
Sergio Mattarella si alzò già affaticato. Aveva un gran bruciore di stomaco, una leggera tachicardia, e dei reumatismi sparsi in più punti. Non che fossero una novità quei maledetti acciacchi dell’età, ma così tutti insieme: non era mai capitato. Stress aveva confermato il dottore. Non che ci volesse un genio ad intuirlo: il periodo aveva causato un’impennata di pensieri, e quel giorno in particolare si prospettava infausto, pieno e, vista le mole di chiacchiere che doveva sorbirsi, pedante come pochi. Perché al posto di dire sì alla Presidenza della Repubblica cinque anni fa, non aveva rifiutato educatamente, optando per una partenza con armi e bagagli a Lisbona, progettando un’anzianità a palle per aria, un’acqua tonica sulla mano destra e un libro sulla funzione dell’indirizzo politico nella sinistra?
Questo si chiedeva il capo dello Stato mentre, davanti allo specchio, si faceva incravattare con accuratezza dal suo assistente, il fedele Giovanni. Cercò, chiudendo gli occhi, poggiandosi una mano sulla fronte, la concentrazione per quella che sarebbe stata una lunga giornata formale in ogni suo gesto e segnale.
Il primo ad essere ricevuto fu il presidente dimissionario Giuseppe Conte. Voci di corridoio sostenevano che avesse cominciato a soffrire di un’ulcera peptica allo scoccare del “secondo” lockdown e di un eczema alla schiena subito dopo la conferenza stampa di Matteo Renzi. Seduti nella stanza ariosa del Quirinale, arzigogoli alle pareti, alle sedie, ai tavoli in legno lucido, Sergio chiese a Giuseppe: “Come vogliamo procedere?”
Giuseppe respirò, aggrottò un sopracciglio.
“Caro Presidente, la mia idea è di formare un nuovo gruppo…”
Sergio annuì serio, pensò che forse Giovanni aveva stretto troppo il nodo alla cravatta.
“…Un gruppo che intenda preservare la maggioranza acquisita…”
“E quale sarebbe il profilo di questo gruppo?”
“Cerchiamo senatori che sappiano fare sì con la testa, principalmente. Che non parlino troppo e che neanche abbiano troppe idee da proporre.”
“Mi sembra una buona cosa…” asserì Sergio.
“… Possibilmente che sappiano anche usare il tastierino del voto al momento opportuno, ma non la riteniamo una caratteristica vincolante.”
“Capisco, Giuseppe.”
Arrivò, su permesso della sorveglianza, Giovanni con i caffè.
Il secondo gruppo ad essere ricevuto dal Presidente fu quello del Partito Democratico/LeU. Di fronte a Sergio, si sedettero Nicola Zingaretti, Dario Franceschini e Roberto Speranza. Nicola aveva dormito sempre sogni tranquilli in quei giorni, addirittura negli ultimi mesi: aveva imparato l’arte del silenzio in pubblico, un buon modo per far crescere il bacino dell’elettorato confuso dalle panzane ascoltate su ogni cosa.
“Quindi?” chiese Sergio.
“Mah…” fece Nicola, “…Noi ci allineeremmo, Presidente!”
Dario e Roberto si guardarono, annuirono ad occhi chiusi. Gran risposta pensarono all’unisono.
“Vi allineereste a cosa?” chiese Sergio, a cuor sincero. Nicola spalancò gli occhi, arrossì leggermente.
“Mmmmmm…”
Come nei quiz televisivi a squadre, arretrò leggermente con la schiena, i compagni vicino alle orecchie.
“…A cosa ci allineiamo?”
“…A Conte?”
“Mmm…secondo me è qualcosa di più di un nome proprio.”
Dario, barba colore di un orso, animo color di un volpone: “All’Europa!”
“All’Europa, certo!”
Lo ripeterono a Sergio, che annuì leggermente. “Capisco…”, e li lasciò andare.
Matteo Renzi fu ricevuto per terzo, si infilò prima del centro destra; aveva calcolato che a quell’ora avrebbero offerto il pranzo e, se poteva tornare a casa a pancia piena, perché non avanzare a gomiti alti?
Davanti ad un piatto di pasta al ragù, davanti al Presidente che sommesso mangiava, lui, tovagliolo agganciato al colletto come Sordi, arringò: “Presidente!”, e masticò due rigatoni, “…Questa è una questione di merito! Su quello dobbiamo rimanere!”
Sergio annuì, attento alle parole dell’esponente sinistrodestrocentrista.
“…E non merito forse un posto alla guida di qualcosa? Non merito forse anch’io un ruolo?” Sergio gli chiese del Mes e dalla questione del Recovery Fund, e Matteo, ben disposto dalla scorpacciata e spazzolata del piatto: “Mi scusi Presidente, quelle sono questioni da discutere appena possibile, certo! Certo che dobbiamo! Ma come si può discuterne se io sono senza cariche? Come posso calare assi se non ne tengo, signor Presidente?”
Sergio capì e non capì la questione, chiese all’ospite: “Gradisce un caffè?”, e Matteo: “Come no…non è che avete anche un dolcetto?”.
Mentre Sergio era vittima del bruciore di stomaco -dopo pranzo, era sempre una battaglia a colpi di Gaviscon- Matteo Salvini e Giorgia Meloni entrarono in sala e si sedettero già tesi e seccati. Giorgia si diede una ravvivata ai capelli, trasformò gli occhi in due fanali e inveì: “Ma non è forse una VERGOGNA?”
Sergio parve titubante…cosa intendeva?
“Non è forse una vergogna che i bambini non siano a scuola da mesi! DA MESI!”
Sergio annuì gravemente.
“E non è forse una vergogna che i lavoratori TASSE LAVORO ITALIANI e i malati MUOIANO GUARISCANO MALE TASSE, e i politici perdano tempo con la POLITICA! Dove sta finendo il PAESE? DOVE?”
L’ultimo dove fu particolarmente acuto ed echeggiante. Ci fu un silenzio che sapeva di riflessione, ma era solo apparenza.
“Posso dire una cosa?” si intromise Matteo, che indossava un bella giacca blu navy. Sergio annuì, pensando che doveva dire a Giovanni di prenderne una dello stesso colore, appena possibile.
“Posso?” chiese ancora Salvini. Sergio annuì più sicuro.
“La droga fa male! Ahhh finalmente l’ho detto!”
“Sono certo di averlo già sentito da qualche parte”, commentò con una punta di sarcasmo Sergio. Salvini fece un’espressione da gufo confuso.
“…Posso farle una domanda Presidente?” Sergio, ancora, annuì.
“Posso?”
“Può, sì.”
“Lei sa quanto paga di tasse Tonello, il mio macellaio?”
Sergio allargò i palmi delle mani, fece no con la testa, dispiaciuto per non avere l’informazione.
“Paga tanto, Presidente!…E sa a quanto tiene le costate?”
Sergio dovette ammettere la seconda mancanza.
“19 al chilo. Ora, se continuiamo così a quanto crede che sarà costretto a metterle?”
“E’ UNA VERGOGNA” rincarò Giorgia.
“Lei capisce, Presidente…”
“Capisco, capisco…”
Durante la pausa caffè del pomeriggio, caffè che avrebbe dato il colpo di grazia allo stomaco di Sergio, Giovanni venne a riferirgli del ritardo dei ragazzacci.
“Che è successo?”
“Hanno deciso di giocarsi l’alleanza con i senatori di Forza Italia a calcetto, qui fuori.”
Si affacciarono alla finestra che dava su Piazza del Quirinale. I Cinque Stelle erano divisi in due squadre; a decidere per la palla, uno di fronte all’altro, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Roberto Fico in veste arbitrale, Alfonso Bonafede in porta per la squadra di Luigi.
“Lo sapevo che Alfonso stava in porta! Ha proprio la faccia di uno che non sa usare i piedi!”
“Lei ne sa una più del diavolo, Presidente!” commentò Giovanni.
“Ho una certa esperienza.” disse rinfrancato, gongolante, Sergio.
Tornarono in postazione. Sergio invitò Giovanni a fare il nodo alla cravatta più allentato la prossima volta, mentre allargava la presa del tessuto lucido dal colletto e allungava il trapezio dolorante. “Mi scusi, Presidente”.
Bussarono alla porta. Sergio tornò nella sua posa formale. Si fece avanti un personaggio largo, con i capelli castani ben tenuti da una riga laterale. Un sorriso sicuro, gli occhi mogi. Sergio allora sussurrò a Giovanni: “…E questo chi è?”
“E’ Carlo Calenda, Presidente.”
