SUI RAPPORTI TRA PRESUNTI O ASPIRANTI O MEZZI O TOTALI ARTISTI

Stringo la mano al mio amico Giacomo Tonin. Siamo in piedi davanti al porticato che ospita le vetrate del bar. Ci chiediamo come stiamo, io sto bene, lui mi dice lo stesso, e effettivamente lo vedo bene, fresco, la pelle distesa, il viso d’un magro vigoroso, il sorriso gentile e umile. Dall’uscio del locale annunciamo che ci accomodiamo fuori, sul plateatico che si affaccia alla strada grigia e sconnessa trafficata da autobus e biciclette traballanti e allegre. La barista, il viso serio e insoddisfatto del turno che arranca, fa sì con la testa. Giacomo Tonin mi da una pacca sulla spalla e mi accompagna in una sorta di invito e sostegno fino al primo tavolino libero dello spiazzo arieggiato dallo smog e dagli andirivieni degli impiegati, degli adolescenti, di qualche casalinga. Ci sediamo distendendo le schiene e allungando le gambe, ci mettiamo comodi come fossimo a casa, ognuno a proprio agio; è bello rivedere il mio vecchio amico Giacomo Tonin. Uomo in gamba, che con coraggio e dedizione sta costruendosi la strada verso il successo e l’appagamento personale, fidanzato onesto e fedele, che raccomanderei perfino a mia sorella, amico indispensabile e giusto, che mai ti lascia solo ma mai invade gli spazi intimi. Non ci fosse stato Giacomo Tonin nella mia vita, metà sarei! Sarei la metà di quello che sono!

Si sistema la giacca nera che gli esalta le spalle, evidentemente allenate negli ultimi tempi. Io tiro fuori una sigaretta, gliene offro uno, mi dice che ha smesso, lo guardo sorpreso, ne parliamo un po’. Poi parliamo di cosa ha fatto lui negli ultimi tempi, dell’album che ha pubblicato con il gruppo, si interrompe e mi dice che ha letto il mio libro tra le altre cose. Gli chiedo come l’ha trovato. Sorride e dice che, tranne la parte della rincorsa in moto, l’ha trovata proprio una bella storia, originale e ben costruita. Sorrido. La parte della rincorsa in moto non gli è piaciuta. Sorrido. Faccio finta di non aver sentito, di concentrarmi sui complimenti. Sorrido. Non ci riesco.

Domando: Cos’ha la parte della rincorsa in moto che non va?

Lui fa un verso, uno sbuffo smorzato, e gesticola con la mano. Dice che non è che ha qualcosa che non va.

Rispondo: Ah.

Penso: E allora perché blateri?

Lui si sente in dovere di dare una giustificazione al suo parere. Dice che l’ha trovata artificiosa, costruita a puntino. Lei, lui, la moto.

Lo guardo sereno. Rispondo, dopo qualche attimo in cui faccio finta di aver preso in considerazione la sua critica: Sai che forse hai ragione.

Penso: Cosa può capire questo babbuino che ha strimpellato la chitarra per tutta la vita?

Dice che è un’impressione, nulla più.

Rispondo: Ma figurati, mi fanno piacere le critiche. Se costruttive, si intende.

Penso: Hai presente le critiche costruttive, babbuino?

Lui sorride e dice che certo, vuole essere una critica costruttiva.

Sorrido anch’io con lui, ma sono teso. La barista con la faccia seria si ferma a fianco del tavolo grigio e luccicante; ha un blocchetto di carta e una matita in mano. Ordiniamo due caffè. Se può portarci anche due bicchieri d’acqua da rubinetto. Fa di sì con la testa, sorride: ce li avrebbe volentieri spaccati in testa i bicchieri. Non le tazzine, immagino: quelle sono troppo leggere.

Torno sull’argomento con una nonchalance affettata, gioco con un laccio della scarpa del piede che penzola sopra la gamba d’appoggio. Dico: Ma quindi elimineresti la parte e basta? O metteresti una macchina al posto della moto?

Risponde che non saprebbe.

Rispondo: Ah.

Penso: Quando uno non sa, tace.

Aggiunge che forse la taglierebbe, sì. Magari si spiega che sono comunque venuti in moto, ma si accenna e basta, senza soffermarvisi troppo.

Dico: Bell’idea effettivamente.

Penso: Bell’idea di merda.

Arrivano i caffè e i bicchieri d’acqua. E’ tutto sul tavolo. Ringraziamo la barista, lei ci ringrazia con la meccanica della cortesia. Tiriamo entrambi le labbra con occhi complici, per scherzarci su, sulla barista intendo, non sul mio libro, e men che meno sulla parte della moto. Prendiamo le tazzine, ci soffiamo sopra. Prima di bere dico: Ah, ho ascoltato il tuo album.

Giacomo Tonin blocca la tazzina che stava per sfiorargli le labbra. Dice: Ah. E?

Bevo il caffè in due sorsi, gracchio di piacere per l’aroma, appoggio la tazzina al piattino. Ridistendo la schiena.

Dico: Non è male. Tranne la traccia due, quella in cui hai l’assolo lungo.

Sorride. Sorrido.

Dice: E cosa non ti torna?

Pensa: Il tuo libro, fa una cosa. Brucialo.