
Avevo fretta di laurearmi, mancavano solo un paio di esami e il tirocinio. Dato che il tempo stringeva e cominciavo a udire trepidante il fischio finale, non avevo alcuna intenzione di vagliare per bene la lista di posizioni e aziende fornite dall’università per assumermi a gratis. Passando per il centro città, decisi d’istinto di chiedere se al piccolo cinema servisse qualcuno; tanto non avrebbero dovuto pagarmi e ne avrebbero guadagnato solo di forza lavoro, pensai. Sapevo che non aveva alcun senso lavorare in un cinema, non era vendibile ma a me, stupido o onorevole che fosse, non interessava essere vendibile; far parte di quell’ambiente era sempre stato un desiderio che rischiavo di non veder mai realizzato, quindi perché non sfruttare l’occasione?
Superai le porte in vetro sotto la scritta luminosa in caratteri corsivi. L’aria della hall aveva una sorta di velo polveroso, che annebbiava le pareti blu notte e la luce gialla dei faretti. Alla cassa una signora dai capelli tenuti come una scultura mi sorrise e mi disse qualcosa come “Prego, cosa le serve?”. Aveva un sorriso rasserenante, di quelli che se anche dici una cazzata, risponde: “capita e poco importa”, quindi parlai gettando al vento il timore di fare brutta figura, quel timore che ho sempre quando devo richiedere qualcosa a qualcuno. Ci presentammo, lei era Sara, e spiegai come intendevo propormi. “E non è obbligatorio il pagamento?” mi chiese, occhi spalancati dalla sorpresa. “No.”. Chiamò subito al telefono la direzione. Spiegò la cosa. Ad un certo punto si interruppe, mi chiese ancora: “E mi confermi che non è obbligatorio il pagamento?”. “Confermo. Nessun pagamento.”. “Nessun pagamento, conferma.” ripeté alla cornetta. Mi diedero appuntamento per il giorno dopo, e, in un paio di moduli firmati, ero ufficialmente il tirocinante del cinema. Avrei dovuto fare l’assistente del barista/proiezionista. “…E senza alcun obbligo di retribuzioni o che, giusto?”.
Giusto.
Il primo giorno di lavoro mi consegnarono la divisa, un completo blu con cravatta annessa, e conobbi il barista/proiezionista. Per conoscerlo, dovetti salire una scaletta scoscesa arrugginita nel retro del cinema e superare una porta antincendio, che dava sulla cabina di proiezione. La cabina era stretta e lunga, bianca sulle pareti. Un armadio d’alluminio pieno di pellicole arrotolate stava mezzo aperto sulla destra, e il ronzio del proiettore al galoppo riempiva la stanza come se aveste un motore di un trattore acceso nella vostra camera da letto. Piegato su un aggeggio a due perni (avrei scoperto poco dopo a cosa serviva: a unire in un’unica spessa pizza il film che arrivava spezzettato in tante parti) il mio uomo. Il mio referente principale. Il mio “capo” in loco. Quello che avrebbe messo le firme sul foglio presenze del tirocinio. Si girò appena superai l’uscio. Era magrolino, il naso ingombrante, i capelli bianchi e arruffati. In bocca aveva un sigaretta mai sbronzata da che l’aveva accesa. Fece un sorriso a denti serrati come un bambino con le rughe e mi urlò “Benvenuto”, come se fosse casa sua. E, in parte, lo era.
Si chiamava Gus e mi insegnò come funzionava la proiezione. Come si montavano le pellicole, come si installavano nella macchina, come si azionavano i vari input tipo intervallo e pubblicità. Come far partire la magia.
Poi mi insegnò il giro da fare per appendere le locandine in città. Ogni mercoledì, c’era da cambiare la programmazione dei film e quindi anche gli orari e i poster nelle bacheche sparse per il centro. Pian piano divenne una delle mie mansioni preferite. Bardato con il cappotto a collo alto, me ne uscivo nella nebbia d’inverno, passeggiavo tra le vie deserte, sostituivo la locandina, e mi dirigevo alla prossima via o piazza, alla prossima bacheca.
Infine, mi insegnò a gestire il bar. A cucinare i popcorn nel riscaldatore con il fornello pensile che riempiva l’aria di sale, a spinare le bibite e a chiudere i conti a fine serata.
I conti erano spesso scarsi. A cinema vuoto o quasi, Gus, assistito da Sara, spiegava a grandi linee il perché del tracollo delle sale dei centri città, o comunque di quella sala del centro città. Per ogni mese, c’era un motivo diverso. Poteva essere che prima di Natale la gente non volesse spendere granché, poteva essere che dopo Natale la gente avesse speso troppo prima, poteva essere il bel tempo che fa andare al mare e la pioggia che fa stare a letto. Una scusa plausibile saltava sempre fuori, e quando tutti e tre annuivamo sconsolati, scioglievamo i ranghi. Allora io e Gus andavamo a fumarci l’ennesima sigaretta sul retro. Tra un tiro e l’altro, lui fissava l’asfalto grigio del marciapiede e sussurrava: “Dove andremo a finire?”, io fissavo il cielo in movimento e rispondevo “Non ne ho proprio idea…”.
Rientrati, ci sedevamo su delle poltroncine rosse della hall, destinate al pubblico claudicante nei momenti di ressa. Gus si massaggiava il labbro, io allargavo le braccia sullo schienale. Gus si massaggiava le mani tenendole tra le gambe, io fissavo il bar con l’espositore delle caramelle pieno, gli scaffali alti dove tenevo in mostra le patatine, i barattoli di popcorn incolonnati. “Ti ho mai raccontato di quando proiettavo i film porno d’estate?”. Aggrottavo le sopracciglia, “No, non mi pare.”. “Erano i primi anni ottanta. Venivo ogni giorno in bicicletta da…”.
Le domeniche solitamente salvavano, per quanto possibile, la settimana. Flotte di famiglie si riversavano fin dal primo pomeriggio a vedere i cartoni della Pixar, la Sara aveva una coda chilometrica da smaltire, Gus e io gestivamo gli accessi in sala, il bar e la partenza dei film. Io correvo dalla spina delle bibite, dove servivo i clienti assetati, al varco d’accesso dove strappavo biglietti e sorridevo a destra e manca. Gus correva dal varco d’accesso, dove brontolava perché c’era troppa gente, alla cabina di proiezione, dove faceva partire il film in ritardo di qualche minuto, per amore dei ritardatari.
Passata l’ondata, quasi sudati sotto le camicie, andavamo a fumarci una sigaretta per distendere i nervi.
Rientrati, ci sedevamo sulle poltroncine rosse della hall, occupate fino a poco prima da qualche anziano ammaccato. Gus si massaggiava il labbro, io allargavo le braccia sullo schienale. Gus si massaggiava le mani tenendole tra le gambe, io fissavo il bar con l’espositore delle caramelle vuoto, gli scaffali alti ripuliti e i barattoli di popcorn azzerati.
“Ti ho mai raccontato di quando proiettavo i film porno d’estate?”. Aggrottavo le sopracciglia, “No, non mi pare.”. “Erano i primi anni ottanta. Venivo ogni giorno in bicicletta da…”
