
24 DICEMBRE: AMICIZIA
Per quanto mi riguarda, la magia del periodo natalizio ha a che fare con il semplice rallentamento. Si spezza la routine del tragitto psicologico sistemarecoseacasa-lavoro-sistemarecosefuoricasa-lavoro-sistemarecoseacasa e il tempo si dilata, e si dilata per la maggioranza delle persone, in modo tale da godere della compagnia di chi ci pare. O almeno: io cerco di stare con chi mi pare. Papà e mamma non hanno mai obbligato me e i miei fratelli a lunghi pranzi o cene famigliari, al massimo a qualche visita di passaggio, che, nella relativa brevità, risultano quasi piacevoli.
C’è un giorno in particolare che è diventato negli anni un appuntamento fisso per il mio gruppo di amici: la Vigilia di Natale. È un appuntamento sentito, lo si nomina di sfuggita tra gennaio e agosto, e da settembre se ne scorgono i contorni, li si tracciano con la smania dell’attesa.
È difficile definire a parole l’eccezionalità sentimentale che suscita. Alle matricole invitate nel ruolo di nuovo compagno o nuova compagna di un membro del gruppo – che, visto l’entusiasmo, chiedono perplessi esattamente in cosa consista – si fatica a trovare una risposta adeguata: “Si mangia”, “…E si beve”, “…Però si mangia e si beve tanto”, “…E si mangia sempre e si beve sempre, come”, “…Per ore e ore”.
Le prime Vigilie sono state organizzate verso la fine degli anni (20)’10, nella vecchia taverna dei miei genitori. Ben separata dall’appartamento padronale, aveva un camino, l’unica fonte disponibile di calore, e un lungo tavolo di legno scuro dove si mollavano subito le cibarie portate, per rivolgersi alla zona salottiera – un divanetto e un paio di poltrone. All’epoca stilavamo un menù vero, dei pasticci come primi e un tacchino ripieno come secondo, forse perché, ancora ventenni, cercavamo di dare ufficialità a quel sentimento: dovevamo in qualche modo rendere tangibile l’eccezionalità che sentivamo dentro. Alla carta si aggiungevano una quantità indefinita di torte salate, pizzette, tramezzini e involtini, bottiglie di vino e di birra e di Coca Cola, pandori e dolci. Fumavano, una quantità di sigarette che oggi ci lascerebbe con un principio di asma per il giorno di Natale. Le danze aprivano verso mezzogiorno e si instaurava un paradossale progredire del tempo, che insieme si dilatava e si comprimeva. Alle 14.00 erano solo le 14.00 e alle 17.00 erano già le 17.00, alle 19.00 erano solo le 19.00 e alle 21.00 erano già le 21.00. La giornata, che non aveva rispettato i ritmi cadenzati del pranzo e della cena, si concludeva alle 2.00 di notte, con qualche reduce addirittura assentatosi per il ritrovo serale con i parenti e poi tornato fiero alla base.
Negli anni sono cambiate le sedi, si è passati dalla taverna di un’amica a tour studiati dei bar del centro – nel periodo in cui gli appartamentini in affitto non assicuravano mai uno spazio adeguato – fino ad arrivare ad un’altra taverna nella casa di una coppia ormai consolidata del gruppo. Abbiamo modificato anche gli orari – il capolinea è fissato prima di cena – e il menù – non c’è più quel bisogno di cerimoniare con piatti sofisticati, non c’è più bisogno di giustificare l’intangibilità di un sentimento con qualche “icona” culinaria.
Rimane però la stessa celebrazione; una dichiarazione di quello che sono oltre alla mia individualità e ai miei progetti. Un insieme di valori, come la condivisione più sincera e la priorità di ritrovarsi con piuttosto che dove; la propensione di non fare eroi e neanche demoni, di supportare ogni scelta individuale purché sembri logica, razionale e convinta, o di criticarla apertamente se uno dei tre criteri sfugge all’appello; di ricordare i pregi, riconoscere i meriti e ridere dei difetti e delle sconfitte; di non lesinare sulla fiducia.
Una celebrazione dell’amicizia che, nonostante i percorsi sempre più ramificati della vita, mantiene i suoi confini nello spazio e nel tempo, con una buona dose di alcol e carboidrati complessi a rimarcarli.
25 DICEMBRE: FAMIGLIA
Sono ben lontano dal formare una famiglia nelle vesti di padre, ma saprei – sospetterei fortemente – quali sarebbero, volente o nolente, i tratti caratteristici ereditati dai miei ipotetici figli: in fondo sono gli stessi che ho ereditato dai miei genitori.
E non sono quei tratti che hanno tentato di convogliare in tutte le salse, con una dose compatta di raccomandazioni e rimproveri, ma i rimbalzi inaspettati dei loro comportamenti che hanno finito per caratterizzare me e mio fratello e mia sorella. Lungi dal pensare che siano stati dei perfetti genitori (chi potrebbe azzardare, sia da genitore che da figlio, un’affermazione simile?), ci sono però degli aspetti che rientrano in fondo tra i classici crismi del Natale e, uno in particolare, su come viviamo insieme questo giorno.
La rinuncia per sé in favore degli affetti, per esempio. Me ne sono accorto tardi, quando le pretese verso i genitori hanno smesso di essere infinite e ho cominciato a maturare la convinzione – perché tale deve essere – di dover pagare da me il caro prezzo dei desideri. Da quel momento, a ripercorrere i miei anni a ritroso, ho visto limpidamente – senza la nebbia dell’egoismo (una nebbia diradata, perlomeno) – tutte quei vuoti, come le vacanze estive rinviate di anno in anno, o la rinuncia alla macchina nuova o ai capricci modaioli e gastronomici, in favore di tre lauree, decine di corsi extracurriculari, tre patenti, tre adolescenze non prive di eterne richieste e dispendiosi sabati sera: tre giovani a cui alla fine è stato dato tutto il possibile per sentirsi al passo con i loro coetanei.
Lasciar correre. Anche e specialmente durante le festività, alle acredini, alle zuffe tra fazioni, si è sempre preferito mettere davanti la ricerca della serenità; poggiare in un angolino le incomprensioni e favorire le intese, con le speranza che magari, proprio per il cambio di bersaglio, da minime, le stesse intese potessero ardere come il fuoco in un camino, ben alimentato dalla costante aggiunta della semplice legna.
La semplicità, per l’appunto, di cui il pranzo di Natale ne è la perfetta incarnazione. Non è molto diverso da un qualsiasi ritrovo domenicale, dove, seduti al tavolo del soggiorno, ci troviamo a mangiare dei veloci antipasti e poi il baccalà alla vicentina con polenta; come dolce, un panettone artigianale acquistato al panificio, e infine caffè, grappa e frutta secca. Niente di particolarmente sofisticato, lungo e impegnativo. Dietro a quel “Buon Natale”, al veloce scambio dei regali – pure quelli semplici e tendenti all’utile –, allo stesso scandirsi di una domenica qualunque, c’è la sensazione di vivere qualcosa di estremamente normale, di una pacifica convivialità a cui andiamo incontro ogni fine settimana e che si ripresenta anche lì, in quel giorno di festa.
Rendendolo quindi, a modo nostro, speciale.
Auguro allora un buon Natale a tutti voi: e che siano soprattutto delle feste passate a modo vostro.
