
Quando ci incontrammo per quella cosa importante che doveva dirmi, ero tranquillo e felice. La vita mi sorrideva. Non avevo impegni, non avevo obiettivi da perseguire, non sapevo cosa avrei fatto il giorno dopo e perché. Vivevo senza pormi domande, e senza aspettarmi risposte. Mi disse con il viso cupo, abbassato, “Tra noi è finita”. La guardai incuriosito. “Finita? Così…da un giorno all’altro?”. Annuì, le labbra contrite, gli occhi che cercavano di sondare il mio umore. “Ok.” risposi. Alzai le spalle. La conoscevo, in fondo. Era la mia lei da qualche anno. Sapevo che cambiava idea come cambiava le scarpe e le sciarpe. “Vuoi sapere perché è finita?” mi domandò. “Dai, spara!” dissi entusiasta, tanto l’indomani m’avrebbe chiamato e m’avrebbe detto che tutto quello che aveva detto non voleva dirlo e non sapeva perché l’aveva detto e avrebbe voluto dire altro. Insomma, un’infinità di volere e dire sconclusionata. “Perché non fai niente. Non ti interessa niente. Non lotti per niente!”. Ci pensai su. “Lotto per continuare a non fare niente”. Mi fissò, severa. “Non sto scherzando. Sono stanca dei tuoi sospiri di noia. Devi crescere. Devi capire cosa vuoi e come ottenerlo.” “Voglio stare con te sul divano.” “Ma non è abbastanza!” “Voglio stare con te sul divano a fare l’amore!” “Non è quello che intendo!” “Tu sopra e io sotto, per la felicità di entrambi.” “Basta, ti prego…E’ finita.”. Se ne andò e io sorrisi: già sentivo le lacrime di scuse dell’indomani.
Ma, sorprendentemente, non chiamò.
Fino a mezzogiorno non mi preoccupai. Alle tre mi alzai dal divano, pensieroso: vuoi vedere che proprio con me ha deciso di cominciare a perseguire le sue scelte? Alle cinque non riuscivo a calmarmi. Alle nove presi il cellulare.
“Pronto, amore.”
“Non chiamarmi amore.”
“Piccola mia.”
“Neanche piccola mia.”
“Sei arrabbiata?”
“Non sono arrabbiata. E’ che è finita.”
“Potremmo ragionarci sopra.”
“No, te l’ho detto…E’ finita.”
“Ma perché??”
“Te l’ho detto ieri.”
Aggrottai la fronte. Ieri, ieri, ieri. Cos’aveva detto ieri?
“Il discorso del crescere e del decidere cosa fare della propria vita.”
“Non pensavo fossi così seria.”
“Lo ero.”
“Allora ok. Cercherò di essere più…attivo?”
“Bene.”
“Ci vediamo dopo?”
“No!”
“Ma perché?”
“PERCHE’ E’ FINITA!”
“Ma ti ho promesso che sarò più attivo!”
“Senti, è tardi per le promesse. Ciao…quando sarai più maturo magari ne riparleremo.”
Lasciai passare del tempo e la richiamai.
“Ciao amore!”
“Non sono più il tuo amore.”
“Sarai contenta di sapere che sono cresciuto.”
“Sono passati due giorni.”
“Ma ho dormito talmente poco che è come se ne fossero passati tre!”
“Anche se fosse…”, sentii una certa irritabilità nella pausa di silenzio, “…Anche se fosse…” ripeté, “…tre, quattro, otto, venti giorni. Non bastano. Devi costruire la tua vita, e io la mia. Magari un giorno saremo pronti e ci rincontreremo…O magari no.”
“Mi stai dicendo che è finita?”
“Sì…”
“E non cambi idea?”.
“No…”
Rimanemmo in silenzio. Quindi attaccai, e gettai il telefono in qualche angolo morbido della casa. Ok fare un gesto teatrale di stizza, ma il cellulare costa soldi. Mirare sempre ad un cuscino.
Cominciai a camminare su e giù per le stanze di casa senza darmi pace. Un tarlo nella testa. Un cruccio al cuore. Ero solo. Solo con il mio divano. Solo con il mio stupido divano. Cosa fare?
Chiamai gli amici. Era ora di tornare in pista, era ora di tornare il pube martellatore di pubi femminili. Martellatore sempre da sotto, si intende.
“Lavoro fino a tardi.”
“Devo vedere X Factor con l’Alessia!”
“No, sai che devi avvisarmi una settimana prima. Sono già in pigiama.”
La lista degli amici era terminata.
Me ne tornai sul divano a imprecare contro il mondo e contro di lei. La mia EX, come le piaceva tanto definirsi. Passai due mesi a pensare un giorno a quanto fosse scorretta, manipolatrice e bastarda!, e l’altro a pensare a quanto fosse una brava persona, un’eroina moderna, la donna migliore mai conosciuta e che mai conoscerò. Ad ascoltarmi, imperturbabile, il mio divano.
Iniziai ad apprezzare film romantici che mai avevo apprezzato, commedie con Sandra Bullock o John Cusack, e i dolci pieni di zucchero e creme. Non apprezzavo le foto social di lei abbracciata a qualche altro uomo incontrato ai ritrovi mondani. Si faceva davvero forare da quel mammalucco? pensavo dubbioso. Non poteva essere. Non dopo essere stata con me!
La malattia non lasciava scampo. Affondavo nei miei pensieri deviati, nelle immagini di lei che organizzava orge clandestine e ritrovi in stretti ripostigli senza finestre e illuminati da una flebile luce rossa da film porno anni ‘80.
Furono i miei amici, resisi conto di aver sottovalutato la situazione, a raggrupparsi e organizzare una serata tutta birra e rutti. Mi aiutarono, sia i rutti che la birra. Mi ricordarono la mia condizione di essere primordiale. Di essere animale. Di maschio non pensante.
Sempre gli amici mi indicarono una lei con la quale provare a dimenticare la mia EX, termine che ancora mi lasciava sbalordito all’udirlo. Questa nuova lei era bionda e aveva dei bei lineamenti, delicati al mento e accennati alle guance. La corteggiai con qualche sguardo fuggente, nella confusione della serata, e poi, tramite Messenger, la invitai fuori. Fu una serata disastrosa nella quale piansi quanto il Niagara per chi non passava più le serate con me sul divano, e quella che avrebbe potuto passare le successive serate mi teneva stretta la mano e m’incoraggiava: “Passerà, vedrai. Un giorno troverai la ragazza giusta per te”.
“Ma potresti essere tu..” azzardai ad un certo punto io, dopo aver tirato su con il naso come avessi una mietitrebbia. “Sono certa di no.” rispose lei, più sicura di Napoleone quando i suoi, arrivati in Russia, chiesero: “Ma non farà freddo?”.
Mi trascinavo, mi trascinavo e mi trascinavo. Finché un giorno guarii. Non so come successe, forse l’insieme degli avvenimenti. L’insieme di rutti e uscite disastrose, ma un giorno, davanti ad un caffè caldo, davanti ad una lei bruna, il naso alla francese, il maglione bianco che le dava un tocco di angelico, la domanda: “…E di cosa ti occupi?”. “Mah, faccio questo e quello, sai. Dipende dal periodo”. “E in questo periodo di cosa ti occupi?”. Dissi qualcosa di vago, mezze intenzioni di mezzi progetti, ma la guarigione fu in quello che la mia mente elaborò come risposta.
“Di te, baby.”
