
Per attirare un gran numero di persone ad un evento, ci sono tre possibilità universalmente e perennemente valide: convocare una buona dose di belle ragazze da sparpagliare come api nei campi in fiore, invitare una personalità di spicco che faccia il bello e il cattivo tempo nelle opinioni taciute della folla, oppure optare per un ricco, colorato, ma soprattutto gratuito buffet. La terza opzione è quella che conta più successi; l’oggetto del desiderio oltre ad essere ammirato e sognato, può essere consumato con estrema semplicità: basta mangiare. Quando allora scopro, dopo un’ossessiva richiesta di informazioni, che il gran gala o la conferenza o il vernissage a cui sono invitato, per sbaglio o perché avanzavano posti liberi, prevede un buffet a spese dell’organizzatore, indosso la giacca migliore, il pantalone con la riga in mezzo e le scarpe più eleganti che nascondo in armadio, così da poter compensare la mia trasformazione d’animo e d’indole, di essere vivente intero. Perché da umano senziente divento un maiale affamato.
Comincio a grugnire fiero a pochi passi dall’edificio sede del felice ritrovo. Assiepati come in un concertino dei piccoli club di periferia, grugniscono gli altri invitati, anche loro lustri nei loro completi e nei loro vestiti lunghi e drappeggianti. Mi infilo in mezzo, mi muovo con la folla seguendo movimenti sparsi e caotici, mi guardo attorno e grugnisco più forte, grugniamo insieme più forte, pronti ad entrare senza freni come un allevamento ben indirizzato dal pastore, che sembra essere il buttafuori appena oltre il varco. Ci guarda serio e pronto a punire i maiali più disubbidienti. Mi ritrovo fianco a fianco a dei maiali facoltosi, già in prima fila da un pezzo, pronti a scattare, irritati all’idea di poter arrivare secondi. Non mi sarei mai aspettato di ritrovarmi a gareggiare con loro, loro che si direbbe non abbiano bisogno di un pasto a sbafo, eppure, eccoli qui che grugniscono giusto con un accento più elegante, un verso meno lungo e più acuto. Quando si apre il varco avanziamo in branco allargando le braccia, i gomiti, se si riesce a stendere qualcuno, che sia esso esemplare maschio o femmina, poco importa, anzi, molto meglio: bocche in meno da sfamare, cibarie in più per il mio stomaco. Saliamo le scale senza correre, ma con una certa fretta, le gambe come guizzi serrati (siamo maiali eleganti, farebbe brutto correre, non sarebbe di classe). Istruiti dai precetti religiosi del verbo oracolare di Gesù Nazareno, arriviamo nella sala dove si tiene la grande abbuffata e ci scopriamo fedeli agli insegnamenti di colui dipinto come il più codardo nella storia della Bibbia, il famigerato Giuda Iscariota, che in una sera si sbafò l’ultima cena e tornò a casa con trenta denari in più in saccoccia. Puntiamo senza ritegno alcuno i banchi dove vengono sistemate le ultime teglie coperte da carta stagnola. I camerieri, in eleganti tenute bianche, ci fissano tesi e impauriti. Noi procediamo fingendoci sereni, ma il profumo delle pietanze ci invade le narici e ci fa venire il sangue agli occhi, l’acquolina in bocca. Voraci, non vediamo altro scopo che l’arraffare selvaggio. La coda confusa si forma e si sforma, i più ritardatari vengono a grugnire lamentosi, a chiedere se la coda è questa e se è effettivamente così lunga. E’ così lunga, sì: siamo maiali e lì c’è da mangiare. Vedi te se non è lunga la questione.
I primi ad essere serviti sono i facoltosi incontrati ai nastri di partenza. Mi domando come facciano ad essere già lì, già con il piatto in mano, già con il piatto vuoto, e io ad essere qui, in coda. Eravamo partiti insieme, avevamo fatto la stessa strada, eppure sono finito qualche decina di unità suine in ritardo. Qual è il loro segreto? Non è che nei club privati di golf e fotti il prossimo danno in omaggio anche il manuale dell’arraffone? Non esisteranno schemi e tattiche di cui solo loro sono a conoscenza? Grugno amareggiato, ma il morale si risolleva poco dopo, quando sulla mano destra sorreggo il piattino e sulla sinistra impugno la forchetta: a breve si comincia.
Mi ritrovo davanti due tipi di pasticcio, chiedo al cameriere di darmi entrambi. Mentre lui mi spiega le differenze di ingredienti, ho già masticato e deglutito, e indico gli affettati. Lui domanda quali desidero e io ho già preso e mangiato le tre tipologie di carne insaccata: crudo, porchetta e bresaola. Lui chiede se gradisco anche del formaggio e gli faccio notare che l’ho già mangiato, poi chiede se gradisco delle melanzane e le ho già mangiate, e infine delle fette di vitello in salsa, e mi lecco l’angolo della bocca sporco della stessa salsa biancastra. Già mangiato tutto.
Alla sezione “fai da te” riempio il piatto fino a formare una piramide di pizzette, tartine, tramezzini e bocconcini. Mi avvio verso un tavolo di quelli alti e dalla circonferenza stretta, e mi tuffo nel piatto, azzannando con frenesia, riempendomi la bocca fino all’ugola. Rido pensando a quanto avrei pagato per questo ben di Dio che invece è offerto, poi penso che devo continuare. Devo mangiare ancora e ancora. Mi sento già leggermente pieno, ma che importa? E’ gratis e non va buttato via niente. Giuda aveva per caso rifiutato qualcosa la sera del fattaccio? Non che io sappia, al massimo avrà avuto una leggera dispepsia da stress.
Impilo il piatto altre due volte, spazzolo come un professionista, poi decido di bagnare le fauci leggermente affaticate, quindi alla sezione destinata ai vini ordino gentilmente un bicchiere, poi due, tre, quattro. Questo è particolare, sa? Me lo dia! E questo è stato invecchiato in botti di rovere. E mi dia anche quello! E questo è la nostra specialità! E sarà mai possibile che non assaggio la specialità?
Satollo, l’intestino mugola sorpreso e indifeso da quel che gli è piovuto addosso, quindi caracollo su un divano vicino alle pareti. Mi guardo attorno confuso, mi gratto un occhio, sospiro e il suono è quello di un lamento dolce, come di un essere umano. Sto tornando al mio stato primordiale, sazio allo stremo ma felice. Dal fondo della sala qualcuno invita a sedersi, sta per cominciare il momento clou dell’iniziativa, il motivo per cui avremmo dovuto essere lì. Pochi si avvicinano, molti si guardano sconcertati, tra cui il sottoscritto. Puntiamo l’uscita e, senza correre: sarebbe davvero sgarbato, usciamo e torniamo in strada. Vedo i facoltosi riunirsi in un cerchio di confronto, sussurrando decidono quale sarà la prossima tappa destinata allo scrocco molesto. Li supero, e, indirizzato al parcheggio, prendo il portafoglio dalla tasca laterale dei pantaloni perfettamente stirati. Lo apro e, come Gesù apparve a Paolo sulla sulla via di Damasco, i miei cinque Euro mi appaiono luminosi e estatici. Intatti e fruibili, ancora miei preziosi alleati dopo l’impegnativa serata.
Cammino a testa alta, sorrido, guardo le stelle e forse anche oltre: Eterna vita a Giuda, esclama il mio cuore.
