
Verso marzo di quest’anno ho iniziato a soffrire di una leggera forma di insonnia. Faticavo ad addormentarmi e – forse troppo ancorato alla prospettiva di poter vivere una giornata proficua solo dopo otto ore piene di sonno – ho cominciato a maturare una fissazione che mi ha portato a vedere il letto come un nemico, come una sfida.
Non ho aspettato molto a contattare una psicologa – tre o quattro settimane – dopo aver letto che poteva essere il professionista più indicato: miravo a risolvere il disagio, a centrare quel delicato equilibrio tra il non nasconderlo, neanche a me stesso, e il non ostentarlo, che ormai sembra andare fin troppo di moda.
Era la prima volta per me. Lo studio era una stanza dove si trovavano un tavolo rotondo, bianco, per gli impicci burocratici; e due poltroncine, una di fronte all’altra, per la seduta vera e propria. Sopra la poltroncina ridosso la parete esterna, una finestra senza tende illuminava per bene lo spazio d’incontro delle nostre espressioni e delle nostre parole.
“Allora, intanto conosciamoci”. La prima seduta è stata un veloce riassunto del perché ero lì e della mia vita recente. Che lavoro faccio, la pubblicazione del libro, la mia situazione sentimentale. La psicologa – una donna sui cinquant’anni, attraente in dei gesti e delle caratteristiche coerenti all’età – prendeva appunti mentre avanzavo con la presentazione. Non provavo particolare vergogna: volevo tornare a dormire con il consueto e assonato entusiasmo, ed ero disposto a far cadere qualsiasi maschera, perlomeno consciamente.
Per un paio di sedute abbiamo analizzato il lavoro. L’alternanza dei turni non mi ha mai aiutato a mantenere una buona routine d’orario – ci sono mattine in cui devo alzarmi alle sei e altre in cui punto una comoda e quasi vergognosa (in quanto infrasettimanale) sveglia alle dieci – ma, in tutta onestà, non sentivo di imputare allo stress lavorativo il mancato appuntamento con il sonno. “C’è qualche aspetto che non ti soddisfa?”. “Lo stipendio”. Effettivamente, sopra alla rigidità degli orari, al primo posto nel podio dei disagi, c’è lo stipendio, anche se alla fine del mese ci arrivo senza ansie. “…Solo perché tutto è connesso, però”.
Nelle sedute successive abbiamo approfondito quello che intendevo per connessione: la mia professione non paga molto ma lascia un gran tempo libero per scrivere, che è ciò a cui sono davvero interessato (professione che paga peggio). “Hai avuto difficoltà a scrivere ultimamente?”. “No, su quel versante direi di no”. “Perché scrivi? Perché dici di volerlo fare assolutamente?”. Ci ho pensato un attimo. “Perché mi dà gioia, prima di tutto, mi fa felice farlo, e poi perché me lo sento addosso: mi identifica”. “In che senso ti identifica?”. Qui ho tentato di chiarirmi, fino a che non ho utilizzato la stessa psicologa come esempio. “Mettiamo che lei debba fare altro, e non possa più esercitare, per scelte famigliari o enne motivi. Anche smettendo di esercitare, lei non si sentirebbe comunque una psicologa?”. Lei ha annuito, ha raccontato qualche aneddoto della sua vita in cui era psicologa – se lo sentiva – nonostante un lecito dubbio dei fatti.
Nel frattempo, sotto le lenzuola, il pensiero razionale di star facendo tutto il possibile (compresa la lettura di un libro intitolato “Imparare a dormire” di Fabio Leonardi) ha scardinato pian piano le resistenze dell’ansia.
Nelle ultime sedute abbiamo affrontato la questione sentimentale. Anche lì – ho spiegato – c’entrava la connessione: “Ho costruito a puntino una vita per il sottoscritto, poco aperta a…presenze esterne”. “Perché dici che non c’è spazio per qualcun altro?” mi ha domandato allora la psicologa. “C’entrano sempre i soldi” ho risposto, “…Non vorrei farne un discorso maschilista (ci tenevo a sottolinearlo) perché non è una preoccupazione legata al classico uomo che deve pagare. Il punto è che, da solo, posso accontentarmi. Il fine settimana posso starmene a casa a leggere, così come una pizza da asporto soddisfa appieno la mia esigenza di mangiare fuori – perché in fondo a me basta non perdere tempo a cucinare. Non mi spaventano i compromessi in termini emotivi, ma in termini economici, specialmente se sono al rialzo. Anche perché le emozioni le gestisco meglio del conto in banca, credo (frase dalle mille insidie se pronunciata davanti ad uno psicologo)”. “E non hai mai pensato di cambiare lavoro? Di fare altro?”. “Sì, certo. Ma cambiare lavoro per guadagnare di più vorrebbe dire impegnarsi per otto ore al giorno in qualcosa di cui mi fregherebbe davvero poco. Mi è capitato, di lavorare davvero (ci tenevo a sottolinearlo). Personalmente l’ho sempre trovato uno strazio. È come se…”, e qui ho lasciato andare un sospiro di rammarico, “…è come se per andare avanti, dovessi stare peggio”. Allora la psicologa mi ha domandato cosa intendessi per andare avanti. “Quasi tutti i miei amici convivono, alcuni iniziano a costruire una famiglia. Rapporto il mio, come dire, stato, anche rispetto a chi mi sta attorno”. La psicologa ha annuito, mentre sembrava tracciare cerchi concentrici sul suo quaderno degli appunti. “Facciamo così. Voglio che ci pensi e la prossima volta mi dici quali sono, secondo te, i valori di una coppia, di una vita condivisa”.
Prima dell’ultimo appuntamento con la psicologa, ho ripreso il mio quantitativo di sonno a pieno regime; ogni tanto, prima di addormentarmi, ho provato a delineare questi valori, senza però trovare delle valide risposte.
“Non saprei dirle dei valori” le ho confessato. “Allora cambiamo termini. Perché vorresti una ragazza?”. “Per emozionarmi, di nuovo. Per sentirmi coinvolto anche dalle piccole, minuscole vicissitudini di una persona che ho voglia di ascoltare mentre mi parla di…boh, quello che capita”. Non che non fosse più successo, negli ultimi cinque-sei anni, di emozionarmi, ma non posso intrecciare la mia vita con chi vuole solo incrociarla. “Leonardo…”, mi ha fatto la psicologa, “…mi sembra che tu stia bene così. Sei tornato a dormire, giusto?”. Ho annuito. “Tu sei centrato e devi continuare sulla strada che hai scelto per te stesso. Non incontrerai mai certe emozioni a comando, ti pare?”. Ho annuito di nuovo, più convinto.
Quando sono uscito dallo studio, non mi sono guardato attorno come al solito – magari c’era qualche conoscente a cui dover spiegare con l’imbarazzo del chissà cosa sta pensando la mia presenza fuori dallo studio di uno psicologo. C’era un sole caldo, che illuminava la strada alberata di quel tardo mattino.
Ora – mi sono detto – ci vuole proprio un caffè per darmi una svegliata.
