SU UN RIASSUNTO

A gennaio mi sono trasferito a Treviso dopo aver vissuto per tre anni a Venezia: ero stanco del contesto così poco quotidiano, così lontano dalle normali dimensioni di un caffè al bar o una passeggiata tra le vetrine dei negozi.

Avevo accettato di fare su e e giù; tanto avrei dovuto affrontare solamente un viaggio di mezz’ora in treno.

Le svegliatacce alle sei le ho sentite, ma la piacevole sensazione di passare davanti al cinema di quartiere, davanti alla libreria e al negozio di profumi per andare a fare la spesa, con le macchine che traballavano lente sul porfido e i semafori pedonali che abbagliavano a tre colori, ha colmato parte delle fatiche.

In aggiunta, un appartamento senza spifferi e un coinquilino d’immemore sintonia, dato il rapporto di parentela, non mi hanno fatto pentire della scelta.

La notizia del virus era ancora ininfluente nella mia vita. Un problema della Cina e, visti i precedenti, che avrebbe riguardato solo i suoi abitanti. Al massimo, qualche kazako o russo. Di certo non la sana e igienizzata Europa. Di sicuro non noi italiani, amanti, oltretutto, del bidet.

La sera in cui è stato deciso di chiudere la provincia di Treviso ero in un locale del centro, a festeggiare il compleanno di un amico, con una comitiva talmente numerosa che erano anni che non mi sentivo così stretto tra la gente. Abbiamo bevuto prosecco e abbiamo mangiato polpette e crostini, sputacchiandoci addosso allegramente.

La situazione era incerta in quei giorni; non si capiva bene quanto fosse pericoloso o meno vivere la vita come si era sempre fatto; perfino l’amico protagonista della serata mi aveva chiamato la mattina stessa, a lavoro, chiedendomi consiglio: se era il caso di annullare o meno il ritrovo. Io avevo risposto che in fondo era una responsabilità comune e, se nessuno aveva disdetto la presenza, perché essere esageratamente responsabili?

Mi ricordo la notizia al cellulare, mi ricordo che stavo seduto su una sorta di rientro addossato alla vetrina dell’osteria. Mi ricordo d’aver pensato Quindi domani non lavoro? quasi estasiato.

Dopo qualche giorno è toccato anche al mio coinquilino restare a casa. Insieme, uno di quei pomeriggi, abbiamo deciso di andare a bere un caffè sempre in centro. L’idea era che, essendo in due ed essendo coinquilini, non c’erano grossi problemi ad uscire di casa. Quello che non avevamo considerato era la sensazione di paura e diffidenza alzatasi come la nebbia d’autunno tra le mura e le porte dei negozi e dei bar. Tutto era chiuso. Nessuno passeggiava. Abbiamo trovato per sbaglio un bar incastrato in una piazzetta, abbiamo bevuto i nostri caffè e ci siamo fiondati a casa, con addosso ormai la stessa nebbia di tensione e preoccupazione.

Il discorso del presidente del consiglio; i nostri sguardi attoniti mentre sedevamo sul divano bianco; e la vita, almeno nell’imminenza degli impegni e dei modi di svolgerli, era già cambiata.

E’ cominciato il periodo delle mani lavate come un’ossessione, delle mascherine esaurite, e dei numeri alla sera. Abbiamo organizzato l’alternanza della spesa settimanale e i tempi di respiro a casa.

Alla mattina e al pomeriggio ci dedicavamo alle nostre vocazioni e ai nostri impegni personali; il pranzo era destinato allo svago parlato; il dopo cena a quello audiovisivo. Il momento del telegiornale era diventato una stretta al cuore non troppo forte, una sorta di cappio nel quale galleggiavamo in attesa di un’assoluzione o di una spinta fatale. Abbiamo festeggiato la Pasqua mangiando gamberi, bevendoci un americano e fumando un sigaro. Al cappio ci eravamo in parte abituati.

Sono tornato a fare colazione fuori in un bar vicino a casa. Ho preso un cornetto alla marmellata e un caffè liscio. Mi sono seduto fuori, su un tavolo tondo e coperto da una tovaglia rossa e grigia, e mi sono goduto un piacere che pensavo, a gennaio, nessuno avrebbe potuto mai togliermi. Una valutazione ingenua di molti, immagino.

Sono tornato a lavorare a metà maggio. Ero stato uno di quei fortunati a tre quarti: la cassa integrazione mi era sempre stata corrisposta puntualmente e, appena possibile, ero già su un treno per buona parte vuoto diretto in sede. C’erano nuovi disposizioni alle quali attenersi scrupolosamente; la scrupolosità è durata qualche settimana, poi, con l’estate e i numeri del telegiornale che scendevano come su uno scivolo d’acqua, è venuta meno quell’attenzione accompagnata da occhi spiritati ed isterici. E’ stato come un accordo non scritto e non detto: è finita, anche se non lo è.

Mi sono dovuto ritrasferire a Venezia, in uno stanzino abborracciato e senza cucina. Il mio coinquilino aveva fatto delle scelte e quelle scelte avevano indirizzato il proprietario di casa verso lo sfratto pacifico di entrambi gli affittuari.

Ho cominciato a mangiare pizze e panini come se non avessi mangiato per mesi. Una dieta tutt’altro che sana, ma, per le mie papille gustative, un paradiso.

L’estate è passata quasi gioiosa; l’obbligo della mascherina in poche situazioni e la ripresa degli spostamenti aveva ridato al mondo l’apparenza viva e ingolfata di sempre. C’è stato un piacevole ferragosto a Treviso, in cui, con alcuni amici che non vedevo da quella festa di marzo, siamo andati a sbafarci una pizza in centro. Tanto per cambiare le abitudini. Poi abbiamo passeggiato per la città accesa, brulicante di chiacchiere e di risate. Un’atmosfera di serenità che mancava da un po’. Salutandoci, lo ammetto, ho dato anche un paio di baci e di abbracci alle amiche.

Verso settembre mi è stato comunicato che un mio racconto, scritto appunto durante le mattine e i pomeriggi dedicati alle mie vocazioni, era stato scelto per la pubblicazione e sarei stato premiato per la cosa a Roma. Non ero mai stato nella Capitale, quindi ho deciso di cogliere l’occasione per farmi un giro di qualche giorno. Ho prenotato l’albergo in centro centrissimo, di fianco al Quirinale (Ho sempre pensato che, se devo andare a visitare una città, la mattina devo svegliarmi con il mercato di piazza sotto casa, o salutando il presidente della Repubblica dalla finestra).

Ho viaggiato su un Italo a passeggeri quasi azzerati, eccezion fatta per una famigliola con neonato che si faceva sentire nel tipico Piantotrapano, tra i più acuti i miei timpani abbiano mai sperimentato.

La prima impressione che ho avuto della città, una volta uscito dalla stazione e recuperato l’udito, è stata un miscuglio ben amalgamato di confusione e austerità, che man mano è stato confermato nelle escursioni successive tra Trastevere e Villa Borghese. Non che ami chissà quanto l’ordine o odi chissà quanto l’austerità; a Parigi avevo trovato nel disordine e nella polvere un vestito adatto, come nella severità dei palazzi bianchi a Vienna. Nella capitale, queste due caratteristiche mischiate non hanno fatto altro che farmi pensare: «Anche meno».

La premiazione doveva tenersi alle 21, era un sabato.

Quella stessa sera, ho fatto un giro per le bancarelle di quella che era un fiera del libro; una fila di lunghi gazebo che si dipanava all’aperto e seguiva il percorso esterno dell’Auditorium Parco della Musica. Una struttura progressista e industriale, un mix di piombo, acciaio e cultura. Quando era ormai buio e buona parte dei gazebo coperti ad ogni lato, ho sfilato dal taschino dei jeans il biglietto del vip, di chi arriva fiero e vincente, e mi sono diretto al corridoio d’entrata che dava sulle sale di premiazione. Gli steward e le hostess mi hanno bloccato dicendomi che dovevo aspettare. Ho mostrato il biglietto vip. Niente da fare: dovevo aspettare una mezz’ora. Che vip da quattro soldi mi ero ritrovato ad essere?

La serata è poi andata bene, ho ricevuto un attestato e una stretta di mano, e il giorno dopo me ne sono ritornato a casa, questa volta su un vagone Italo completamente vuoto e silenzioso.

Finite le ferie ho ripreso a lavorare. Sapevo non sarei rimasto molto ad abitare nella città lagunare e, dato che avevo la fortuna, per arrivare alla sede di lavoro, di attraversare la riva che porta a San Marco, mi sono goduto ogni mattina la passeggiata, dove l’acqua era color violetta e le poche persone chiazzavano di vita le storiche strutture chiare come il cielo di quelle prime ore. Un panorama che ricordava un sospiro.

A novembre mi sono imbattuto in una ragazza che mi ha fatto palpitare e per la quale ho provato ogni tipo di emozione: un grafico a forma di montagna. Il primo giorno mi ha totalmente affascinato, il secondo mi ha coinvolto, il terzo siamo andati a letto insieme, il quarto ci siamo lasciati e il quinto me ne sono serenamente dimenticato.

Una perfetta storia d’amore in miniatura.

Arrancando, tra le fatiche di un nuovo trasloco e le attenzioni per evitare il contagio, che improvvisamente tornava, come dicono sempre i giornalisti, a «mordere», sono arrivato alle feste di Natale.

Mi sono rimpinzato di varie leccornie preparate da mamma e papà, ho chiacchierato del più e del meno con fratello e sorella, e ho organizzato il trasferimento in un piccolo appartamentino appena fuori Treviso, nella stessa zona in cui era partito il mio gennaio 2020.

La notte del 31 dicembre, mentre guardavo con mio fratello i pochi fuochi d’artificio dal terrazzo di casa, quello che mi sono proposto è equivalso a quello che ho augurato, nel suo significato basilare, speciale forse perché non lo è quasi mai.

Continuare a vivere.