
La guerra tra film populisti e film d’élite è cominciata molto prima dell’arrivo di Salvini, Trump, della Boldrini, delle Birkenstock e delle biciclette a scatto fisso. Non farò una panoramica di come negli anni si sono sviluppati questi due modi di concepire l’arte cinematografica perché, in primis non vorrei annoiare nessuno, e in secondo luogo, non ricordo. Dovrei riprendere in mano il libro di storia del cinema, sepolto sotto una montagna di altri libri e attestati dalla dubbia validità, in una cassapanca a casa dei miei. Vorrei chiarire semplicemente di cosa si sta parlando. I film che piacciono a coloro che adorano indossare i sandali da tedesco citati prima e che risvoltano i bordi di qualsiasi capo d’abbigliamento, hanno poca trama. Non si capisce bene cosa succede ed è questo che li rende dei capolavori. Hanno pochi tagli di montaggio, una fotografia curata (la luce, l’immagine) e tantissime scene mute. Un’infinità di scene mute. Minuti di scene mute su un primo piano dell’attore, in cui, quando questo accenna a un sorriso, la ruga d’espressione formatasi a fianco del labbro sta a significare le crepa continua di questa società contemporanea, dannata e deprorevole. Se siete fortunati, vi beccate anche il bianco e nero, dato che i colori danno troppa allegria. Non sono film brutti, anzi, per la maggior parte sono intensi e significativi solo che è difficile arrivare alla fine svegli. Sconsigliati per un sabato sera tra amici, Coca Cola e popcorn. I film populisti, quelli che piacciono al “popolo” (ho una difficoltà estrema a capire il significato della parola “popolo” in questi mesi: se non sono d’accordo su come la pensa il “popolo”, sono ancora del “popolo” o sono escluso? E se sono escluso, faccio parte dell’élite? Ma se sono un povero laureato in lettere, o affini, che campa in pizzeria o tramite agenzie interinali, l’élite non mi da la tessera del club, quindi dove mi posiziono?), sono quelli dove si fa ridere con una scoreggia, dove si radono al suolo città intere ma alla fine si è tutti felici, dove si cercano di suscitare emozioni facili quali indignazione o commozione con bambini sfruttati, giovani malati e cattivi sempre troppo cattivi. Solitamente hanno un trama strutturata, a volte male ma strutturata, e si riesce a seguire la storia senza troppo impegno. Scorre davanti allo schermo. Basta restare svegli e piangere al momento giusto.
Per i primi, si può tirare in ballo, come esempi, registi del calibro di Lars Von Trier, Sorrentino, i fratelli Coen, Paul Thomas Anderson. I grandi autori.
Per i secondi, un cinepattone a caso, “Attacco al Potere”, un film qualsiasi con The Rock oppure “Io prima di te”.
In questa decennale lotta che, solitamente, divide critica e spettatori, non sempre in maniera così netta, ci sono dei rari casi in cui un film riesce a far riflettere, mettendo in scena un’ottima storia con le tempistiche dell’intrattenimento spiccio, senza far sentire la mano pesante dell’autorialità. Il regista sta dietro la macchina da presa, e non davanti, e si da totalmente spazio agli eventi, al loro svolgersi e ai moti dei personaggi. “About a boy” ne è un esempio.
E’ tratto dall’omonimo libro di Nick Hornby, scrittore inglese che ha deciso di riassumere parte di sé con una frase letta in una biografia di un cantante (non ricordo davvero il nome però faceva parte di un gruppo inglese): “All’università pensavo di essere il più intelligente. Davvero. Solo che non si vedeva dai voti. E come poteva essere quando ciò a cui io davo valore, un mix disordinato di cultura alta e bassa, all’università non veniva insegnato?”. Per chi non lo conosce, i suoi libri riproducono in settanta, ottantamila parole esattamente questo concetto. Persone intelligenti che non si sentono comprese. Se qualcuno fosse incuriosito, può spulciare qualche suo articolo sul sito dell’Internazionale e scoprire quanto io sia ancora mediocre come scrittore o umorista, o entrambi. Il tema sono le letture dell’autore ma i toni sono leggeri e raffinati. Come i miei. Lo so, qualche populista storcerà il naso a leggere “Internazionale”, però la qualità non si può trovare tutta su “La Verità”.
Il film è stato diretto da Chris e Paul Weitz, due fratelli che hanno avuto a che fare in varie forme con film come American Pie, In Good Company o Z La Formica. Non ero nelle loro teste quando hanno deciso di trasformare il romanzo in sceneggiatura, ma dal risultato, sembra che abbiano potuto pensare qualcosa come “Teniamolo così, cerchiamo di portare sullo schermo le stesse sensazioni e cambiamo il finale.”. Non snaturare l’opera di qualcuno, imprimendo un taglio personale, è difficile ma i due fratelli sono riusciti a tramutare un perfetto mix di alta e bassa narrativa in un perfetto mix di alto e basso cinema. Il film è all’altezza del libro e pure Hugh Grant, attore odiato per il suo faccino pulito e british, risulta una scelta felice, perfetta.
La trama narra le vicende di un ragazzo, Marcus, e di un uomo, Will. Marcus vive con una madre depressa e, a sua modo, invadente mentre Will vive alla giornata, senza perseguire quegli scopi importanti che ci si prefigge di raggiungere: amore, matrimonio, lavoro, figli. Per una serie di rocambolesche coincidenze si incontreranno e impareranno l’uno dall’altro a superare gli ostacoli che la vita mette loro davanti, anche sotto forma di subdoli vantaggi (Will può permettersi di non lavorare per un motivo invidiabile). I fratelli Weitz hanno deciso di cambiare il finale, unica grossa differenza, senza però virare la rotta dalla morale del libro di Hornby.
Di solito lo spettatore, in un lungometraggio, desidera sapere quello che succederà il minuto dopo ma, in questo caso, la voglia è quella di restare con i personaggi, in ogni scena. Nasce una sorta di affetto, che si ritrova più spesso nella lettura.
Il monologo interiore di Will, nei primi secondi è questo: “Secondo me ogni uomo è un’isola e per di più questo è il momento giusto per esserlo. Questa è l’epoca delle isole. Cento anni fa era diverso, dovevi dipendere altre persone. Nessuno aveva la TV, o i CD, o i DVD, o i video, o la macchina per farsi il caffè espresso in casa. A dire la verità non avevano niente per divertirsi. Oggi invece puoi crearti da solo una piccola isola paradiso. Con gli accessori giusti e, cosa ben più importante, con l’atteggiamento giusto, puoi essere assolato, tropicale, una calamita per le giovani turiste svedesi. E a me piace pensare che io potrei proprio essere un’isola del genere, mi piace pensare di essere molto fico. Mi piace pensare di essere Ibiza!”. Per dare un’idea.
Nella divisione tra cinema “alto” e cinema “per tutti gli altri che non capiscono”, “About a boy” sta nel mezzo. Un filmetto per l’élite o un filmone per il popolo. Qualche mio amico lo additerebbe come democristiano. Io come ben riuscito. Di quei film che servono davvero.
