavicola sinistra, che rilasciò un suono come di sacchetto di pane grattato. Un secondo, un urlo di dolore. Si fermarono tutti, la maestra in allarme: ed ero già sotto il lavello a bagnare la zona incriminata. “Ti fa tanto male?”. Non sembrava, a tenere la spalla ferma, ma quando iniziavo a ruotare il braccio per controllare le funzionalità, ad una certa altezza, quando il braccio si rialzava di qualche grado dal busto, sentivo una scarica elettrica nascere e morire e lasciarmi stremato. Ci riprovavo e la scarica ritornava. Le lacrime, prima di paura, erano diventate di dolore.

Dovetti mettere un tutore, niente di permanente e rigido come il gesso. La fortuna volle che da lì non mi ruppi più alcun osso. Il dolore, in ogni caso, traslocò e si manifestò nella forma subdola di mal di gola. L’unico giorno della mia vita, in cui, a causa di un’eccessiva sofferenza, non ho mangiato niente, è caduto d’aprile; non ricordo il nome del batterio responsabile del morbo, solo la necessità di un doppio antibiotico per la sua dipartita. Mi sembrava di avere un incendio permanente tra il mento e il torace; provai -un ricordo nitido come il sole di quella giornata- a bere un po’ di succo alla pesca e ogni sorso era benzina sulle fiamme. Chiesi a mia madre se potesse mettermi dei cubetti di ghiaccio, la speranza nel tipico sollievo del freddo, nella sua idealizzazione di fermezza e morte di qualsiasi essere, compresi i batteri. Non funzionò, il freddo si unì alle fiamme e divenne un ago pronto ad infilzarmi le carni incandescenti.  

Passata la pubertà – in mezzo una pausa in cui i dolori cominciarono ad essere più ormonali, sentimentali, sociali- arrivò il mio Everest del dolore fisico. Dalla gola, la funzione di ingurgitare cibo, le fiamme passarono alla zona dove il cibo lo si espelle: emorroidi, sviluppatesi in prima battuta da una timida (neanche tanto) ragade. Fin troppo giovane per badare a diete e regimi alimentari, credevo nel magico potere dei medicinali, quindi spalmavo pomate mangiando nel frattempo ciò che mi pareva; non evitavo nemmeno gli alcolici, e fumavo quanto ritenevo necessario (davvero tanto). Fino a che, dopo anni di consulenze dal medico di base, lui optò per l’operazione. Cercò di spiegarmi per filo e per segno, con annesse simulazioni, le procedure e l’obiettivo ma io non riuscivo a visualizzare altro della mera azione di tagliuzzarmi l’ano. La verità era che, dato il continuo andirivieni mai troppo doloroso della malattia, avevo paura di essere succube di un male più subdolamente aggressivo (maledetta ipocondria), rasserenandomi alla prospettiva di un approccio radicale.  

Il giorno prima dell’operazione ero leggermente agitato, nutrivo però la speranza di passarla liscia senza farmi notti in ospedale: speranza che rivelò tutta la mia portentosa ingenuità. Mi ritrovai, dopo un’attesa di qualche ora in una stanza di lettini con altri cinque uomini piuttosto anzianotti, tutti con qualche difettuccio all’ano, nella zona delle operazioni. Ora: era la mia prima operazione in assoluto e devo dire che mi aspettavo un ambiente più carino. Non pretendevo certo i fiori, ma almeno la salda intimità delle pareti: a dividermi dagli altri pazienti, le mobili e leggere e tendenti al facile svolazzamento tende. E il buio dello stanzone interrato mi ricordava in qualche modo i film horror alla Non aprite quella porta, dove il sangue perso e gli squartamenti non garantivano grandi miglioramenti alla salute dei personaggi.

In tutto ciò trovo piuttosto coerente che, a seguire le vicissitudini dell’operazione, fosse l’infermiera più bella avessi mai incontrato in un ambiente sanitario. Accigliata, l’espressione delicata ma decisa, gli occhi profondi e meravigliosi, studiava fin troppo interessata il mio ano, considerato dal sottoscritto l’estasi della privacy corporea. Ci fu l’anestesia, poi il primo taglio, il fruscio assassino del bisturi. Lo sentii, un bruciore da mutilazione. “Ahi” urlai, trattenendomi appena, non volendo fare la figura del pappamolla davanti all’infermiera. Il chirurgo, di cui mi è rimasta un’immagine sfocata, mi chiese se mi avesse fatto male e io confermai. Allora fece un altro giro di anestesia, un’altra serie di punturine sul perimetro. Un’ape a zonzo in zone delicate.

Dal mio punto di vista l’operazione andò male. Ogni colpo inferto suonava alle mie orecchie come una lacerazione da motosega, a cui si unì una strana sensazione di totale assenza della zona sacrale. L’infermiera mi strinse più volte la mano per farmi forza, e ogni tanto controllava gli sviluppi tra le mie gambe divaricate. E io non sapevo se stessi morendo più per il disagio fisico o dalla vergogna. 

Ficcata una garza delle dimensioni di un lenzuolo ad accarezzarmi il colon, mi riportarono alla stanza dei lettini, dove, passato l’effetto dell’anestesia, cominciai a gemere dalle sofferenze. Mi tennero una notte, una delle notti più difficili della mia vita; senza remore né vergogna, chiamavo le infermiere ogni due ore e le pregavo di buttarmi in corpo il più potente antidolorifico avessero a disposizione.

Il giorno dopo tornai a casa. Disteso sul letto, nella camera condivisa con mio fratello -lui che leggeva un libro per l’università- cominciai a rantolare senza freni, lanciavo degli aaaaaaaa scanditi da respiri profondi. Mio fratello, dopo un quarto d’ora, mi chiese se dovesse chiamare qualcuno; dopo una mezz’ora si infilò le cuffiette, fissando al massimo il volume dell’iPod. Io continuai a lanciare i miei lamenti; vuoto nella testa, desideroso solo che le ferite si richiudessero il prima possibile. Non importava molto che il mio unico interlocutore avesse alzato bandiera bianca: prima o poi qualcun altro sarebbe passato per casa e mi avrebbe sentito. Avrebbe capito le dannazioni del travaglio post-operatorio da emorroidi, tramite il linguaggio perduto del verso animale, perché ero, in quel giorno, uno tra i più grandi madrelingue.

Passò. E la mia vita, inaspettatamente, migliorò. Riprese sui binari che viaggiano lontani lungo versanti di problemi più alti e concettuali. Il lavoro, i conseguenti desideri; gli amori e i disamori; come divertirsi e come impegnarsi.

Ci sono state altre dannazioni fisiche -una pulpite che mi fece vedere le stelle in una notte nuvolosa, un probabile sfilacciamento del legamento collaterale del ginocchio sinistro che, per una settimana abbondante, mi lasciò una sensazione di elastico troppo stretto ad ogni passo. Ma sarebbero ripetizioni, aggiunte di una -per fortuna corta- lista di accidenti a cui ho imparato anno dopo anno a trovare rimedio. Sperando di non incombere (e se la cosa non è permessa, di incomberci il più tardi possibile) in dolori permanenti, da debellare solo con una inevitabile rassegnazione ed imperiosa distrazione…Come si dice, no? Quando c’è la salute, c’è tutto. Forse queste mie milletrecentoequalcosa parole sono il modo per non scordarlo, per ricordare il motto con rispetto. Non relegarlo alla tipica scontatezza per almeno un paio di ore.