
Avevo già segnato due goal, ed il primo era stato proprio una gran bel goal. Lanciato sulla fascia, avevo stoppato il pallone con il mio piede, il destro, l’avevo sfiorato ancora con la punta, prima del mio avversario incontrista, facendolo carambolare verso la linea di fondo, ero corso a recuperarlo, m’ero infilato senza intoppi dentro l’area, avevo evitato la scivolata di un altro difensore, portandomi il pallone verso l’interno con la pianta del piede, e poi con l’esterno a giro l’avevo insaccato sotto l’angolo lontano, con il portiere, quel bestione di due metri, con già i baffi e le sopracciglia spesse sopra gli occhi scuri, a guardare meravigliato la traiettoria, perché altro non poteva fare. La squadra mi aveva portato in trionfo davanti agli spalti, i miei compagni mi abbracciavano forte, il pubblico urlava di gioia, in piedi applaudivano, e applaudivano. Ero Elpuberamato, il nuovo goleador del nord-est, la fascia che poteva giocare anche ala, l’ala che poteva giocare anche mediano, il mediano che poteva giocare anche terzino, il terzino che era anche il nuovo goleador del nord-est. Mio padre diceva: “Quello è mio figlio!”, lo zio che lo accompagnava: “Quello è mio nipote!”, mia madre che suggeriva di sistemarmi la maglietta a strisce gialloverdi, disordinata all’altezza della cintola.
Il secondo goal fu su calcio d’angolo. A batterlo era andato il nostro kicker, Marco Favaretto: non sapeva fare altro che usare quel suo collo del piede per sparare pallonate dove il buon senso, a volte suo, a volte del mister, avesse consigliato di mirare. La palla arrivò giusto in mezzo allo sciame in movimento come un’aquila plana sulla sua preda. Ma in questo caso, la preda, il nostro ariete dai cinque metri, il taurino e capelli a punta Alessio De Rico, saltò per incontrarsi con l’aquila, con quel rapace a pentagoni cuciti bianchi e neri. La luce del sole aveva coperto la mia visuale; stavo appostato dietro la linea bianca dell’area. De Rico diede un’incornata di mestiere ma il portiere, quel baffuto che pareva appena arrivato dal Messico piuttosto che da Mignagola, parò il colpo, il pallone finì sui piedi di un difensore avversario, che, senza patemi, si girò e cercò di lanciarlo più in là possibile, cosa che gli riuscì male, perché me lo ritrovai io tra i piedi, e allora gli diedi una calciata che lo fiondò diretto (in realtà con qualche carambola, ma bisognerà pur romanzarle le storie) sotto il sette (vicino al palo, ma raso al terreno) dell’hombre, a cui non era rimasto altro che battere il braccio sconsolato, mentre disteso bestemmiava qualche dio azteco.
Ero in estasi, i compagni mi arruffavano i capelli, mi spingevano; dal pubblico mio padre si guardava attorno incredulo, “Sono io che l’ho procreato! Sono io l’antenato di quei piedi!”, mio zio che sosteneva: “…E mia sorella l’ha partorito!”. Sentivo applausi e urla, la tribuna avversaria a lato ammutolita, io alzavo le braccia in pose epiche, stringevo i denti: sarei stato il più grande di tutti quell’anno! Mamma intanto mi faceva il gesto di reinserire la maglia dentro i pantaloncini.
Due a zero quindi. Avevo le gambe che erano arzille come due Mentos bagnate nella Coca Cola, i polmoni che sbuffavano come una locomotiva in corsa, il viso di un bambino eroe, come quelli dei cartoni animati. Il mister mi suggeriva di mantenere la calma e la concentrazione, io che pensavo: guarda questo coglione che parla ancora, cosa ne può sapere lui dei miei piedi votati alla volta celeste della Coppa Campioni. Poco dopo, persi palla due volte in mezzo al campo, gli avversari avanzarono, si fecero beffe di Marco Favaretto, che senza qualcosa da calciare davanti a sé era perso come un pinguino in una foresta tropicale, e segnarono il due a uno. Il mister sbraitò qualcosa a tutta la squadra e poi a me: disse che non potevo perdere dei palloni in modo così balordo. Balordo sei tu con quel giubbotto da taglialegna, inveii con gli occhi. Passò l’intervallo, in cui io e il mister avevamo due idee diverse sullo schema da utilizzare. Lui voleva triangolazioni su triangolazioni per arrivare con un’azione armoniosa davanti alla porta; io sussurravo ai miei compagni di passarmela, mi sarei arrangiato con l’agilità e l’eleganza che mi avevano sempre contraddistinto. Loro non potevano capire, che ne sapevano dell’agilità unita all’eleganza, unita al talento?
Pareggiarono con un goal sbilenco, una serie di carambole e un calcio da un metro, a porta vuota. Quei cani randagi del Mignagola. Ora dalle tribune si levavano incitazioni e minacce, la nostra tifoseria diceva ladri alla tifoseria avversaria, la tifoseria avversaria diceva bastardi alla nostra, qualcuno diceva che erano solo dei bambini, i loro bravi bambini, gli altri bambini canaglie figli del demonio. Verso l’arbitro le braccia si levavano unite e le offese in coro: quel pover’uomo faceva da paciere cornuto e fallito.
Durante un minuto che si avvicinava al novantesimo, presi palla, scartai due cani randagi, la passai al mio compagno di squadra Federico Tonello, detto Gambe Incriccate, perché non aveva imparato ad usare le due leve sotto il busto come gli altri bambini, dato che ogni volta sembravano ribellarsi ai suoi comandi, e lui me la ripassò lunga: proprio grazie all’inaspettato moto che Gambe Incriccate aveva conferito alla sfera, riuscii, correndo come un centometrista, a trovarmi a tu per tu con il portiere messicano, spiazzando in un sol colpo l’intera difesa ringhiante. L’hombre mi si fece incontro ed era davvero alto e imponente, allora temporeggiai, finché sentii conficcarsi qualcosa nella gamba destra come un fulmine cade a terra, quindi rotolai urlante per il dolore. L’arbitro fischiò rigore (un bravo cornuto), e io rimasi disteso qualche minuto per riprendermi dal brutto colpo. Quando mi rialzai avevo gli occhi che promettevano vendetta. Marco Favaretto prese il pallone tra le mani per portarselo sul dischetto; a petto in fuori mi avvicinai, glielo rubai dalla presa, e ci andai io, sul dischetto. Il mister mi chiese se ero sicuro, non gli risposi neanche a quel professor di sfiga e sfiducia. Il pubblico era silenzioso e nervoso, sentivo la loro tensione percorrermi la spina dorsale, ma cercai di non darci peso. L’arbitro alzò il braccio destro, io avevo fatto qualche passo indietro, il portiere avversario aveva allargato le braccia, e caspita, quell’hombre maledetto aveva un’apertura che sembrava sfiorare con le dita i due pali. Cercai di non dare peso anche a questo.
L’arbitro fischiò, io mossi un piede dopo l’altro, tranquillo, portentoso: pronto. L’hombre fece un balzo a destra, uno a sinistra, sentii la terra tremare, sentii che poteva arrivare ovunque, lo vidi immenso come un gigante delle favole; tirai, l’hombre si buttò nella giusta direzione, ma non agguantò il pallone. Non l’agguantò perché l’avevo tirato talmente lontano dal palo che finì sul campo da baseball, trenta metri più in là.
Incollai le mani alla faccia, gli occhi che guardavano l’erba verde tagliata al millimetro, palcoscenico della tragedia. I compagni facevano no con la testa, il mister pure. Mio padre che domandava: “Di chi è figlio quel cagasotto?”, mio zio che gesticolava schifato e quasi offeso, mia madre che applaudiva e ripeteva divertita: “Bravo lo stesso!”.
La partita finì due a due, grazie a due goal di quello che poteva diventare il più prolifico marcatore del club, per colpa di quello che venne soprannominato di lì in poi “Il Cagasotto”.
