
La noto in lontananza mentre cammino sicuro sul selciato pensando a quanto sarebbe carino abitare sulla casa che si staglia qualche metro sopra di me, all’ultimo piano del palazzo che da sulla piazzetta dove germogliano alberi e panchine, e che ha quel terrazzino così grazioso, in cui poter dare feste e pranzi, assolati o al tramonto, con lucine intermittenti o senza, la musica di sottofondo tranquilla e rasserenante come una tromba di jazz o sofisticata e catartica come di un mix elettronico lounge.
Fine dell’autocompiacimento, ora torniamo a noi. A lei.
Come dicevo, l’ho notata. Una ragazza. Capelli sul moro, labbra sul roseo, naso simile ad altri nasi, occhiali da sole mistificatori, larghi che sembrano un nascondiglio. Una camminata asciutta e decisa, di una che ama stare a vedetta e contemporaneamente al timone. Non lo penso limpidamente ma è come se l’avessi già introiettato dentro di me: so che, da come cammina, a letto prende a sculacciate e qualcuna indietro la vuole ricevere. Lo pretende. Ma non è questo il punto, lo è sempre per carità, il discorso letto, scopare, sculacciate, allora diciamo che non è solo questo il punto. Il punto è che forse la conosco. Faccio finta di guardare qualcosa oltre i portici lì vicino, fisso un oggetto che non mi suscita alcun interesse, un’insegna, un cestino, intanto continuo la mia camminata e lei continua la sua verso di me. La conosco? Forse no? Una che mi è stata presentata? O una di quelle che ho sempre sperato di conoscere senza mai riuscire a costruire l’occasione giusta?
Ora vedo che i pantaloni blu che indossa sono jeans, che la maglia bianca lascia sperare in un seno che balla la macumba una volta liberato dalla gabbia del reggiseno, che le sopracciglia sono arcuate e la sfumatura dell’occhio è attenta ai fastidi della vita che possono intercorrere in una passeggiata mattutina di un giorno qualunque.
Sara? L’amica di Giacomo, Giacomo che è l’amico di Matteo, Matteo che è l’amico di Gian? Sara, quella seduta vicino a Gian, quella sera che poteva essere un sabato o un venerdì sera, magari una domenica?, quella con cui abbiamo fatto serata insieme tanti anni fa in un bar che sapevo come si chiamava solo tanti anni fa nel vicolo che non ho mai saputo come si chiamasse? E’ quella Sara?
Cammino, lei cammina, siamo ai lati opposti della piazza. Distolgo lo sguardo e a tratti, brevissimi, lo riconcentro su di lei, lei, lei, lei, che si chiama…
Giulia? L’amica di Federico, Federico che è amico di Riccardo, Riccardo che è fratello di coso, coso che sta con la Fra, la Fra che è collega di Anna? Giulia, quella con cui abbiamo passato una giornata in spiaggia quando non avevo ancora i peli sul petto e l’attaccatura dei capelli mi faceva una fronte sottile e sicura, quella che mi ha schiacciato la palla addosso a schiaccia sette e poi mi ha fatto l’occhiolino e io non ci ho fatto niente perché avevo paura di usare l’uccello senza una preparazione psicofisica adeguata all’utilizzo dell’uccello? E’ quella Giulia?
Ora entrambi pestiamo i piedi sullo stesso terreno, quello grigio di lastre ben accostate fra loro a formare un puzzle grigio senza alcun immagine. Lei si ravviva i capelli, poi si lancia un ciuffo indietro, tira fuori il cellulare dalla tasca e da un’occhiata, deve esserle vibrato oppure deve sperare in qualche vibrazione che non è ancora arrivata. Metto le mani in tasca e comincio a muovere le gambe con meno naturalezza, più lentamente, fischietto un verso per mostrare una calma affettata, intanto continuo a scavare nei ricordi miei e di questa donna, o di altre mille donne. Chi lo sa.
Può essere Letizia? Letizia, l’amica dell’Alice, che è amica della Patrizia, che è amica della Marti? Quella che si è infilata alla festa del compleanno di Claudio e che ha cominciato a parlare di tantissime cose senza nesso logico e poi ha bevuto un po’ di vino e ha continuato a parlare di tantissime cose senza nesso logico ma a quel punto, per fortuna sua, aveva la scusa dell’alcol? Quand’era? Dieci anni fa? Dodici? Letizia, sei tu?
Siamo ormai uno di fronte all’altra, ci scambiamo degli sguardi fugaci che poi rimbalzano in direzioni fasulle, dove i miei occhi vedono vecchi momenti di un tempo che non c’è più, dove i suoi magari vedono gli stessi momenti, magari vedono futuri imminenti, magari mi immaginano nudo a sculacciarmi. Solo l’idea mi pizzica una natica.
Un venticello fresco fa tremolare le fronde di un albero, che muove l’ombra sulla pavimentazione, un profumo di pesca probabilmente dal collo di lei mi arriva alle narici, poi il mio “Ciao!” insicuro e scialbo, timido e pronto a scappare. Mi squadra dall’alto al basso rallentando, io la studio un’ultima volta prima di riportare la testa avanti, espirare sereno, continuare verso i miei sogni lontani e le mie direzioni.
Non la conoscevo mica.
