
Non sempre ciò che è, è ciò che sembra. Che inizio sfavillante. La prossima volta comincio con una frase come “il mondo è alla deriva” o “siamo troppo presi da noi stessi”. Tutto vero per carità, la plastica fa da nuova fauna negli oceani e io penso ogni giorno a quanto sono intelligente, bello e magnetico, però ci si dovrebbe aspettare una frase più incisiva e ricercata. E invece no, questa è la partenza definitiva. E comunque sia, la ripeto pure, per riprendere il filo: non sempre ciò che è, è ciò che sembra. Uno pensa che, per esempio, ci si annoi in determinati posti. Luoghi deputati alla terribile sensazione che tradotta in azione sarebbe un ampio e distratto sbadiglio. In posta, in pronto soccorso, alla sede della provincia. Dove si attende di essere serviti, o visitati, o ricevuti. Ma l’ultima volta che sono stato in pronto soccorso di certo non mi sono annoiato. Tutt’altro; mi stavo cagando sotto. Avevo appena passato una brutta influenza intestinale ed ero tornato a lavorare (lavoravo in un cinema nuovo stile), però ancora non ero al cento per cento; quel giorno mi sentivo un po’ giù e, stranamente, non avevo appetito. Alla pausa sigaretta, mi ero incontrato con una collega che, dopo avermi squadrato sgranando gli occhi, disse: “Stai male?”. “Sono appena uscito da una brutta influenza intestinale.” “Sei sicuro? Sei giallo, ma tanto giallo. Itterico, azzarderei.” Prima di tutto, su certe cose non si azzarda. Al massimo si consiglia senza far trasparire preoccupazione. Secondo, tra me e me, quella volta, pensai: che cazzo è itterico? Per sfortuna avevo Google sottomano e, come sapete, da itterico a epatite fulminante è un attimo. Inventai di star male per davvero, presi la macchina, andai dalla guardia medica che mi disse la solita frase da guardia medica: “Per me non hai niente, ma ti devo mandare al pronto soccorso” e finii a mezzanotte di un sabato, ad aspettare dei benedetti esami del sangue, immaginando le malattie più nefande al fegato. Immaginare certe cose non è annoiarsi. Non è sicuramente piacevole ma è più simile all’agitarsi, l’opposto. In posta, a dire la verità, non ho mai aspettato molto; non sono mai stato dentro per più di una decina di minuti, il tempo di pagare qualche multa, sbagliando a compilare al primo colpo il tagliando. C’è sempre qualcosa che non va in quel cazzo di bollettino. Nel palazzo della provincia ci sono stato due volte, per niente. Ero andato ad iscrivermi alle liste di collocamento e agli altri servizi di recruiting ma non ho ottenuto grandi risultati. Mi ricordo ancora l’operatore (credo sia un precursore di quelli che a breve si faranno chiamare navigator) che, dopo avergli raccontato per cinque minuti, scuole, università e svariati lavori, all’ultima mansione, in zona cesarini, fece: “Ah, questo è interessante!”. Per fortuna. Al massimo, per quanto riguarda la noia, sì, qualche minuto in sala d’attesa l’avevo accusato ma niente che qualche sigaretta e qualche caffè non potesse placare.
La noia, che io ricordi, l’ho provata in un periodo particolarmente vuoto della mia vita, in cui non avevo un lavoro, una ragazza a cui pensare e neanche una passione che mi facesse ancora palpitare. C’è un legame tra la noia e l’insoddisfazione che è molto più di un’amicizia, questi due aspetti vanno proprio a braccetto, e non solo, fanno anche qualche porcheria a letto. Qualsiasi aspetto della vita era diventato, in quei mesi, poco stimolante, quasi dovuto, un vuoto che tentavo di riempire con altro vuoto. E quindi mi stancavo pure, sudavo, mi impegnavo. Perché un conto è la domenica che passa noiosa, ma che è quasi piacevole: sonnecchi, pensi a far qualcosa, non lo fai, sonnecchi ,ti alzi, noti che non è giornata: ti ridistendi, sonnecchi, ordini una pizza, rutti, metti su un film che hai già visto apposta per non guardarlo, sonnecchi, metti su Canale 5 che danno un film con Morandi, sonnecchi e, poi, quando è ora di dormire, ti chiedi come mai non riesci a prendere sonno. E’ la domenica ideale, da incorniciare. Se poi fuori pioviggina, non piove, pioviggina, tempo uggioso per definizione, ecco che è raggiunta la perfezione. Quella è la bella noia, quella senza pensier. A differenza di quella che di pensieri ne dà e ne dà principalmente uno: che bisogna uscirne. Bisogna uscire da quel circolo vizioso di niente che ci si è creato attorno, e senza scampo, più tentativi si fanno, più si sprofonda in queste sabbie mobili che attanagliano le gambe e stanno arrivando al bacino. E in tutto ciò si è a casa. Almeno io mi annoiavo principalmente a casa. Nel nido che dovrebbe coccolare e invece diventa appunto una pozza dove si annaspa, esausti e quasi in lacrime. In quel periodo mi sparavo una serie tv dietro l’altra; se mi metto a guardare serie tv tutto il giorno, vuol dire che la mia vita non sta andando dove dovrebbe (insoddisfazione) e che ho tanto tempo libero da riempire (noia) con qualcosa per non pensarci. Passò dopo svariati tentativi. Che tipo di tentativi? Non saprei. Non so dire ad oggi cosa e come ho fatto a superare quello stallo. Forse mi sono trasferito, forse ho trovato un lavoro, forse un viaggio, forse ho conosciuto una o mille persone nuove. O forse tutto un insieme di movimenti che mi ha portato fuori, in salvo, ma sempre e comunque a un passo dal prossimo momento noioso e insoddisfacente della vita, come a stare traballanti sulla punta di un monte innevato e scivoloso. La soluzione, immagino, sarebbe star bene con se stessi per risolvere tutti i vuoti e non annoiarsi mai. Aver sempre un pensiero che accompagna, un impegno che impegnerà e un’idea da ricercare. Star bene con se stessi, quindi. Che novità, direte voi. Scontato, terribilmente scontato, quasi noioso. Avete ragione, ma come pensavate potessi concludere quest’articolo dopo quell’inizio?
