OSTERIA

All’orizzonte è un movimento accennato di luci e di voci. Mi guida; la vista il primo navigatore per le intenzioni. Metto a fuoco le immagini, gli odori accolgono i miei passi: entro nel regno del fritto e delle diverse manifestazioni dell’alcol. All’esterno, i tavoli sono ammassati, fratelli maggiori delle sedie; la pioggia rimanda la loro libertà all’indomani. Due uomini sulla quarantina abbondante -lo sforzo di rimanere giovani nello sguardo- fumano e sorreggono un calice di vino rosso sotto la tenda della prima vetrina. La seconda tenda, davanti alla seconda vetrina dove sono sistemate bottiglie polverose con etichette di un passato splendente, accoglie una ragazza in attesa, la sigaretta girata tra l’indice e il medio della mano sinistra, il cellulare su entrambe le mani, dove i messaggi le fanno fare due sospiri, poi un tiro lungo. La pioggia aumenta i giri, ricorda al mondo la sua esistenza. Appena prima della seconda tenda, apro di fretta la porticina, un non del tutto stabile pezzo di legno e vetro sottile che fa fatica a spalancarsi, forse per l’eccessiva densità della realtà appena oltre. Il brusco cambio di temperatura mi accarezza il viso, fa le fusa alle mie guance; chiudo abilmente l’ombrello, un paio di capannelli di avventori si dividono agli estremi del bancone di legno, in mezzo un oste spina della birra, un altro è in cassa, fa il conto ad un uomo brizzolato, il sorriso invaghito -ci scommetterei- di un bicchiere scolatosi poco prima; sui tavoli si gettano parole che hanno la stessa funzione degli assi pigliatutto; un braccio alzato al tavolo in fondo, tre persone, le conosco abbastanza bene, potrei definirle senza sapere il segno zodiacale, un mio movimento del mento, i passi seguono gli incerti “Permesso…” che sforno tra la timidezza e la serenità di essere arrivato. La musica è vecchia, una playlist scelta da qualcuno che se non sai chi sono i Jefferson Airplane ti considera un criminale. L’aria è umida, carica di lacrime per l’addio del fumo di sigarette.

Mi siedo e lascio andare un sincero, vero, favoloso sospiro di sollievo. Il tavolo sembra uscito da un incidente: il legno ha ematomi, rigonfiamenti, ma tutto sommato sembra ringraziare per essere ancora in vita. F mi chiede come va, R mi riassume il discorso, verte sulla brutale indecenza di lamentarsi dei pareri altrui, rispondo che va come al solito. Io domando loro lo stesso, mi danno la stessa risposta. G chiama un oste alzando il braccio come un naufrago in mare aperto. La parola “scusa” ne esce come fosse sottacqua, solo noi ne sentiamo l’eco esitante. In suo soccorso, generoso grazie alla tranquillità garantita dal bicchiere ancora pieno per tre quarti di aperitivo al Select, arriva R, che aumenta il tono della voce, si fa capo dei bassi per pochi secondi, eleva il suo doppio “scusa, scusa!” agli encomi dell’attenzione. “Prego, ditemi!”. Ordino, ordina G. Riprendiamo il discorso, cambia la canzone, si sente qualcuno a qualche altro tavolo dire “…ma guarda che lei lo sapeva, c’era scritto sul sito…”. Torniamo al nostro argomento, l’eccessivo riguardo dei pareri altrui, per poi passare ai canoni che separano chi è intelligente da chi non lo è tanto. Abbiamo una lunga lista di chi non lo è tanto, e potremmo perderci ore, giorni, settimane, analizzare i motivi e scovarne di ulteriori, ma purtroppo l’indomani abbiamo da lavorare, resistere alla tentazione di mostrarci per i mostri che siamo. Mostri in senso negativo, mostri in senso positivo.

Finisco il primo bicchiere ma, prima di averlo finito, ne ho già ordinato un secondo, che viene poggiato sul tavolo, ritirato il precedente in cui il ghiaccio scivola all’interno come un criceto sulla ruota. E lo scambio continua, bicchieri pieni per bicchieri vuoti, un altro ordine. “E patatine, grazie”. “Grazie a voi”. Una risata si alza dal tavolo al lato opposto -incassato sulla parete di mattoni arricchita da foto di ciclisti, una sciarpa distesa, un piatto lavorato- e altre risate si uniscono, seguono il filo logico delle battute. “Una casetta in campagna, o forse al mare”. G annuisce senza remore sul mare, non ha dubbi, se non avesse il conto in banca che non si schioda per mantenere una camera a Milano il cui costo in un anno risolverebbe la fame in qualche piccola nazione dimenticata dall’occhio scafato e perfido della stampa, affitterebbe -forse si comprerebbe, ma i sogni sono costosi da dichiarare- una casa al mare. “E la montagna?” chiede F. Io dico che è scomoda, troppi sali e scendi. “In che senso?” insiste F. Guardo gli altri scandalizzato, stiro le labbra, bevo un paio di sorsi ravvicinati. “Nel senso che è pieno di sali e scendi”. Alzo il palmo, lo tengo perpendicolare rispetto al mio busto, improvvisamente cambio l’inclinazione. Sali e scendi mimato. F finisce il suo bicchiere di birra. Mugugna prima di parlare. “Ma per arrivare? Quando sei lì, al massimo sali la pista di sci e poi scendi. Ma con gli sci”. R esprime il suo disgusto per gli sci muovendo il capo a destra e sinistra, le labbra gli vibrano. Sorrido, complice di R. “Ma che palle sciare”. La canzone ora è qualcosa che ricorda i Beatles, una riproposta in chiave moderna di una gloriosa vita passata. Ci alziamo per andare a fumare. Lo facciamo insieme, i giubbotti pregano per rimanere al caldo e tenere occupato il tavolo. Lamento dei cardini della porta, passetti veloci, siamo sotto la tenda libera a sinistra. R, l’ultimo dei veri fumatori, smercia i suoi averi da buon dipendente. L’odore si alza insieme ai diaframmi. Ci guardiamo attorno in silenzio. L’esistenza della pioggia ci ricorda la solitudine dietro l’angolo. Ci sentiamo protetti. “Com’era la mostra?” chiede F a G, architetto pentito, professionista convinto. Riprendiamo da dove non eravamo rimasti, consci che prima o poi ci ritorneremo.

Dentro, di nuovo seduti. Al banco un anziano, il naso di un gigante, i capelli più folti di G, inclina il braccio di novanta gradi, parla di qualcuno di poco simpatico rispettando il sacro concetto della soggettività. “Un altro?” chiedo. La catena della convinzione non è immediata, ma è salda. Vive di una strana contagiosità da non potrei e proprio per questo dico sì. L’orizzonte è poco interessante, siamo dentro le nostre voci, le nostre luci.