SUGLI INCONTRI E GLI SCONTRI

Al secondo anno di università conobbi Marta. Aveva gli occhi che parlavano, le labbra che sorridevano guidate dal loro istinto, il corpo vibrante che copriva sempre con sciarpe e maglioni di lana spessa. Mi innamorai spassionatamente com’ero solito fare di semestre in semestre. Avevo frequentato il corso di teoria musicale, dove l’avevo incontrata, e poi, una volta rotto il ghiaccio con qualche domanda forzata e bislacca come «Non dirmelo…anche a te piacciono i fratelli Dardenne?», presi a seguire i suoi stessi corsi. Modificai il piano di studi, in modo tale da dover dare gli stessi esami: a me interessavano quelli di cinema -erano tre in totale- e li avevo già dati tutti il primo anno, quindi per i restanti venti prima della laurea potevo spaziare in interessi altrui senza remore.

Superato brillantemente Teoria musicale, io 27 lei 30, e Storia moderna, io 27 lei 30, cominciammo a frequentare Storia della danza e Tecniche teatrali. Non ero ancora riuscito ad affondare il colpo, a portarla fuori. Aveva una questione in sospeso con un altro ragazzo, un tizio che studiava architettura e stava in Erasmus a Parigi; e nonostante la sospensione e la lontananza, lei voleva essere sicura, chiarirsi e chiarire, prima di buttarsi in una qualsiasi altra avventura.

Alcuni miei amici dissero che quella confessione voleva proprio dire il contrario: intendeva assolutamente buttarsi in un’altra avventura e io dovevo cogliere l’occasione al volo. Altri amici ancora mi dissero che se quello aveva detto, quello intendeva dire. Confuso dai pareri contrastanti, continuai a non fare niente per i due mesi successivi, a parlarle degli esami e delle nostre comune passione: il cinema dei grandi autori.

Certo, io tra un Bergman e un Fellini avrei inserito una lunga disquisizione sulla saga di Die Hard, ma avevo come la sensazione che quel mio lato maledettamente mainstream, da popcorn e Coca-Cola succhiata dalla cannuccia, non avrebbe fatto altro che separarmi di più da lei, che intanto era andata a trovare il suo «ragazzo» nella capitale francese. L’aveva portata, aveva raccontato lei, in una piacevole passeggiata alla scoperta delle chicche architettoniche nascoste non solo della città, ma dell’intera regione. Morivo dall’invidia, dalla voglia di farle conoscere le mie di chicche: quali gusti di pizza si sposano bene con la visione di quali film, quanto brutta dev’essere una scena per avere il permesso morale di lanciare popcorn e inveire scandalizzato allo schermo, quanto è cool l’esclamazione «Yippee ki-yay, motherfucker». Ma qualsiasi fosse la mia arma, sentivo che non avrebbe attecchito a quel suo animo in piano sequenza e privo di attori professionisti.

La certezza del presentimento arrivò qualche settimana prima della sessione d’esame.

Eravamo nella piccola platea del teatro dell’università. Era una lezione speciale di Tecniche teatrali. La professoressa, una donna dall’aria distratta, i capelli come appena scossi da una carica elettrica, il tono di voce che preannunciava uno svenimento mai avvenuto, ci parlò dal palcoscenico. Spiegò due o tre cose del Living o di Brecht, poi passò la palla a noi. Divisi in gruppi, dovevamo costruire il nostro spettacolo teatrale d’avanguardia.

Ci divise per com’eravamo posizionati: finii con Marta e un altro tipo a qualche seggiola da noi. Lo squadrai e non mi piaceva, non mi piaceva per niente. Innanzitutto teneva uno sciarpa al collo, poi aveva i capelli scompigliati e quel modo di fare da barbone raffinato che mi infastidiva, più perché sapevo sarebbe piaciuto a Marta, che di per sé.

Dopo le presentazioni -si chiamava Daniele- il nuovo capetto, nominato da nessuno, prese subito parola: «Allora, io avrei un’idea!». Marta, interessata: «Wow, cosa?». Io sospirai, «…Vai, spara» dissi senza entusiasmo.

«Abbiamo una decina di minuti più o meno. Io dico, entriamo dalle quinte, ci posizioniamo sul proscenio, Marta in mezzo…» e sorrise a Marta, che rispose con lo stesso entusiasmo arcuato, «…facciamo il gesto di rispondere al telefono, trasformiamo la mano in cornetta, avete presente, no?»

Annuimmo.

«…Poggiamo la mano all’orecchio e….cominciamo a fare driiin driiin driiin fino alla fine del tempo previsto.»

Marta batté le mani in un colpo per lo stupore. Io rimasi immobile, forse inarcai un sopracciglio: che stronzata era?

Driin driin driin per dieci minuti. Qual era il nesso? Ne esisteva uno? Poi la cornetta l’avevamo alzata nella rappresentazione…perché il telefono avrebbe dovuto continuare a trillare?

Glielo domandai, cercando di mantenere un’espressione curiosa più che critica, il tono di voce lo resi più innocente e meno cupo di quello che l’onestà avrebbe tenuto.

«E’ l’incomunicabilità!» rispose Daniele.

«Esatto!» disse Marta, quasi come una groupie esclama davanti alla rockstar preferita.

«L’incomunicabilità di cosa?»

«Del mondo!» disse Daniele.

«Della società malata!» aggiunse Marta.

Li fissai, prima uno poi l’altra, entrambi con le loro sciarpe al collo che sembravano una bandiera di una nazione fiera e vittima. Ero combattuto tra il dire qualcosa di sensato e assecondare l’entusiasmo di Marta, che percepivo sempre più lontana. E sempre più vicina a Daniele.

«Ok…ma non possiamo inscenare qualcosa di più, come dire…pregno?»

«Più pregno di così!» esclamò seccato Daniele. Marta faceva no con la testa. Cercai una mediazione pacifica tra la proposta, che più sua, sembrava loro adesso, e il mio scetticismo.

«…Potremmo, prima di chiudere e tornare dietro le quinte, fare che uno, magari tu Marta, dice pronto e gli altri due buttano giù e se ne vanno. Così abbiamo un finale, almeno.» Drin drin drin che cazzo è, andiamo pensai infine, senza dirlo.

Loro si guardarono, poi lentamente ritornarono a me. «Ok, può andare.» Anche Marta, con le labbra tese, annuì in un moto di convinta approvazione. «Bene» dissi, contento di aver apportato il mio ingegno al progetto drin drin drin.

Dal palcoscenico la professoressa ci chiamò; «Partiamo con voi!». Eravamo quelli messi più a destra.

Dietro le quinte, Daniele sembrava in preda all’ansia da prestazione. Soffiava fuori l’aria rumorosamente, scioglieva le braccia facendole traballare a ridosso del tronco, saltellava. «Andrà alla grande!» lo rassicurò Marta. Io ero sempre più lontano; da loro, dalla rappresentazione che stavamo per recitare; se avessi avuto dei popcorn, con ogni probabilità, me li sarei tirati addosso e li avrei tirati addosso ai miei compagni.

«Cominciamo!» si sentì dalla platea. Entrammo dal sipario raccolto, la pavimentazione in legno laccato scricchiolante era illuminata bene, due fari a inondarla e inondarci. Dalla penombra i visi attenti e critici dei nostri compagni.

Daniele e Marta si guardarono, fecero sì sorridendo, guardarono me, feci mah con un’espressione stupida della faccia. Respirammo. Alzammo le cornette-mano, le appoggiammo alle orecchie. E…

DRIIIN DRIIIIN DRIIIN DRIIIN DRIIIN DRIIIN DRIIIN, immobili e dritti, rumorosi e fieri come una parata militare, DRIIIIN DRIIIN DRIIIIN DRIIIN DRIIIIN DRIIIIIN DRIIIIN DRIIIN DRIIIIN DRIIIN DRIIIIN DRIIIIN DRIIIIN DRIIIN DRIIIIN DRIIIIN DRIIIIN DRIIIIN DRIIIIN DRIIIIN DRIIIIN DRIIIN DRIIIIN DRIIIIN DRIIIIN DRIIIN DRIIIIN DRIIIIN DRIIIIN…

Ad un certo punto mi mancò il fiato, fumavo parecchio all’epoca e andare avanti a ripetere in preda alle convulsioni la stessa onomatopea era una sfida da sperare di portare a termine con i polmoni ancora ancorati allo sterno.

Quando Marta ci diede il segnale -ci eravamo accordati per un colpo di tacco alla pavimentazione (un modo di comunicare perfetto durante una rappresentazione sull’incomunicabilità, non trovate?)- mettemmo giù e sparimmo a passo spedito ai due lati. Poi del silenzio.

Marta si inchinò.

E partì l’applauso. Sentito, a crescere, duraturo come a Cannes. Quando ritornammo sul palco io e Daniele, ci inchinammo pure noi. Daniele e Marta erano soddisfatti; io quasi incazzato per la buona riuscita, non me ne importava niente dell’idea per il finale.

La professoressa, alzatasi, spiegò quant’era chiaro il concetto di incomunicabilità espresso. Fatti meno canne pensai, ormai scontroso con ogni elemento a me esterno. «Grazie, grazie…era proprio quello!» rispose Daniele; aveva le mani incrociate come in preghiera, adorante i suoi fedeli che, dalle seggiole, lo guardavano ammirati. Pure Marta: dai cui occhi partiva un amorevole filo che lo legava all’altezza delle spalle.

Finita la lezione, lui e Marta mi invitarono a bere qualcosa, ma avevo il treno, e in primo luogo: ero davvero incazzato.

Non so se Marta alla fine sia tornata con l’architetto di Parigi o abbia provato a vedere come sarebbero potute andare le cose con Daniele; non vidi più nessuno dei due, neanche all’esame, che era stato diviso in più giorni e più scaglioni. Non so neanche perché alla professoressa fosse piaciuta quella nostra rappresentazione, magari ci aveva solo voluto infondere coraggio, magari non era prevista alcuna bocciatura in sede creativa, cosa che invece mi successe in sede didattica. Presi 16 su 30.

Di una cosa sono certo; per l’anno successivo, qualsiasi fosse la temperatura, evitai tutte le ragazze con addosso la sciarpa.