
Dopo la mia ora di italiano, avevo dovuto sostituire Stefano, il collega di scienze, per un’altra ora, sempre con la stessa classe, la seconda C. Vista la buona dose di nozioni che avevo già impartito, lasciai agli studenti gli ultimi venti minuti liberi, a patto che le chiacchiere non si trasformassero in un chiasso eccessivo. Ripresi il romanzo che mi ero portato – 22/11/63 di Stephen King – ma riuscii a leggere giusto tre pagine scarse che venni interrotto dal richiamo di Alvise, il rappresentante di classe. “Prof, prof”. Quando alzai lo sguardo, buona parte della classe era stranamente in silenzio e distribuita con le sedie in uno strano blocco ad alveare – come se avessero appena finito la pianificazione di un qualche progetto comune. È vero che tra qualche anno l’intelligenza artificiale sostituirà tutti i lavori dell’essere umano?”. Posai il libro sulla cattedra e rimasi in silenzio, in tutta onestà abbastanza sorpreso dalla domanda spinosa. “Mio padre dice che ancora dieci anni e il suo lavoro non esisterà più” aggiunse Deborah, una ragazza promettente su alcune materie ma allo stesso tempo troppo presa dai classici capricci sociali del liceo.
Mi schiarii la gola e, forse punzecchiato dal momento, dalla possibilità di instillare qualche seme di riflessione, decisi di tirare fuori i dirigibili. “Certo che sappiamo cosa sono, tipo le mongolfiere. Ma cosa c’entrano?”. La feci abbastanza breve sul fronte cronologico – basta nozioni – per arrivare al succo del concetto. “Ad inizio secolo, pensavano che potessero diffondersi come principale mezzo di trasporto. Pensate che l’Empire State Building, uno dei grattacieli ancora oggi più famosi di New York, era stato concepito come stazione d’attracco di un dirigibile. Questo per dirvi quanta fiducia ci fosse”. Gli studenti rimasero a fissarmi – non si sentiva una mosca volare – e mi parve un buon segnale per continuare. “Poi un incidente e lo sviluppo degli aerei ne decretò il declino”. “Ci furono morti?” chiese Martina, la spalla più tranquilla e più timida di Deborah. “Nell’incidente? Purtroppo, sì. Ma non è questo il punto. Noi oggi sappiamo che c’è l’intelligenza artificiale e ci sono delle prospettive e delle previsioni. Però poi la storia può mischiare le carte, come è successo con i dirigibili, e con tante altre cose. È difficile definire cosa rimarrà, e in che modi”.
Alzò la mano Andrea, un ragazzo anch’esso timido, magro, che raramente aveva il coraggio di parlare davanti a tutti se non nelle obbligate interrogazioni. Gli annuii, cercai di fissare nei miei occhi che lo guardarono un po’ di grinta e fiducia. “Perché nessuno parla mai dei dirigibili?”. Mi schiarii la gola, altra domanda inaspettata. Eccola, una meravigliosa caratteristica di insegnare: avere a che fare con quindici o venti – in quel caso diciassette – modi diversi di iniziazione alla curiosità. “Intendi qui a scuola? A lezione?”. Annuì con la testa. “Perché nella storia umana qualcosa rimane e qualcosa…si dimentica, più o meno. Si lascia andare”. Partì un brusio, forse a significare che li avevo persi, o che stessero soppesando con astuzia le mie parole: se a scuola alcune cose si lasciano andare, forse la scuola non è poi così precisa come invece pretende da loro di esserlo?
Alzò la mano Lorenzo, lui forse non timido ma riservato e fisiologicamente taciturno. “Anche noi ci dimenticheremo le cose?”. “In che senso, Lorenzo?”. “Se la storia umana si dimentica, anche noi esseri umani ci dimentichiamo una parte della nostra storia? Della nostra…vita”. Trassi un respiro profondo. Forse era meglio tornare a spiattellare qualche nozione a cazzo di cane, pensai. Mugolai, fissando il battiscopa mangiucchiato a ridosso della porta. “Sì. Effettivamente quando diventerai più grande, dimenticherai qualcosa di quello che sei oggi. O la ricorderai in un modo diverso da come è avvenuto”. “Anche se sembra tanto importante come l’intelligenza artificiale e i dirigibili?”. “Può essere” dissi. Vidi allora gli occhi di Lorenzo spaventarsi. “Però non dovete preoccuparvi. Sarà una selezione naturale della vostra mente. Se ciò che ritenete importante oggi, rimarrà tale, allora resterà con voi”. Sperai che fosse sufficiente a rincuorarli.
“E per quei geni come il sottoscritto che si ricordano sempre tutto?” chiese Alessio, ovviamente il più vivace, il più problematico e, ad onor del vero, spesso di una simpatia non solo straripante ma perfino matura. La classe rise di soppiatto. “Per quelli come te che si ricordano tutto, mi farebbe piacere sentire di cosa ho parlato ieri riguardo a Le chansons de geste”. La risata in vita deflagrò in un’esplosione di striduli acuti. “No, prof, ma così non vale” controbatté Alessio.
