SULLA CULTURA ITALIANA

Il teatro era pieno, ogni seggiola era occupata, neanche l’ombra di un buco: duemilatrenta posti e duemilatrenta persone, più quelle in piedi, tra cui militava il personale di sala, alcuni dipendenti dell’associazione organizzatrice e qualche buttafuori.

Sul palco venne accolto con uno scoscio di applausi e modesti versi d’incitamento il presidente dell’associazione, un uomo vecchio con uno smoking nero e i capelli a spazzola talmente bianchi da sembrare il chiarore della luna nella notte. Guardò prima con un sorriso la delegazione di critici sulla destra della platea, soliti fare no con la testa a qualsiasi cosa venisse proposta loro: pochi secondi fa avevano bocciato in toto la brochure dell’evento stesso. Poi si rivolse con un cenno d’assenso alla compagine di scrittori: uomini eleganti con occhiali senza montatura e peli pubici al posto dei capelli, donne non abituate a portare vestiti lunghi e attillati sui fianchi. Con un braccio teso a salutare, infine, ringraziò la folla intera, riversa in quell’abbigliante ed elegante serata di premiazione. Di lì a poco si sarebbe nominato il vincitore del premio “Giosuè Carducci 2019” per la narrativa.

Una donna per tre quarti gambe, con un vestito corto e una busta gialla tra le mani, si intrufolò dalla destra del palco e raggiunse il presidente, fermo davanti all’asta del microfono sul proscenio. “Grazie Romina” si sentì sussurrare. L’uomo prese la busta e poi, rivolto al microfono, cominciò il discorso. Il silenzio delle oltre duemilatrenta persone si fece d’un tratto reale e rigoroso.

“Siamo qui riuniti oggi per celebrare non solo quello che è un premio singolo, ma un percorso. Meglio, una serie di percorsi: un percorso per gli scrittori, che hanno potuto godere delle sfaccettate e meritevoli lodi per il lavoro che hanno svolto negli ultimi anni, di stesure e revisioni insieme alle case editrici.”

Un applauso in coro.

“Un percorso per le stesse case editrici, e per chiunque lavori in un settore così difficile ma nobile e pregno di sorprese come questo.”

Un applauso in coro.

“Un percorso per la nostra associazione e per ogni singola persona che ha collaborato alla realizzazione di questo evento, un evento che ha ancora una certa rilevanza nel panorama culturale italiano essendone portavoce nel mondo. Un grazie di cuore a voi…”

Un applauso in coro.

“…ma ora torniamo al perché, al vero motivo della nostra presenza qui. Il vincitore di quest’anno. I candidati, doveroso ricordarli, sono…”

Dietro al palco, uno schermo trasmetteva le immagini in diretta della telecamera, che riprese in piano sequenza i tre scrittori nominati in successione.

Mario Agatti, un uomo sulla quarantina, il viso smunto, la barba leggera, aveva scritto “In soffitta”, la storia di una bambina durante gli anni dell’ascesa del Fascismo e della trasformazione del paese. La critica aveva elogiato i toni cupi dell’opera: la morte del padre per mano dei militanti, la madre costretta a sposare un ufficiale dell’esercito e la difficile amicizia della bambina con Levi, ebreo e figlio del proprietario del negozio di alimentari dietro l’angolo.

Lucia Di Stefano, donna sulla cinquantina, le guance piene e gli occhi infossati, aveva scritto “Amare Leonardo”, romanzo su una donna fittizia innamorata del genio italiano Leonardo Da Vinci. La critica aveva elogiato i toni cupi dell’opera: le difficoltà di una donna durante gli anni fulgidi del Rinascimento e le sofferenze di un amore non corrisposto.

Sergio Paletta, un uomo fino e dalla carnagione olivastra, aveva scritto “Remare per il Don”: la nascita, la crescita e la morte di uno scagnozzo della Mafia tra gli anni ’60 e i ’90 a Palermo. La critica aveva elogiato i toni cupi dell’opera: i sensi di colpa, la rabbia e i rapporti con i familiari di un uomo colpevole solo di esser nato dov’era nato.

Il presidente aprì la busta, tirò fuori il cartoncino ocra, lesse in silenzio il responso e avvicinò le labbra al gelato.

Intanto, a qualche chilometro di distanza, dietro le quinte di uno studio televisivo di Canale 5, il conduttore del programma “Oggi di cosa parliamo?”, si sistemava la cravatta marrone e ripassava la scaletta della serata con la runner Samantha. “Apriamo con l’immigrazione.” “E ne parli con Arturo Masi e Mohammed.”

Arturo Masi, capelli ordinati con il gel e occhi severi, era un politico estremista che sapeva ripetere qualche idea confusa e poco chiara di un leader europeo della sua stessa frangia intransigente. Il canale aveva deciso di contrapporgli un immigrato clandestino che non sapesse bene l’italiano, qualcuno che rispecchiasse a pieno la visione italiana del nero, ovvero uno straniero. E lo avevano trovato pure arabo.

“Poi abbiamo un servizio sull’ambiente e i rapporti delle emissioni di CO2.” “E ne parli con la Demor.”

Paola Demor era un’attivista climatica da un anno, prima faceva la soubrette in un telequiz caduto in disgrazia dopo che il conduttore era stato scoperto a farsi di cocaina nei bagni di una scuola media, in cui era stato invitato a presiedere ad un dibattito sui danni del fumo di sigaretta. Della Demor si diceva le fosse scoppiata una tetta durante un volo per Londra ma ancora oggi rimaneva un mistero quale tetta: se quella destra o quella sinistra.

“E chiudi con Nicolai.” “Il rapporto sul lavoro e i giovani.”

Riccardo Nicolai, per i fan “Rick to Trick”, era un influencer che consigliava ai giovani come fare l’influencer: era un metainfluencer. Usava presentarsi in studio con un completo firmato, le scarpe laccate e i capelli lasciati fluire come la barba lunga. Voci di corridoio asserivano che avesse avuto una relazione con la Demor e che sapesse quale tetta era quella scoppiata.

Finito anche il rito del tamponamento di sudore della truccatrice, il conduttore fece un respiro profondo, Samantha lo invitò ad entrare in scena con un colpetto al petto e lui, senza indugi e con la cartellina plastificata in mano, vi entrò. La luce bianca metteva in risalto ogni gradazione dei colori. “Buonasera italiani!”.

Lo share quella sera sarebbe stato di un milione e mezzo di spettatori.

Al teatro, dopo la consegna del premio, il presidente, i critici, gli scrittori e il pubblico si godevano la visione di un documentario restaurato dell’Istituto Luce; quanta magnificenza l’Italia in bianco e nero!