SU QUALCOSA DELL’ADOLESCENZA

Dopo aver leccato per la prima volta una ragazza in mezzo alle gambe, convocai una riunione d’urgenza con la mia banda. Dovevamo parlare: io dovevo parlare.

Ci trovammo a casa di Richi, dove aveva sede il nostro quartier generale. Era un garage, di quelli seminterrati con la rampa che funge da fossato e insieme ponte levatoio per amici e genitori. Eravamo seduti attorno ad un tavolo di legno, malconcio, con qualche parte graffiata e qualche altra sradicata; la penombra ci illuminava a metà il volto.

Richi chiese: “Allora?”. Lo chiese con il petto alto, i capelli mori che scintillavano grazie al gel e a un raggio di sole che penetrava da una piccola grata. In coro, lo seguirono Fede e Pippo: “Sì…allora?”.

Li guardai. Mi concentravo per riportare alla mente gli istanti salienti. Parlai.

“Beh…all’inizio lei era vestita…sul divano…distesa…”.

Richi fece un cenno muovendo il palmo della mano a destra e sinistra, come dire: questo non ci interessa. Fede fece lo stesso gesto di Richi. Pippo rimase attento; sotto la montatura tartaruga e i ricci scarmigliati trovavano posto gli occhi più curiosi della banda.

Pensai di ripartire. Rimescolai le carte nella mente, le ridisposi, quindi parlai.

“Aveva le gambe aperte davanti a me…”

Richi annuì con la testa, Fede annuì anche lui, mettendo in risalto a ondate la modesta pappagorgia. Pippo allungò la sua curiosità.

La partenza era buona.

“…sembrava…una…come…una sorta di…”, morsi il labbro e guardai il soffitto per trovare la giusta metafora, e la parete scalcinata agli angoli aveva giustappunto quello che mi ricordò l’oggetto della descrizione.

“Una fessura! Ecco…”.

Fecero di sì con la testa; stavano immaginandomi nel bel mezzo di un film porno, film che visionavamo con una certa frequenza, in modi diversi a seconda della presenza o meno degli stessi amici.

“Poi la fessura si è aperta, come da sola, come un fiore…”.

Risero, ognuno a modo suo.

“…Ma non sembrava un fiore, più una…una…”.

Ognuno mi guardò concentrato su quello che stavo per dire.

“Una lumaca!”.

“Una lumaca?” chiese Fede; Richi gli mise una mano sull’avambraccio come a dire stai buono. Pippo sognava ad occhi aperti.

“Sì, una lumaca. Quindi mi sono avvicinato e…l’odore era, come posso dire, sicuramente forte, decisamente forte, non buono, ma neanche cattivo…mmm.”. Sull’odore non ne venivo fuori. Decisi di passare alle papille gustative.

“L’ho sfiorata con la punta e ho sentito un sapore…come posso dire, sicuramente forte, decisamente forte, non buono, ma neanche cattivo…mmm.”. Neanche con il sapore andavo granché bene; Pippo si sistemò gli occhiali, era tornato in sé. Richi prese parola con i suoi modi giusti e autorevoli.

“Ma com’è stato? Cos’è successo? Lei faceva qualcosa?”.

“Maaaaahhh, è stato pieno di liquido e. E. E. E scivoloso, anche. Ci sono tante protuberanze…”

“E lei? E lei?” fece eco Fede, piegando le braccia sopra il tavolo.

“Lei faceva versi, poi stava in silenzio, poi faceva versi, non saprei…”

Anche Pippo aveva le braccia riverse sul tavolo e annuiva convinto del mio racconto.

“…E il clitostide? L’hai trovato il clitostide?”.

“Eh sì, il clitostide, eh!” fece Fede con la bocca aperta e gli occhi persi e luccicanti di desiderio. Pippo mi fissava, pronto a carpire ogni parola, ogni indicazione, la mappa che avrebbe spiegato liscia e chiara quando fosse arrivato il suo turno.

“Il clitostide…mmm…non saprei…”. Tutti mi guardarono tra lo sbigottito e l’atterrito e un po’ l’incredulo. “Come non sapresti?” chiese Richi allargando il braccio destro.

“Na, na. Non saprei davvero…”. Avevo cercato di esplorare a colpi di lingua l’intera zona sperando di arrivare ad uno scrigno magico che mi si rivelasse, come fossi stato un esploratore in un’isola deserta, ma avevo concluso che il clitostide doveva essere qualcosa che se si trovava non si sapeva di averlo trovato, come la fortuna o la felicità.

Richi scosse la testa, la piegò di lato, tamburellò le dita su un porzione di legno ancora laccato. Insistette: “E’ sopra, ne abbiamo parlato cento volte! Sopra lì, sotto il pelo, davvero non l’hai…non l’hai?”.

“Naa” feci io.

Sbuffarono all’unisono, delusi. Restammo in silenzio un po’ fino a che ci perdemmo in uno sguardo assente in cui ognuno ripercorreva la sua fantasia, le sue immagini. Io presi a sentire l’orgoglio che saliva fino a diventare vibrante sotto i vestiti. Ero stato il primo della banda a realizzare uno dei tanti progetti di cui si disquisiva ogni qualvolta se ne presentava l’occasione. Ero il più gagliardo. Dopo Richi ovviamente.

“Stasera?” chiese Pippo, che si disincantò: il viso si rilassò e tornò vispo, pronto a scherzi e battute sarcastiche che facevano fatica a comprendere perfino gli adulti.

Ci guardammo.

“Vi siete mai fatti una canna?” chiese Richi, con il mento fiero che prometteva ordine e divertimento.