SUI PROFESSIONISMI

Sto seduto davanti alla scrivania, a leggere; ogni tanto saluto sorridente qualche impiegato che entra nel palazzo e si dirige ai piani, dove si diramano gli uffici. Poi torno a leggere. “Ciao!”, leggo, “Ciao!”, leggo, “Buongiorno!”, leggo. Così fino alle dieci. Alle dieci, mi alzo e vado a prendere un caffè al bar del piano terra, lo stesso piano dove staziono io. Saluto la barista, le dico che è una bella giornata, lei mi dice che è una bella giornata, bevo il caffè, pago e torno a sedermi nel mio antro, nella mia postazione riparata dal plexiglass. Torno a leggere. A salutare gli impiegati, che entrano nel disimpegno dal soffitto travato. Suona il telefono. Sbuffo. Sono il centralinista dell’associazione, devo rispondere. Aspetto un po’, magari all’altro capo rinunciano, magari trovano il modo di risolvere le loro questioni senza il mio aiuto. Il telefono continua a squillare. Non riesco a leggere. Allora rispondo: penso che prima risolvo, prima torno a leggere.

“Pronto…Buongiorno!” fa una voce rauca di donna. Sembra una donna di una certa età, la immagino bionda con i capelli vaporosi ben tenuti dalla permanente. Il viso dev’essere giallognolo e grinzoso, di chi ha fumato per molti anni e forse fuma tuttora. “Buongiorno.” faccio io. La voce che uso è distaccata ma educata. Annoiata ma disponibile. “Ho un problema con i pass. Ho mandato svariate e-mail agli indirizzi che ho trovato, ho provato anche a chiamare i numeri di telefono ma non ha risposto nessuno. Sa cosa devo fare per ricevere qualche indicazione?”. Domando, da prassi, in un unico respiro: “Pass esteri o italiani?”. Lei risponde: “Qui è complicato. Allora…”.

Inizia a chiacchierare come fossimo vecchi amici, come fossi suo marito e, dopo una lunga giornata di lavoro, avesse bisogno di sfogare i reflussi di stress accumulato. Però è mattina. E non sono suo marito. Ma, in fin dei conti, che importanza ha? Parte in quarta senza che riesca a bloccare in esordio il flusso di parole. “Ho fatto tanti passaggi tra le agenzie italiane, Star World, ImmaginiVideo, ma poi ho pensato di aprire una piattaforma che cercasse di riunire questo e quello, quindi in questa piattaforma ho a che fare con giornalisti anche stranieri, anche con alcuni iraniani e cinesi, sa? Non sempre vengo trattata come estera, dipende dalla manifestazione a cui chiedo di partecipare, richiesta che comunque VIENE SEMPRE ACCETTATA, mi creda, non è che sono improvvisata, la piattaforma si chiama…non gliel’ho detto, vero? Si chiama NewWork And Stand, abbiamo svolto…”.

Mi metto a fissare il condizionatore spento e a immaginare le asticelle che scattano una volta azionato. Poi il portapenne, dove immagino le penne nere all’interno ruotare senza spinta grazie ad una magia alla Harry Potter. Vago tra me e me in un mondo lontano, mentre la signora mi racconta i miracoli della sua carriera, miracoli che percepisco soltanto.

 “…E quindi abbiamo dovuto tornare a chiedere un pass da stampa italiana perché per quella questione avremmo pubblicato in Italia una recensione che poi è finita anche su un altro sito, DueVideo, ha presente immagino, dato che è del settore..”. L’ultima frase mi scuote, affermare che un centralinista è del settore perché “centralina” in un determinato contesto, è sbagliato. Un centralinista, al massimo, sa trasferire una chiamata o sa far finta di ascoltare o sa improvvisare una risposta che vuol dire tutto e niente. Del resto non conosce una cippa e se conosce qualcosa, è per interesse personale, non per professione. Mentre la donna passa di palo in frasca al ricevitore, un impiegato mi viene a chiedere delle cose riguardo una chiave o un foglio. Entrambi mi parlano, e io non capisco né uno né l’altro, ma faccio sì con la testa e certo con la voce. Sì, sì. Certo, certo. L’impiegato mi fa un ok con il pollice e se ne va. Chissà cosa voleva.

Al mio orecchio: “…quindi abbiamo prenotato un letto in una stanza singola che è costato una follia, per fortuna che ero con una collega di un’agenzia bulgara che conosceva un amico…”. Torno a immaginare il condizionatore che aziona le asticelle lunghe, strette e orizzontalmente disposte. Immagino anche il rumore, quel rrrrr continuo. La donna d’improvviso si silenzia. Ma io sono allerta, come quando facevo finta di ascoltare la mia ragazza al telefono negli anni in cui avevo una ragazza. Ho già pronti in sequela un “Mmm” serioso, un “Ah ah” affermativo, e un “Certo, certo” che fa ripartire il giro.

“Mmm”.

“…Il problema era evidente, non avevamo ricevuto i pass al bancone, che era quello che avevamo sorpassato appena entrati, e allora ci è toccato tornare fino a lì…” La digressione della donna finisce con la stessa domanda postami ormai un quarto d’ora fa, “…sa cosa devo fare per ricevere qualche indicazione?”. Le rispondo che deve richiamare allo stesso numero lunedì mattina. Lei mi chiede cosa cambierà lunedì e le dico che quel giorno tornerà in servizio l’impiegato specifico, che ci saranno informazioni più chiare per tutti, che verranno stabilite delle linee precise da seguire per i casi come il suo.

La verità è che lunedì mattina, di turno, c’è il mio collega.