
Camicia bianco pubblicitario, giacca blu elettrico; la cintura è vistosamente intrecciata in un beige spento e autorevole. L’agenda, l’elastico teso sulla copertina, non viene aperta ma rimane lì sopra il tavolo a forma di ovale: l’aveva poggiata come fosse sul punto di leggere una rivelazione esplosiva sull’umanità, ma i segreti possono aspettare.
La mano rotea, ricalca la stessa linea come un circuito su cui, giro dopo giro, le confidenze del motore aumentano. “Le possibilità di pareggiare la quattordicesima ci sarebbero. Premi, buoni pasto. Cerchiamo di essere disponibili…”. Gli occhiali sono fini quasi che volessero non farsi vedere, gli occhi azzurri sono arricchiti da un grigio serioso, prospettano le difficoltà tentando un superamento anche goffo: l’importante è che sia un superamento. Le dita poggiano delicate su un pizzetto tosato sotto un righello di precisione e l’effetto sale e pepe sta sfumando a colpi di Natali regolamentati da un rigido controllo dei grassi e dei carboidrati. “…E di far vivere i nostri dipendenti nel miglior modo possibile. La paga oraria è determinata dal contratto nazionale, quindi non è che si possa fare granché”. Già lo sapevo e non nutrivo speranze in quel senso e non provavo moti di rimprovero nei confronti del sig. Cescon, il responsabile dell’azienda seduto di fronte a me, pronto a farmi una proposta (a suo dire interessante) nell’ambito dei servizi di vigilanza.
Non so dove tenere i gomiti, una di quelle parti del corpo di cui ricordo l’esistenza in momenti poco consoni: perché se so che li ho, so che da qualche parte li devo mettere, e dove vanno messi per mantenere una posa ordinata e seria, e non troppo seria e abbastanza disponibile al dialogo? Ne metto uno sopra un rettangolo in pelle lavorata che sta sopra il tavolo, un oggetto indefinibile e all’apparenza inutile se non nel triste funzione di poggiagomito, e tengo una posizione simile a Il pensatore di Rodin fingendo di pensare alle parole del sig. Cescon, quando in realtà sono totalmente concentrato sulla posizione giusta da mantenere con il gomito.
La sala è ampia, ci sono sedie da ufficio dall’aspetto padronale -una salda tana per la schiena- e in fondo un telo bianco da convention mi fissa, sembra il capo di tutto l’arredamento, anche dei quadri appesi alle pareti dove sono rappresentati i grandi monumenti di Venezia (anche se la sede è a Marghera che è Venezia tanto quanto Cologno Monzese è Milano, e poco importa se Venezia tende al meraviglioso: Marghera non cambia ciò che è ma potrebbe smetterla di vergognarsene, mollare l’ancora della bellezza altrui e mostrarsi per come appare così magari continua a non piacere agli altri ma piace un po’ di più a se stessa). L’espressione del telo bianco è come se tenesse le sopracciglia basse: cavalca il sospetto sulle mie intenzioni, dato che la mia figura, vista come un’apprezzabile ma prescindibile presenza, non si sposa bene con il ricercato orgoglio dell’ambiente. Dal canto mio tento di evitare l’onnipresente disagio in luoghi dove pure l’aria ambisce alla fierezza del suo sangue e ascolto il sig. Cescon, inseguo il punto del discorso, lo sento un passo alla volta, una parola dopo l’altra, sempre più vicino. “…Le prospettive sono ampie. Per dire: abbiamo appena finito un evento di Bulgari”. Il sig. Cescon strabuzza gli occhi per farmi percepire le caratteristiche diamantine della situazione. “Insomma, cose grosse”. Penso al mio gomito…lo devo muovere? Non è che sto facendo la figura dello stoccafisso? Cambio il braccio d’appoggio. Annuisco ai particolari -da me immaginati- nella mente del sig. Cescon: vestiti a strascico, bionde dalla chioma incredibilmente ordinata e lunga, caldi luci gialle e buffet regali, champagne su bicchieri che in un brindisi tintinnano come cristalli microfonati. “Per arrivare a questi tipi di eventi bisogna fare un po’ di esperienza sul campo, però non avrai difficoltà…Vedo che sei uno sveglio”. Ogni complimento ad un colloquio di lavoro non è vero né accurato, al massimo è il sottile sottoinsieme generato dall’intersecazione tra la persona e la proiezione del dipendente ricercato dall’azienda, il tutto mischiato a delle conclusioni date ad una velocità disarmante.
Il sig. Cescon prende in mano il cellulare come se fosse una distrazione obbligata, la poggia sull’ovale di fianco all’agenda chiusa. “Hai qualche domanda? E’ tutto chiaro fino ad adesso?”. Sorrido. Lui mi sembra una brava persona (ogni complimento ad un colloquio di lavoro non è vero né accurato, al massimo è il sottile sottoinsieme generato dall’intersecazione tra la persona e la proiezione del datore di lavoro desiderato) e allora mi gratto all’altezza della tempia, un gesto che vorrebbe dare l’impressione fasulla di essere a mio agio. “Mi sembra di aver capito, sì”. Lavoro di prospettive: mi ci vedo a svolgere un ruolo di vigilanza? Di controllo? Il sig. Cescon continua a raccontarmi dei termini contrattuali e dei termini orari e delle sedi papabili e della possibilità di impugnare una pistola, e lo fa toccandosi spesso le falde della giacca, un gesto tra il professionale e il fenomenale. Lo ascolto da una posizione diversa adesso, i gomiti non so più dove siano, il sorriso rimane fisso come un anatema contro qualsiasi richiesta o desiderio altrui. Non sono adatto, non sono per nulla adatto, e me ne rendo conto perché in fondo sono sveglio. I pori dilatati della pelle, il sudore pronto ad inumidire la fronte, ogni cosa torna al suo posto, recede, e le parole di Sig. Cescon, ora che sono ininfluenti, si fanno chiare e impegnate, eleganti e precise.
Superiamo insieme la soglia della porta, sul pavimento di mattonelle grigio scuro un riga di luce solare a forma di lama di spada segna naturalmente l’uscita. Il sig. Cescon mi mette un braccio intorno alla spalla, “Domani mi fai sapere allora”. Annuisco, tendo la mano e stringo deciso la sua. “Nel pomeriggio…ho solo bisogno di rifletterci un attimo”. Ci guardiamo come vecchi amici appena conosciuti che stanno per dirsi addio.
“A presto, allora”.
“A presto”.
Vorrei augurargli qualcosa -un futuro radioso o una ricerca più azzeccata dei profili- ma la recita cadrebbe e a questo punto cosa me ne farei della sincerità?
