SULLA MIA ITALIANITA’

Seduto al bar con un amico nato in sud Italia, parlavamo di come andava: ragazze, amici e l’inevitabile questione del lavoro, carente o insoddisfacente o, per lui, nullo: un buco di otto ore al giorno da voler riempire con una remunerativa mansione davanti al computer. Io ho sostenuto la mia tesi, per certi versi discutibile, sul fatto che il lavoro sia sopravvalutato, almeno per come è inteso oggi: tempo perso regalato a persone che lo regalano ad altre persone e via così in un’infinita catena di obiettivi vaghi e dalla dubbia utilità. Ma vedevo il mio interlocutore poco convinto; non mi ha contraddetto ma sentivo che in cuor suo, a quel fattaccio del non venir richiamato ai colloqui, del non avere una professione che lo identificasse, del non avere soprattutto uno stipendio, si agitava un sentimento d’angoscia. Io, nato a Treviso da genitori trevigiani e nonni veneti, di lavorare ho davvero poca voglia e ancor meno interesse mentre lui, uomo dalla tipica carnagione abbronzata e dall’accento mediterraneo, non chiede altro.

Si è insinuato un dubbio nella mente impossibile da schacchiare data l’evidenza dei fatti.

“Madre Santa, non sarò mica peggio dei terroni?”

Seppur insolente, il dubbio è comprensibile che mi sia sorto, e i motivi risiedono nel modo in cui si è sempre affrontata la questione Nord-Sud da quando ero poco più di un bambino. Mentre da una parte si posizionavano la mia terra natia, i miei avi e le mie radici, che prendevano il suono delle parole di qualche vecchio parente e non, stanchi di lavorare per uno Stato che non riconosceva loro le fatiche e le conquiste ottenute, dall’altra si posizionava chi credeva in un progetto di qualifica di una zona martoriata dalla cattiva amministrazione, e non dalla cattiva gente. Il problema era che si finiva e si finisce tuttora lo scontro a colpi di frasi fatte poco ragionevoli, come “I terroni non hanno voglia di fare un cazzo!”, “Al Sud c’è il sole!”, “I terroni sono ladri!”, “Al Sud siamo più aperti!”, “I terroni sono mafiosi!”, “Al Sud ci sta il mare!”. Si faceva, come capita nelle dispute, di tutta un’erba un fascio.

Negli anni trascorsi a diventare uomo, ho avuto amici che ancora oggi inseguono il sogno di un Veneto indipendente, libero dalle catene di un’Italia che non sentono d’appartenenza, perché orgia di differenze troppo marcate e non mescolabili, unite forzatamente da quell’errore grossolano dell’Unità d’Italia negli anni funesti della seconda metà dell’Ottocento.

Nonostante il dubbio nato d’istinto, nonostante le zuffe sull’argomento e nonostante la compagine indipendentista delle mie amicizie, devo dire che mi sento saldamente italiano. E, come per il Natale, al quale sono affezionato più per le lucine sugli alberi e per le strade che per la nascita di Gesù, anche per il mio sentimento nazionalistico, i moti che lo regolano sono determinati da piccole cose che non hanno alcun significato se non quello di una bella epifania quando si è lontani da casa, all’estero per lavoro o per vacanza. La pasta al ragù o al sugo di pomodoro, quella fatta da mia mamma o anche dalle vostre, è uguale, la pizza margherita che non ha la consistenza della colla liquida, il caffè espresso al bar in una tazzina di ceramica e non di cartone, la camminata tra i palazzi rinascimentali o medioevali dei centri città, il gesticolare che è di per sé un linguaggio, il calcio e le offese come vaffanculo, coglione, testa di cazzo, ecc. ecc. Se dovessi immaginarmi lontano, in un posto esotico come l’Australia, a lavorare per una società di consulenza (credetemi, è impossibile; sto prendendo un’ipotesi che non ha alcun fondamento), sono proprio queste le cose che verrebbero a mancarmi, le abitudini dei momenti liberi. E non hanno alcun peso in una discussione in cui si mettono in campo temi come le tasse, il lavoro, l’autodeterminazione, le bellezze naturali, i tratti caratteriali delle persone; in fondo cosa potrebbero contare? Il mio affetto per la nazione assomiglia all’affetto che si prova per le sigarette dopo aver smesso di fumare da qualche anno; non è tanto la nicotina o l’apparente sensazione di calma a far rimpiangere la scelta presa, ma il gesto.

Ed è proprio la leggerezza di questi gesti che mi fa nascere un barlume di serenità dell’abitare e vivere in un paese che avrà molti difetti da correggere, dal Nord operoso ma inquinato al Sud inoccupato ma dal potenziale inespresso, ma che è pur sempre il mio paese sfaccettato, con le tipiche varianti che ha in seno ogni confine deciso a tavolino dalla storia.

Infine, per prendere un esempio della serietà che si ostenta in determinati frangenti, quando vedo svolazzare fiere le bandiere verdi del Leone Alato a Venezia, mi domando sempre con che coraggio continuino a prendere il leone come animale simbolo della città, dato che di quella bestia ne è rimasta ormai solo la carcassa. Una carcassa invidiabile, chi non vorrebbe avere i costati che svettano verso il cielo con le forme nobili delle cupole della Salute o del campanile di San Marco.

Ma quanti vorrebbero essere solo una carcassa?