
Avevo bisogno di un paio nuovo di scarpe, non perché ne avessi davvero bisogno, i miei due paia andavano ancora bene, ma perché erano due anni che non compravo delle scarpe invernali. Era passato troppo tempo dall’ultimo acquisto in quell’ambito. Visto che si era mormorato molto del Black Friday negli ultimi giorni, nel bene e nel male, decisi di sfruttare l’occasione per sperare in qualche sconto, che mi facesse risparmiare quei trenta euro che avrei speso serenamente per altro, altro che con ogni probabilità non avrei acquistato se non avessi risparmiato in precedenza.
Presi la macchina e mi diressi verso l’outlet più in voga della zona, quello dove si racchiudevano buona parte dei grandi e medi marchi della moda e dei grandi e medi sconti. Giunto alla rotonda che conduceva al megaparcheggio, mi fermai. Coda. Due file di coda per tutto il perimetro della rotonda, più coda sul viale d’accesso. Un suv Jaguar con la verniciatura opaca mi infilò davanti con prepotenza e sul momento avrei voluto tirargli una suonata di clacson ma poi pensai che un tipo che compra un suv Jaguar con la verniciatura opaca non è certo uno che chiede permesso o che si accoda senza lamentele. Fosse stata una Panda avrei suonato, ma con il Jaguar le avvisaglie si erano palesate già dalla carrozzeria ombrosa. E avevo paura scendesse pure, questo mastino dello scatto in prima, a minacciarmi mostrando bicipiti gonfi e tatuaggi brutti tanto quanto la macchina.
Dopo venti minuti parcheggiai nell’enorme distesa verde e grigia. Grigia, i cordoli dei parcheggi e delle strade che si diramavano, verde, gli alberelli e i ciuffi d’erba che spuntavano dagli spartitraffico. Un totem nero segnalava l’entrata, con una freccia e un omino stilizzato, che aveva stranamente le braccia disegnate più in alto, all’altezza delle spalle, erano più larghe, come anche le gambe. Sembrava stesse correndo. Cominciai a combattere dentro di me: da una parte l’istinto del consumatore che voleva arrivare prima e accaparrarsi ciò che voleva, o se andava male, ciò che poteva, dall’altra la ragione nel sapere che ero in luogo pubblico, condiviso con altre persone. Che avevano, lo si capiva dagli sguardi tesi e affilati, il mio stesso dilemma.
Sul marciapiede cominciò a rallentarmi un uomo anziano, seduto su una carrozzina trainata da una donna. Mentre presi a superarlo sulla sinistra, finendo sulla carreggiata, lo guardai male: era un mio avversario, erano tutti miei possibili avversari, concorrenti che avrebbero potuto acquistare il Mio paio di scarpe, prima del sottoscritto. A meno che non avesse avuto i piedi. Osservai: i piedi c’erano. Lo bruciai in qualche metro: ciao, ciao, saluta le scarpe nuove che desideravi, vecchio citrullo.
Incontrai una riproduzione gigante di una scarpa da ginnastica bianca e di una borsa blu, delle sculture in cartongesso che davano un tocco artistico all’ambiente. Ogni luogo ha la propria arte d’altronde: se a Roma si trova la Fontana di Trevi e fuori dal palazzetto dei Chicago Bulls la statua di Jordan, qui è giusto riprodurre capi d’abbigliamento in scala 1 a 20. All’ingresso dell’outlet, uno spazio finto, una cittadina dall’aspetto rinascimentale ricostruita, con archi, volte e modanature elegantemente incollate dello stesso bianco accecante della scarpa-scultura, si trovava un albero di Natale, anch’esso finto che tendeva alla verosimiglianza; risplendeva con le palle rosse, appese in un perfetto e noioso ordine. Mi addentrai nel viale che a destra e a sinistra alternava le porte dei vari negozi, e al centro brulicava di persone di ogni genere, sesso ed età. Gli odori erano dei vari cibi artificiali, come frittelle e hot dog, che venivano venduti dalle bancarelle graziose e sparse. Non mi feci distrarre, sapevo in che negozio andare e seguii la direzione che avevo in mente fin da principio.
Su una piazza con una fontana che spruzzava acqua vera, le boutique di alta moda, Gucci, Prada, e Michael Kors, che ammetto, non ho idea di cosa sia, avevano la coda e un buttafuori che faceva entrare a scaglioni i gruppi di persone. Superai altri concorrenti, altri negozi e, dopo l’ennesimo viale affollato, entrai dalla Timberland.
Brusio, un uomo ne scavalca un altro urlando alla moglie di raggiungerlo, ancora brusio, una donna tiene due bambini piccoli con una mano mentre rovescia scatole di scarpe sul pavimento, brusio più forte, una donna prende tre scatole con tre numeri diversi e corre da un uomo seduto. Gente in ogni angolo intenta a guardare ogni articolo, ogni sconto. Confuso, arrivai dopo molti permesso e grazie forzati, alla zona degli scarponcini. Provai il numero 45 di un modello marrone scuro, ma avevo esagerato con la taglia. Tornai indietro per controllare se ci fosse il 44. Non c’era. Un uomo con dei baffi grigio scuro e la pancia prominente stava provando proprio lo stesso modello, e lo stesso numero, quello che cercavo io. Aspettai che si consultasse con la compagna, una signora dai capelli rossi corti e un vestito bordeaux di lanetta; dopo una serie di espressioni del viso soddisfatte, l’uomo dichiarò: “Compro queste, dai!”.
Bastardo! Viscido ladro di occasioni!
Mi concentrai sull’unica cosa che mi restava da fare: trovare un altro modello che mi potesse piacere. Sbirciai, praticamente dalla seconda fila, cosa rimaneva delle taglie, sotto una scarpa destra interessante, alta, con lacci, suola in gomma, color cammello. Vidi il 44. Mi infilai, acchiappai con il dito medio la scatola giusta, dal buco sul coperchio, e la portai a me. Provai la calzatura destra. Poteva andare. Passarono altri due secondi. “Le compro”.
In cassa feci la coda. Prima di me, una signora chiese al commesso: “Quindi il prezzo intero è questo?” “Sì, signora.” “E poi c’è quello outlet.” “Sì.” “E io cosa pago?” “Quello giallo con l’etichetta, il prezzo Black Friday.” “Oh grazie.”. La signora si scostò e appoggiai il mio imminente acquisto sul bancone. Sorrisi al commesso, il commesso non mi sorrise. Aveva la faccia immobile, le labbra strette, gli occhi che evitavano di fissare altri esseri umani. Era incazzato, e lo capivo, lo capivo perfettamente. Dopo avermi informato sul prezzo Black Friday, che avevo già controllato, pagai e sorrisi ancora. Avevo risparmiato, ero felice. Stringendomi nelle spalle, evitai la coda di persone che ancora dovevano pagare, e uscii dal negozio. Il brusio finì; quello del luogo chiuso, chiassoso e insopportabile.
Di ritorno verso casa, il sole aveva cancellato la nebbia che avevo incontrato all’andata, e i raggi illuminavano le distese di campi e le case. Dal finestrino della macchina, un quadrato di luce metteva in risalto la sporta con dentro la scatola di scarpe nuove. Waterproof. Erano anche waterproof. Ottanta euro: era stato proprio un affare. Gongolavo tra me e me.
Mi fermai a prendere un caffè in un bar di strada.
Una commessa alta con i capelli ossigenati e gli occhiali grandi mi servì, io bevvi al banco di marmo la bevanda, poi mi avvicinai alla cassa, tirando fuori le monete dalla tasca dei pantaloni. “Un euro e dieci” fece lei, radiosa e con un sorriso che lasciava intravedere un dente leggermente storto e sensuale nella sua imperfezione.
“Scusi, e il prezzo Black Friday?”.
