
Dopo una tranquilla e serena quarantena, per quanto gli eventi esterni lo potessero permettere, la fase di riapertura si è rivelata piuttosto movimentata. Già tornare al lavoro di per sé è stato sconvolgente, una botta da parare con i piedi ben piantati a terra; se si uniscono all’abitudine perduta tutte le nuove norme da seguire con la massima attenzione, la faccenda si complica ulteriormente. In aggiunta, ho dovuto traslocare. Complice il periodo e le conseguenti incertezze, mi sono ritrovato ad avere una certa fretta nel valutare e decidere in che città e in che appartamento abitare, e avere una certa fretta in un mondo che ha appena dato una decisa frenata non è il massimo: un po’ come quando si vuole andare a casa, la serata già finita da un pezzo, forse mai iniziata, e l’amico a cui scrocchi o che scrocca il passaggio, si perde in chiacchiere e ordina un’altra cosa da bere. Si vorrebbe essere già nel proprio idillio domestico, il non esserci da sui nervi, ma non si può fare altro che mantenere pazienza e prenderla con filosofia.
La mia scelta è ricaduta basandomi esclusivamente sulla descrizione di come sarebbe risultata la stanza, descrizione offerta dallo speranzoso proprietario dell’immobile. Alla prima visita, infatti, non c’era niente, non un mobile, non il bagno, solo muri e la descrizione del miracolo che ne sarebbe scaturito. Ho deciso di fidarmi senza troppe remore, cavalcando le teorie del miglioramento umano dopo la pandemia (o durante, non so in che fase siamo esattamente). La stanza è stata arredata come promesso, lo sciacquone funziona e mi è stato fornito pure il ventilatore in mancanza del climatizzatore. Quello a cui non ho dato peso è stata la, come dire, impostazione della struttura: due piani, ognuno con due stanze, bagno privato, un’area comune all’ingresso, un piccolo cucinino. Un Airbnb riconvertito, per necessità. Sul momento non ci ho proprio badato, anzi, mi sembrava perfetto, qualcosa di momentaneo, qualcosa di poco impegnativo sia socialmente che contrattualmente. Solo che, qualche giorno fa, ritornato a casa con la spesa in mano, il fatto di inserire le chiavi nella toppa della mia stanza, di chiudermi dentro e di aprire una lattina di birra e bermela a letto, mi ha dato una sensazione strana, mi sono rivisto dentro uno di quei famosi motel dei film americani, quelli poco distanti dalle superstrade, in mezzo al niente. Certo, la mia stanza si colloca in mezzo ad una delle città più belle del mondo e questo aiuta, ma quella sensazione di trovarsi bloccati in un luogo di transizione, un nido temporaneo ancor più temporaneo di un appartamento in affitto, mi ha messo una certa tristezza e mi ha fatto venir voglia di bere un’altra birra.
Ero abituato, prima del Coronavirus, a poter cambiare. Non a cambiare effettivamente, ma a pensare di poterlo fare. Se non trovavo stimoli nell’occupazione corrente, potevo sempre cominciare a scorrere gli annunci, a valutare qualche offerta, a guardarmi attorno. E questo valeva anche per dove abitare, per nuove amicizie, per nuovi amori e incontri di qualsiasi forma. Ripeto, di rado è successo di svoltare, ma le possibilità c’erano, le trovavo su Google dopo aver digitato le giuste parole della ricerca. Ora questo mio modo di pensare, questa forma comoda di fiducia nell’avvenire fluido si è incrinata verso un timore velato ma onnipresente, sussurrato ma di continuo: e se mi blocco dove mi sono ritrovato? Non mi riferisco alla stanza del motel veneziano, ma più in generale alla vita, impostata sul principio di semplice e perentorio mutamento. Oggi sono qui e lo sarò anche domani, ma forse no. Quel “forse no” fa la differenza, è il motore che mi spinge a vivere gli anni del presente, quelli dei voli low cost, dei contratti a tempo, dei figli verso i quaranta e de “i trenta sono i nuovi venti”. Se quel “forse no” venisse eliminato, cosa ne resterebbe? Oggi sono qui e lo sarò anche domani. Questa era la vita dei miei nonni, di quelle persone che si svegliavano sapendo di dover fare quello e di doverlo fare per ogni giorno della loro vita. Non c’è niente di male, sia chiaro; l’Italia dal dopoguerra fino ai novanta è stata un crogiolo di idee e iniziative. Ma non è la mia prospettiva: sono stato abituato a vivere in un’assonometria, e di colpo sono catapultato nel bel mezzo di una proiezione ortogonale. Non metto in dubbio, o forse lo metto in dubbio ma con una tendenza a concordare, che una visione meno progressista e più tradizionale possa giovare all’animo e ai rapporti; forse ne avremmo bisogno, di una stabilizzazione, di sedimentare e crescere nel contesto vicino, valorizzando e ottimizzando spazi e occasioni, lasciandoci sorprendere da fattori incalcolati.
Quello che mi spaventa è la forza d’inerzia. M’immagino, io e molti altri, come dentro un autobus. In questo mezzo, che corre verso una sua direzione, attraverso il suo percorso, ci sono persone sedute, che guardano fuori dal finestrino, per nulla preoccupate delle fermate successive o dei cambi, coscienti che lì staranno fino al capolinea. Alcuni, in piedi, si tengono alle sbarre pensili o alle maniglie morbide, i posti a sedere erano esauriti ma sono comunque riusciti ad accaparrarsi un minimo di garanzia, una presa salda. E poi ci sono il resto dei viaggiatori che stazionano stretti stretti sul pianale; chiacchierano sorridenti facendo finta di non essere così tanto pigiati, osservano desiderosi le maniglie occupate, i più temerari ballano, qualcuno osserva la strada all’orizzonte per capire quando scendere e cambiare, qualcuno chiede permesso per passare, uscire e prendere un altro bus, un’altra linea, quella in cui intende sedersi. Se l’asfalto traccia un lungo rettilineo, non ci saranno problemi, e pure con delle dolci curve, ce la si può cavare, ma se la curva a cui è costretto l’autista è netta, nascosta e quindi presa ad una velocità esagerata? Cosa succederà a quei poveri Cristi (tra cui me) traballanti e senza appigli?
Le possibili risposte mi hanno gettato in uno stato di agitazione sorda, quindi ho preferito far finta di non vederle, e stappare, disteso a letto, un’altra birra.
