
Il cattolicesimo tentò di penetrare nella mia vita in un periodo in cui dividevo i pensieri e le preoccupazioni in tre attività determinate che alternavo, mantenendo per ognuna grande impegno e una dedizione quotidiana: il doppio passo alla Ronaldo, il livello del ponte di legno di Crash Bandicoot e la visione e il seguente entusiasmo per ogni puntata dei Cavalieri dello Zodiaco. Non esisteva altro per quel che riguardava i miei interessi. Poi si doveva aggiungere la scuola, i compiti e le interrogazioni che cercavo di superare con il massimo dei voti per far contenti i miei e anche un po’ me stesso: erano i tempi dei “bravissimo” sprecati, e chi pensava non sarebbero più tornati? Avevo le lezioni di pianoforte, che erano noiose, terribilmente noiose, e meno studiavo più diventavano ripetitive, perché rimanevo sempre sullo stesso brano che era un la si la sol la si e poco altro, e i disegni: provavo una certa soddisfazione nel creare con la matita personaggi fantasiosi, cavalieri, cowboy, eroi e lottatori samurai, soddisfazione che stava all’estremo opposto della repulsione che provavo quando arrivava il momento di colorare. Io avevo creato la struttura e bastava: mica potevo fare tutto.
In questo calderone lo spazio era risicato, ma mamma riuscì a convincermi che catechismo lo dovevo frequentare. Non le interessava molto da un punto di vista religioso, lei e mio padre la domenica mattina hanno sempre dormito, e raramente mi hanno costretto a presenziare alla messa. Qualche Natale e Pasqua al massimo, quando i nonni erano ancora sani e abbastanza vecchi da non aver altre scuse per ritrovarsi con gli amici. Quello che le interessava era che potessi fare i vari sacramenti, perché ero già battezzato e perché così funzionava: erano delle abitudini più che dei riti, dei motivi per ritrovarsi come il Natale, solo che la scusa sarei stato io e non Gesù. All’inizio fui restio, il doppio passo non decollava come speravo nei campi da calcio ufficiali, il livello di Crash Bandicoot bloccava i progressi e i Cavalieri dello Zodiaco erano arrivati alla prima delle dodici case. Ne avevo di cose da sbrigare, ma lei fu perentoria e poi sfilò la carta che risultò vincente: ci vanno anche tutti gli altri tuoi amici.
Per cui, un martedì pomeriggio, dopo aver pranzato di ritorno dalla mattinata a scuola, feci lo zaino in cui misi un quaderno e una penna, e mi feci trasportare sulla Pegeout 205 rossa di mia madre dietro la chiesa, dove stava l’oratorio, un edificio a più piani grigio e spoglio, come fosse stato un blocco caduto direttamente dal cielo.
La classe era formata grossomodo dagli stessi compagni di scuola che avevo salutato qualche ora prima: era una specie di rientro. Pure la maestra di catechismo, se è questa la definizione corretta, svolgeva ufficialmente il ruolo di insegnante di matematica. Ci diede un libro con Gesù in copertina e tanti bambini che lo abbracciavano, ci spiegò le solite cose sui miracoli, sullo Spirito Santo, sulle parabole, quando il mio amico Giulio mi fece vedere cosa aveva nello zaino. Qualcosa che mi fece scalpitare: un pallone da calcio. Disse che dietro c’era il campetto e che, se la lezione finiva prima, avremmo organizzato una partita al volo. Come sperato, la lezione durò quaranta minuti a fronte dell’ora e mezza programmata, quindi appena fuori, noi maschi ci dirigemmo sul retro, dove un campo verde poco curato e con qualche erbaccia di troppo ospitava due porte da calcetto con le reti bucate. Nessuna linea, nessun arbitro, nessun mister a ordinare come muovermi. Una volta fatte le squadre, mi posizionai sulla fascia destra e appena il pallone era saldo tra i miei piedi, partivo con i doppi passi ad ubriacare gli avversari o ad inciampare sulle mie stesse gambe. Ero libero di tenere la palla quanto volevo, di giocare come volevo, di passarla a chi volevo senza l’obbligo di doverla dare al più forte della squadra, nominato più forte solo perché più grande di un anno o due.
Quando mamma mi chiese com’era andata non potei che ringraziarla. Che bella idea aveva avuto, che bella lezione, che bella partita, che personaggio questo Dio! Che suggeriva alla maestra di lasciarci giocare sul prato piuttosto che stare seduti ad ascoltare altri insegnamenti morali su come dovevamo condurre la vita!
Ben presto quello che avevo creduto si rivelò un’ingenua incomprensione. Ci fu ancora qualche lezione in cui aprivamo la porta al primo segnale di permesso e correvamo veloci, pronti a prendere a calci il pallone e a migliorare le finte, fino a che l’istituzione della chiesa non calò le prime truppe di rappresentanza e di repressione: le suore. Intabarrate con il vestito blu e il cappuccio, incombevano nello stanzino e ci bloccavano lì fino a che le campane non rintoccavano alla mezza dell’ora. Ci facevano disegnare Dio, e appena finivo il compito, sostenevano che era carino, ma che Dio non aveva un aspetto così arcigno e di sicuro non utilizzava la sciabola, e non aveva i baffi arricciati e il codino. Potevano disegnarlo loro allora, pensavo. E mentre noi davamo spazio alla nostra fantasia con la matita, che veniva appunto ridimensionata a lavoro ultimato, loro predicavano e ripetevano cosa si doveva fare per essere dei bravi cristiani, dei perfetti cattolici, e dei rispettosi credenti.
Mamma mi vedeva sempre più dubbioso, e la cosa la preoccupava: non tanto per la fede, non l’aveva neanche lei, ma dato che nel frattempo avevo mollato le lezioni di pianoforte, aveva il timore che dovesse fare una guerra per convincermi ad arrivare alla cresima. Io intanto ero sicuro di una cosa: avevo già dei genitori che mi dicevano come comportarmi a casa, delle maestre che mi dicevano come comportarmi a scuola, e un mister che mi diceva cosa fare agli allenamenti e alle partite. Ci mancava solo un tizio lontano e dall’aspetto nebuloso che mi comandasse sui pensieri. Anche perché quando Crash Bandicoot cadeva dal dirupo, scivolando sempre dallo stesso pezzo di legno, i pensieri prendevano una piega che di certo a Dio non sarebbe piaciuta.
Ed ecco che, come se ci fosse davvero qualcosa di soprannaturale a far girare i moti umani, arrivò il momento della prima confessione e della prima comunione. E con loro, la corazzata di toghe nere casual e bianco-dorate da cerimonia: i preti. La parrocchia ne aveva due, don Bruno, un uomo alto, magro, anziano, con il naso che poteva fare da stabile pensilina nei giorni di pioggia, e don Riccardo, basso, pochi capelli, occhio scaltro, eccellente affarista. Mio nonno sosteneva che don Riccardo aveva più l’indole del rabbino che del prete, mia mamma diceva che era uno che sapeva come far andare avanti le cose, e io, al primo incontro, cercai di evitarlo perché leggenda narrava che qualsiasi cosa tu confessassi, ti sarebbero spettate tre Ave Maria per ottenere il perdono. Don Bruno, con la sua placida andatura dinoccolata, te ne ordinava solo una. Alla coda in chiesa, coda immaginaria sparsa tra i banchi in legno, le suore davano il via per entrare nei confessionali, due (evidentemente il paese peccava di gran lena); io speravo così tanto di entrare in quello dove sedeva don Bruno che mi misi a pregare. Pregai il buon Dio per farmi confessare dal prete che mi avrebbe dato una punizione inferiore per i peccati commessi verso lo stesso buon Dio. Fu una delle poche volte che pregai, ma funzionò. Finii nel confessionale giusto, che assomigliava ad un buio ripostiglio, con una seggiola scomoda e una grata dalla quale si intravedeva un don Bruno con gli occhi chiusi e il mento basso: sembrava stesse dormendo. Io attesi istruzioni, era la prima volta che mi cimentavo con le colpe. Si mise a mugolare in fretta, poi toccò a me elencare i peccati. Parolacce e bestemmie, altro non avevo ancora combinato. Mugolò di nuovo qualcosa, tra cui “una Ave Maria” e mi congedò con la mano che tracciava un segno della croce.
Recitai un’Ave Maria veloce. Fu una gran giornata, anche perché appena finita la processione di peccati e perdoni, alle suore e ai preti sembrò giusto lasciarci stemperare la tensione accumulata con una partitella all’aria aperta. Ormai il doppio passo era diventato un simbolo tangibile del mio talento, che stazionava tra il bravo e il molto bravo, e dovevo cercare un altro strabiliante talento da imitare e da realizzare con fluidità e compostezza. Scelsi le punizioni alla Recoba.
Il giorno della prima comunione fu un giorno rivelatore: capii che forse, mettendoci un pizzico di accondiscendenza in più, questa cosa dell’essere devoti a Dio non era poi così terribile: mi arrivarono un bel po’ di soldi e il primo orologio da polso, con il cinturino metallico arancione. Mamma dichiarò, come fosse una promessa, che, se questa era la comunione, avrei dovuto vedere cosa mi sarebbe arrivato per la cresima. Sapevo che stava cercando di invitarmi a non demordere, a continuare a frequentare il catechismo ma, in fondo all’animo e neanche troppo in fondo, desideravo quei regali.
Decisi che un equilibrio si poteva pur trovare.
Cominciai a fare di sì con la testa a tutto quello che le suore dicevano, Dio era buono, sì, Dio era caro, sì, Dio quando lo disegnavo non doveva avere spade o armature, solo una tunica lisa e un sorriso gentile, sì. “Bravissimo!”. Loro diventavano quindi più disponibili, e io e miei compagni, che sembravano aver capito l’antifona quanto me, riuscivamo a recuperare sempre dei minuti preziosi per qualche scambio di passaggi o una partita a chi arrivava prima a due goal. Le punizioni miglioravano.
Gli anni passarono con don Riccardo che spesso ci interrogava sugli avvenimenti legati alla Bibbia, ci ammoniva su quello che dovevamo e non dovevamo fare, e io annuivo senza batter ciglio. “La cresima è una scelta seria!”. E, come fossi un cucciolo di cane da ammaestrare, appena potevo lasciare la posizione di bravo credente perché avevo dimostrato di saperla recitare, me ne tornavo a scorrazzare felice tra i campi per quegli scampoli di tempo che rimanevano.
Intanto abbandonai il livello del ponte di Crash Bandicoot, troppo ostico, e passai direttamente a Crash Bandicoot 2; e oltre ai Cavalieri dello Zodiaco, mi appassionai a Dragon Ball, Yu Yu degli Spettri e One Piece.
Le punizioni alla Recoba erano state collaudate: ero pronto.
Il gran giorno arrivò e mi ero vestito a puntino per l’occasione: una camicia bianca, dei pantaloni di velluto a coste marroni, delle scarpe grigie nuove e sgargianti della Nike. Divenni “Soldato di Dio” ripetendo la formula che don Riccardo mi invitò a ripetere. Lo zio Alberto, zio da parte di mamma, nel ruolo di padrino, recitò al mio fianco ciò che toccava recitare al padrino. Era fatta. Una volta fuori dalla chiesa, cominciò la consegna della lunga sfilza di bustarelle sonanti e di regali più o meno inattesi: un maglione, il primo cellulare, un videogioco della Play. La consegna continuò a singhiozzo fino a che non ci sedemmo a tavola, in una sala illuminata da un sole tiepido che stendeva i suoi raggi sulla vallata in cui si affacciava l’agriturismo scelto da mio padre.
Addentando un pezzo di carne al sangue, lo zio Alberto mi chiese qual era il prossimo passo: se sposarmi o cominciare a presenziare a messa. O diventare prete (questo lo disse ridendo).
Io risposi che il prossimo passo era evidente: ero pronto a giocare nell’Inter.
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