SUL PERIODO NATALIZIO

Il periodo che mi accompagna verso Natale, quello che va dal primo dicembre al venticinque, è la mia ancora di salvezza, il mio scoglio forte e impermutabile, che non si sgretola e non cambia forma tra l’oceano di intemperie della mia vita; è un lasso di tempo che passo sempre gongolando delle stesse abitudini, e se queste cambiano, e perché sono cambiato io, da bambino sono passato ad essere un ragazzo, da ragazzo sono diventato un giovane adulto e così via. Lo aspetto con un misto di ansia e gioia, un sentimento simile a quando bisogna uscire per la prima volta con una ragazza, e non a quando devo andarci a letto, lì l’ansia è decisamente più marcata; quando arriva, me ne accorgo con calma, noto i segnali che si manifestano lentamente, come se non ci fosse davvero fretta ad arrivare al massimo dello splendore: le fiammelle del Natale si accendono con pazienza, sono una lunga fila di candele che un prete, con le movenze tipicamente lente e sonnolente di un prete, passa ad accendere una per una.

Tralasciando le mosse illecite, quelle prima del mese di dicembre, che non fanno atmosfera, perché sento la forzatura e la stonatura tra la data del calendario e i pandori sugli scaffali del supermercato, da dicembre comincio a trepidare emozionato. Dai terrazzini delle case sbucano i primi alberelli adornati con qualche lucina blu che sparisce e riaffiora nel buio; anche le città, grazie ai dipendenti comunali, si danno il loro da fare: i rami degli alberi nei parchi, spogli e tristi, vengono fatti brillare fino alle punte e le luminarie con qualche figura più complessa, stelle, ghirlande, fiocchi di neve, vengono appese da una parete all’altra dei condomini del centro storico, facendole galleggiare sopra le vie affollate. I negozi cominciano ad essere sempre aperti, qualsiasi ora è buona per gli acquisti, e le conseguenti vendite, nell’ultimo mese dell’anno.

Dall’otto dicembre ogni casa con giardino ha uno dei suoi arbusti illuminato di un giallo acceso, mentre negli appartamenti si tira fuori una replica fedele di un piccolo sempreverde, lo si apre e lo si monta nel salotto, lontano dal tappeto, e si prende ad attaccare palle multicolore e festoni dorati. Se devo paragonare l’albero che faccio io a quello che fa mia madre, direi che quello di mia madre sembra un’opera di Canaletto, un bel quadro dove tutto è riconoscibile e ogni elemento accuratamente rappresentato, il mio è più del periodo cubista, un Picasso che si esprime al meglio dopo uno studio particolare delle forme. Le cene e i pranzi cominciano ad essere abbondanti, non basta più solo un primo o un secondo, ma ci vogliono entrambi, e si concludono con una, due fette di pandoro, o di panettone. La cosa delle fette si allunga poi alla colazione, e, durante le vacanze, è una continuo taglio dei tipici dolci dalla crosta marroncina, accompagnati da creme al mascarpone, amari e torroncini duri quanto i denti. Su quale dei due sia meglio, tra pandoro e panettone, non ho risposta; per come la vedo io, il pandoro è buono ma semplice, fatto per piacere a tutti, “L’Amica Geniale” della tavola natalizia, mentre il panettone, infarcito con l’uvetta e soprattutto con quei cazzo di canditi che non piacciono granché a nessuno, è più ricercato, da assaporare senza creme e una fetta al colpo; “La scuola cattolica” di Albinati, se avete presente il mattone. Intenso, ma pur sempre un mattone.

Intanto il freddo diventa più pungente, tanto da avere un odore tutto suo, e per non sentirlo sulle ossa, per scaldarsi il cuore, ogni angolo, ogni scorcio brilla schizzando riflessi luccicanti su sanpietrini e portici; le piazze centrali si vestono anche loro da Natale, con baracche in legno che vendono wurstel bianchi, bevande fumanti alla cannella, berretti di lana e cioccolatini, e un albero vero, un abete alto una ventina di metri, si erge sopra con fare amorevole: il GGG delle piante. Le uscite si fanno più frequenti, le cene aziendali sanciscono la pausa dal lavoro, se non la pausa, un rallentamento delle attività, un invito a rilassarsi e lasciarsi andare, sperando di riuscire a ricaricare le pile per l’anno prossimo. Gli amici lontani tornano, posso rincontrare chiunque abbia conosciuto negli anni, gli chiedo come va, come non va, dov’è finito. Lui fa lo stesso. Non è come quando ci si incontra in stazione la mattina, quando si sta andando a lavoro e l’unica cosa che si desidera è ascoltare la musica nelle cuffie, no, quelle sere vicino alle festività, ci si incontra perché fa piacere rivedersi e raccontare del lavoro che si fa fatica a tenere, del bambino che è una novità, della casa appena comprata, e grazie al cielo con qualcuno parlo ancora di figa e partite NBA. Certi argomenti non stancano neanche a Natale!

Sotto sotto il giorno tanto atteso, giro per i negozi alla ricerca degli ultimi regali; un oggetto che soddisfi nella giusta misura le persone per cui non mi è venuto in mente niente. Opto per qualcosa senza troppi ghirigori personalizzati: un libro, una sciarpa, una scatola di cioccolatini presa alle bancarelle della piazza. Non serve nemmeno entrare nei negozi per sentire, dondolandosi sulle gambe, le note delle canzoni natalizie: da “All i want for Christmas is you” a Frank Sinatra, poi “Jingle Bells” e Elio e le Storie Tese, John Lennon e “It’s the most wonderful time of the year”. Tra i cambi delle canzoni, dalle casse nere suona un campanellino, cosa che succede anche tra le vie, lo suonano i Babbi Natali finti, i bambini, pure chi chiede l’elemosina, così da rendere la richiesta più accattivante e consona al periodo: in fondo anche loro devono acchiappare clienti.

Quel din din din è ovunque.

Finisco a cena da amici o parenti. Arrivo giusto in orario, dopo aver vinto la sfida dei regali, dopo aver ripassato mentalmente cosa a chi; elenco tra me e me ogni dono e ogni destinatario: i conti tornano. Liberato da quella preoccupazione, mangio antipasti al radicchio, torte salate, pizzettine, pasta al ragù, patate, arrosto, insalata, pandoro, o panettone, il tutto bagnato dal vino e dal caffè. Rido e scherzo mentre la stufa a legna sfrigola, mangio e bevo come se non ci fosse un domani.

E invece un domani c’è.

Domani è Natale.

Buon periodo natalizio a tutti!