
Avevo finito da poco la lezione di diritto ed economia del teatro, e me ne stavo appollaiato sulla scalinata davanti alla stazione di Venezia, in attesa del prossimo treno. Con le mani nelle tasche del giubbotto e il sedere che gelava senza fretta sul marmo sporco, mi facevo riscaldare dal sole e mi godevo la vista del Canal Grande e della chiesa dei Santi Simone e Giuda sulla riva opposta; i turisti si parlavano estasiati o si accalcavano alle biglietterie del vaporetto, i gondolieri ridevano fra loro e qualche studente mi superava spedito con il fiato corto, preoccupato di perdere l’agognato passaggio su rotaie. Era una giornata a Venezia come un’altra. Mi si avvicinò un uomo, aveva un aspetto distinto, una giacca blu dai bordi dorati da marinaio, dei pantaloni bianchi e le scarpe bucherellate come fossero quelle del bowling. Sul capo un cappello in feltro e in mano un bastone che sembrava nobiliare, stemmi che lo incidevano sicuri. Camminava incerto, indugiò ancora un po’ e si sedette a fatica, stando attento a qualsiasi movimento balordo il suo corpo potesse sorprendersi a fare. Sbuffò a impresa compiuta. Lo osservai: aveva un viso solcato dalle rughe ma la pelle era fresca e abbronzata, gli occhi profondi e neri, i capelli grigi che spuntavano vicino alle grandi orecchie. Profumava di dopobarba. Che tipo, pensai, e tornai a farmi i fatti miei, che in quel momento non erano molto di più del godersi il tepore dei raggi del sole. Chiusi gli occhi e respirai a pieni polmoni la brezza che sapeva di laguna, quell’odore unico che è un misto tra il fresco e il marcio, tra la pineta e il cadavere di un piccione. Quando li riaprii, vidi l’uomo sbattere con una certa casualità le dita sul cellulare, un cellulare della vecchia generazione, nero, con la tastiera e lo schermo grande quanto un pollice. Si innervosì perché non riusciva ad accenderlo, e se avesse continuato con quei gesti scoordinati, ero certo che non lo avrebbe acceso neanche in una settimana. Non avendo niente di più utile da fare, non avendo proprio niente da fare, mi porsi in avanti e dissi: “Scusi, mi scusi…”, si girò e mi guardò, gli occhi erano di un uomo buono, le sopracciglia tracciavano l’arco di una vittima innocente, “…deve premere il tasto rosso, lo vede? Lì…” e indicai con l’indice. “Este?” mi chiese sorridendo, con un accento latino. “Sì, lo tenga premuto…”, e lui lo tenne premuto.
Il telefono non si accese.
Mi alzai e mi avvicinai a dove era seduto l’uomo, uno scalino più in basso. “Tenga, intenta lei…” mi disse porgendomi la carabattola. La presi e provai. Nessun segnale. Riprovai. Lo schermo rimaneva nero. Riprovai ancora, e dissi che niente, non andava. Mi dispiaceva ma non andava proprio. Glielo ridetti indietro, e lui, mettendoselo nella tasca della giacca: “Non si preoccupi senior, era para…provvare…me intiende, sì?” “Sì…sì, più o meno.” e fu il mio turno di sorridere: era mio compito fare sentire a proprio agio uno straniero, specialmente un uomo solo e di una certa età, come sembrava essere il mio inaspettato interlocutore. “Me hanno derubato e l’unica cosa che tengo è el teléfono che no gira…” e abbassò gli occhi, come in preda alla più grande delle disperazioni, quelle che prevedono il solo silenzio come palliativo. “E’ stato sfortunato…” dissi, “…è andato dalla polizia?”. “Soy stato, soy stato…” “E?” “…Ho pressentato la…denunja se dice, no?”. Annui; avevo capito il senso. “…E todo aquì. Domani devo volare, devo volver…tornare! Tornare in Cile. Volevo chiamare mi hija para advisare…” “Dal Cile viene!”. Lui sorrise e fece sì con il capo. “Ma vuole chiamare con il mio cellulare?” domandai; “Oh, no, muy gentile ma non si preoccupi, chiamerò dall’hotel.” “Dove sta?” “Un hotel sulla carretera principal, el…el…” e si mise il palmo della mano davanti al viso, sfiorandosi con l’indice la fronte tra le due sopracciglia folte, “el Rinasimiento? Conosce?”. Non so perché feci quella domanda: non avevo idea dei nomi degli alberghi di Venezia, e neanche dei loro indirizzi. Feci no con la testa, e l’uomo tornò con le spalle mogie, quasi a intristirsi. Cercai di tenere viva la conversazione; se non l’avessi fatto mi sarei sentito in colpa: “E’ venuto qui da solo?”. Lui annuì, e, questa volta allargando le spalle in un gesto di fierezza, parlò: “Soy venuto para recordar la mia luna de miel…sa…”, e le spalle di nuovo si abbassarono, “…mia esposa è muerta di cancro dos meses atràs…se chiamava Celeste…”. Rimase in silenzio e io anche, sperando continuasse a parlare. Il mio era un invito: di amori perduti per sempre ne sapevo quanto del diritto e dell’economia del teatro, un qualcosa di sentito e abbozzato, e tra le due materie, la mia attenzione era ben coscia di quale fosse la preferita. “Se somos sposati che tenevamo sedici anos, piensa? Sedici anos…ho tenuto e cresciuto con esta quattro hijas…”. “Quattro…e tutte donne?”. “Tutto chicas. Avrei desiderato el hombre ma mas bonito di mie hijie non ne estas…me creda!”. Ci credevo. “Siamo stati sposati, io e Celeste, para cinquanta anos…Es una vida…ah, che vida extraordinaria…” e gli si velarono gli occhi di quella patina che aveva mio nonno quando parlava del calcio anni sessanta. E con quel velo prese ad osservare attentamente un punto preciso, forse nel canale, forse nel marmo ombreggiato, dove, avevo interpretato io, rivedeva la sua Celeste. “Siamo venuti a Venezia para la luna de miel, e ce somos enamorados della città. Lei se era enamorada de Venezia, io di ella, quindi io mi soy enamorado de Venezia, sa…oh, ma lei sa como gira con le chicas, lo sa muy bene, no?”. Sapevo come funzionava, nel senso che era difficile far funzionare le cose, ma in quel momento le mie esperienze non avevano alcuna importanza. “Scusi, estoy annoiando?” chiese l’uomo. “No, no, macché!” risposi con sincerità, ma diedi comunque un’occhiata al cellulare per non perdere la nozione del tempo: avevo un treno che sarebbe partito di lì a quaranta minuti e non volevo rimandare l’appuntamento al successivo nonostante l’incontro così intrigante. Il mondo correva e io dovevo adeguarmi. “Le va un caffè?” chiesi. Lui diede un’occhiata furtiva all’entrata della stazione, dietro di noi, e poi mi guardò. La mia proposta sembrava averlo messo in difficoltà, ed era piuttosto chiaro il perché: ero io ad essere lento di comprendonio. “No tengo dinero senior…” sussurrò inclinando il capo, come in segno di scuse. “Pago io, non si preoccupi. Sarebbe un piacere! Ma solo se continua a raccontarmi di Celeste…” “Es un pacto?” “Un patto, sì.”. Gli tesi la mano, e lui me la strinse e disse in un tono roco e incisivo: “Trato fatto! Affare fatto!”. Mi alzai e lo aiutai a tirarsi su. Ci incamminammo verso il bar lentamente; gli stetti a fianco, per afferrarlo nel malaugurato caso fosse inciampato su se stesso. Le gambe erano chiaramente incerte e tremanti.
Ci accomodammo su dei divanetti rossi illuminati da dei faretti tondi. Il cameriere in camicia bianca poggiò i caffè sul tavolo e pagai il conto. L’uomo continuò a raccontarmi del suo matrimonio, della sua Celeste, delle passeggiate in Riva degli Schiavoni, delle ore silenziose sul Ponte di Rialto, e delle lunghe chiacchiere spese sulla spiaggia del Lido. “Do semane più extraordinarie della mi vida…” e lo disse sempre fissando quel punto dove appariva, e appariva solo a lui, Celeste. Ne ero sicuro. Il caffè fu pessimo, come qualsiasi caffè ai bar della stazione, quindi uscimmo ancora sul piazzale baciato dalla luce del primo pomeriggio. Lo aiutai a scendere la scalinata, e, prima di salutarlo per sempre, chiesi il suo nome, che ancora non mi aveva rivelato. Si chiamava Cortez. “E lei, senior?” “Pube, puberamato. E’ stato un enorme piacere, signor Cortez.”. “Es un gran piacere para mi, le prometto.”: intendeva dire “le assicuro”. Ci stringemmo la mano; aveva una mano davvero imperiosa e ruvida, come se la pelle si fosse consumata a forza di lavorare e sperare. “Ora dov’è diretto?” chiesi, “Torno all’hotel, prepar i le…valligie?”. “Valigie, sì. Ci torna in…con la barca?” (Inizialmente intendevo usare il termine vaporetto, ma con barca ero sicuro d’essere compreso) “No, caminando, senior! Caminando!”. Non potevo permettere che quell’uomo percorresse da solo le calli affollate, quindi mi proposi per un ulteriore aiuto. Tirai fuori il portafoglio e contai otto euro: erano gli ultimi spiccioli che avevo per la settimana. Cortez disse di no più volte, non intendeva accettare denaro da me. Ero stato già troppo gentile ad offrire il caffè, sosteneva. Ma io insistetti, sottolineando che non c’era niente di disonorevole: era un uomo solo in una città straniera e senza un soldo; con quella piccola somma sarebbe riuscito ad acquistare il biglietto del vaporetto e a tornare senza affanno in albergo. Con un viso serio e riflessivo, gli occhi luccicanti, prese infine i soldi e mi ringraziò. Ci salutammo stringendoci nuovamente la mano, gli augurai buona fortuna e mi indirizzai ai binari, accelerando il passo. Tra il caffè e il congedo, avevo perso davvero la cognizione del tempo. Riuscii a salire in carrozza qualche secondo prima del fischio del capotreno, che annunciava l’imminente partenza.
Passò l’inverno e la primavera, poi l’estate, e arrivò l’autunno. L’esame di diritto ed economia del teatro non l’avevo ancora passato, ma quel giorno, un giorno grigio con grandi nuvole che promettevano un acquazzone, tornavo verso la stazione dal corso di storia del cinema europeo. Questa volta galoppavo zigzagando tra i fitti passanti: avevo il treno che sarebbe partito tra una decina di minuti. Feci la scalinata ma mi fermai a metà. I miei occhi, che sondavano distrattamente le persone che occupavano lo spazio in rialzo, videro un uomo con un cappello in feltro e una giacca scintillante ai bordi: era Cortez. Controllai il cellulare, avevo ancora qualche minuto, quindi stetti in piedi ad osservare da lontano. Era seduto più o meno dove c’eravamo incontrati noi quasi un anno prima. Vicino a lui era seduta una coppia di studenti, lui con i jeans strappati e lei con una fascia rossa al posto del cerchietto. Cortez tirò fuori dalla tasca il cellulare nero e prese a premere i tasti come aveva fatto con me, come un grillo balza di qua e di là, e sbuffò con quei suoi occhi tristi; la coppia prese a fissarlo, si consultò confabulandosi nelle orecchie, e il ragazzo si fece avanti, indicando il cellulare. Cortez gli sorrise con le sopracciglia mogie. Io non avevo più secondi disponibili, e ripartii: attraversai il salone affollato, leggendo al volo il numero del binario sul grande schermo nero a led, e mi ci diressi. Una volta salito sul convoglio, poggiai lo zaino su un sedile e mi sedetti anch’io, levandomi prima il cappotto nero.
Respirai profondamente e mi guardai attorno: c’era una signora bionda con un piccolo cane al guinzaglio e una studentessa dai capelli lisci e bruni con l’acne, che guardava fuori dal finestrino. Guardai anch’io fuori dal finestrino, fissando un punto anonimo, una colonna portante dell’imponente pensilina. Cominciò a piovere. Pensai a Cortez, a come aveva fissato anche lui dei punti, quei punti in cui avevo immaginato esserci stata la forma bellissima e sensuale della sua Celeste.
Non potevo sapere se l’avesse proiettata o meno, ma conclusi che sicuro ci aveva proiettato i miei otto euro.
