
I lampi dalla televisione illuminano i polpacci nudi e bianchi di Giulia, distesa tra Marco e Daniele, entrambi distratti dalla trama del film mentre pensano al corpo sodo di Giulia, al modo di posizionarselo addosso; entrambi distratti dal corpo sodo di Giulia mentre seguono le vicissitudini di un detective alla ricerca di un assassino di giovani donne tra i boschi di un ombroso stato americano. Le teste e le fantasie del trio sfiorano le gambe del divano, la sua stoffa tesa e biancastra, dove invece poggiano i piedi di Giulio -l’unico a riversare l’intero interesse nel film tra un sorso e l’altro di Coca Cola- e i calzini spessi, invernali nonostante la promessa di una primavera, di Martina, innamorata segretamente di Giulio e del suo modo insopportabile ai più di parlare delle cose che sa: un modo oltremodo saccente, a cui Martina ricorda la sicurezza della mascolinità, per cui il suo bacino prova piccole scariche elettriche d’eccitazione. La sua mano poggiata sui morbidi cuscini in tinta si muove verso quella libera dalla lattina di Giulio, quella poggiata anch’essa sul cuscino. Sogna, Martina, di sfiorargliela, e di strofinarsi su di lui, e di lasciargli toccare i punti delicati del suo corpo, e di farlo esplodere di piacere grazie alle sue premurose attenzioni, mentre Giulio, iniettandosi ogni cinque minuti bollicine impazzite di zucchero in bocca, si dice: “L’assassino è il camionista, sicuro”.
Non sa a quante sconfitte sta andando incontro.
Dalla finestra aperta, arrivano i mormorii dei grilli e le urla dei gatti in amore. Ormai è notte; il film lascia ai titoli di coda ringraziamenti mai troppo sentiti. “Figo, dai” dice Marco, alzandosi dal tappeto. Si sistema i jeans chiari, le sue gambe sono atletiche e il suo busto anche, e lo sa, e allora guarda la silhouette a onde graziose di Giulia, e le guarda il sorriso e pensa ad un nulla incendiario. Daniele ha sul viso un punto di domanda, legato ancora alla trama; lo lascia andare, il passato non deve scavallare l’immacolato presente. Si alza un po’ come un pagliaccio e, sempre camminando come un pagliaccio, si indirizza verso il tavolo tondo sulla sinistra. Raggruppa l’erba, il tabacco, le cartine e lancia una richiesta d’aiuto: “Chi fa il filtro?”. Il rituale è già iniziato.
Ognuno siede, fa dei lunghi tiri quando arriva il suo turno e parla dell’argomento gettato sul piatto dall’intellettuale Giulio. “Voi ragazze vi eccitate quando vedete il cazzo nei film porno?”. Giulia e Martina cacciano risolini e si danno pacche amichevoli, sembrano capirsi, poi dicono qualcosa sotto voce e ridono come un corteo di trombe, e allora Daniele chiede: “…Ma quindi?”. Altra risata. Daniele guarda Giulio e mima un gesto di perplessità con la mano. La risposta è e rimarrà tale, e tanti saluti alla chiarezza. Il mozzicone viene spento sul posacenere improvvisato, una bottiglia vuota di Fanta riempita con qualche linea d’acqua. Si passa alle birre e alla vodka e Lemon. Ora Daniele, messosi gli occhiali dalla montatura rettangolare sui capelli lunghi a mo’ di cerchietto, si accende una sigaretta; indica l’armadio, posizionato come un palazzo di periferia dietro il divano, e poi tossisce. Quando i bronchi si adeguano al veleno, domanda: “Lì cosa c’è?”.
Masse di vestiti stravaganti vengono tirate fuori e ammirate da occhi estasiati. “Sono vestiti vecchi dei miei” dice Marco, e prende un giubbotto di jeans con uno strano fiore rosso e argento ricamato sulla schiena. “…Vestiti di quando erano giovani!”. Sente il richiamo della divisa, e sente il dovere di esibire i suoi addominali a Giulia, quindi si leva la maglia e indossa il giubbotto aperto. “Noooo!” fa Martina, ridendo dalla nuova mise, rendendosi conto che farebbe esplodere di piacere anche Marco, e un veloce ed impercettibile sguardo d’intesa a Giulia suona come un perverso “Sììììììì!”. Anche Daniele si mette una cintura di pelle fina e un impermeabile verde fosforescente. Recupera, sopra una mensola piena di riviste, uno stereo argentato, lo posiziona sopra la spalla destra come un rapper anni ’80. “ECCOMI!” urla. Tanto il seminterrato mortifica il rumore, l’assenza dei genitori non lo colpevolizza. I movimenti delle gambe sono esagerati come quelli di un attore muto. Giulia e Martina ridono, si abbracciano -l’alcol e l’erba amici infallibili fino a che non si odieranno- e si passano le vesti, un cappello a tesa larga di paglia su Giulia, una maglia colorata allo stile di Pollock su Martina, una finta pelliccia bianca su una, un gilet beige a frange indiane sull’altra. Sarà sempre l’intellettuale Giulio a lanciare l’ordine, dopo essersi messo un capello da cowboy, un vecchio vestito di Carnevale dello stesso Marco, con la pistola giocattolo a sparare finti colpi in aria: “Andiamo!”. “Ma dove?”. “A prendere le sigarette che le ho finite!”. Le risate si liberano, dall’uscio si riversano sulle scale, fino a raggiungere l’androne e finiscono quasi per bussare alle porte dei condomini, quasi a disturbare il sonno degli adulti fatti e finiti.
Il gruppo incede a piedi in mezzo alla strada silenziosa. Si muove come ci fosse una musica ad accompagnarlo. Si muove sicuro di aver qualcosa da dire: penserà dopo a cosa di specifico. Intanto ride e si consola e urla, facendosi sentire dalla notte, dal mondo vuoto di regole e libero d’essere riempito con qualche fantasia non troppo malvagia.
