
Fin da piccolo ho forgiato il carattere sul terreno chiodato dell’agonismo.
Anche se le madri si ringalluzzivano a vicenda per i voti positivi in matematica e italiano, a me e i miei amici poco importava chi fosse il più bravo a scuola. All’epoca il ventaglio di valutazioni andava da bravino a bravissimo: la solita solfa ripetuta giorno dopo giorno che azzoppava, anno dopo anno, il reale prestigio delle nostre ambizioni.
Cominciò ad avere valenza la vittoria di una corsa, i centimetri raggiunti con un salto, il numero di goal segnati o la capacità di arrampicarsi su un albero. Lo sguardo ammirato davanti ad un nuovo record, in una qualsiasi di queste discipline, vinceva senza remore sui complimenti delle maestre e sui regali dei genitori. Garantiva uno scettro di ammirazione ed invidia sul gruppo e sugli altri compagni di classe; dei sorrisi di complicità magari solo immaginati con le bambine e le calamite luccicanti dei loro occhi.
Per un periodo breve -uno dei periodi più gloriosi della mia vita- fui riconosciuto come il più veloce della classe. Incapace di imitare le scimmie tra i rami, oscurato dalle prodezze di capocannoniere del mio amico Giulio al Ponzano Calcio, finalmente avevo la mia dote di eccellenza da vantare in classe tra le chiacchiere ufficiali ed ufficiose delle lezioni.
Quando, per esempio, dopo aver studiato gli indiani d’America, la maestra di storia chiese alla classe di assegnare ad ognuno un nome indiano, io, forte della mia posizione, convinsi i compagni ad appiopparmi l’appellativo privo di modestia ma non di fantasia Quattro caprioli.
A Giulio, a cui toccò il nome di Castoro ridente per un paio di incisivi sempre in vista, questo mio primato non piaceva, e ancor meno piaceva la mia vanagloria. Assetato di medaglie al valore, mi sfidò più volte al celeberrimo chi arriva primo nel giardino della scuola e nelle varie case dei nostri compagni, teatri soleggiati delle feste di compleanno.
E fu proprio durante una mia festa di compleanno, in cui ci stavamo sfidando ad una organizzatissima caccia al tesoro, che vennero scelti i due componenti più veloci delle squadre -io e Giulio- per correre un giro attorno alla casa: il primo arrivato avrebbe ottenuto un indizio essenziale per procedere nel gioco. Dopo pochi metri dal via mi accorsi che le gambe di Giulio avevano più spinta, sembravano grilli arrembanti. Allargai allora il braccio, cercando di creare un ostacolo, che Giulio colpì con un gomito per liberare la traiettoria di corsa. Mi fermai scandalizzato: “Mi spinge! Mi ha spinto!” urlai in un comportamento che rivisto oggi potrebbe ricordare quello di un giornalista di successo. Giulio continuò fino al traguardo, e le mie lamentale -seppur del festeggiato- non sortirono ripensamenti nelle decisioni degli arbitri improvvisati da mia madre e da mia zia. Da quel giorno la mia fiducia sulla corsa perse mordente e venni sfilato dal primato in poco. Ma con Giulio la gara era ben lontana dal concludersi.
Il suo talento naturale con il pallone tra i piedi sembrò d’un tratto bloccarsi. Il mio invece, in determinate situazioni, in un preciso ruolo, cresceva. Io giocavo più minuti, lui segnava meno goal. Come un gambero, come un’involuzione, cominciò ad arretrare, dal ruolo di attaccante passò a quello di centrocampista esterno; io presi confidenza nella zona centrale, appena davanti alla difesa. L’anno in cui le iscrizioni dei nati tra il 1987 e il 1988 erano troppe per la formazione di una sola squadra di Esordienti, la presidenza decise di scinderci in Ponzano A e Ponzano B. Finii nella A, Giulio nella B. Lo scoprimmo lì al campo. Dentro di me gongolavo; raggiunsi Giulio davanti agli spogliatoi e lui, incendiato dall’invidia, mi disse di andare a parlare con i miei nuovi amichetti della squadra A. Feci la faccia scandalizzata, fino a tramutarla in una maschera di delusione e perplessità, anche se intimamente non smisi certo di gongolare.
Cambiai sport. Dopo una passione folgorante per Nba Live prima e per l’Nba reale poi, a quattordici anni mi iscrissi a basket. Federico, in arte Fetti, faceva parte del solito gruppo di amici, lo stesso di Giulio, e giocava a basket fin dai tempi in cui l’unica fissa era il dualismo tra Ronaldo e Del Piero. Più alto e strutturato, meno agile, aveva trovato presto uno sport congeniale al suo fisico. Complice anche un’accesa rivalità sulle ragazze –lui andò a letto con una mia ex ragazza piuttosto fresca per quanto riguarda la definizione di ex e io per ripicca mi infilai in una relazione che stava costruendo, sabotandola*- innescammo una miccia d’odio tra il campetto e il palazzetto dello sport. Io dovevo essere più forte di lui, lui di me. Se la squadra vinceva trascinata dai miei punti, lui non lo sopportava; e la stessa cosa valeva per me. Se faceva una prodezza in un pomeriggio di puro cemento assolato, io dovevo replicare; e la stessa cosa valeva per lui.
Ricordo ancora una gita ad un campetto fuori porta dove i canestri erano leggermente più bassi. Potevamo divertirci a schiacciare ed ero io ad essere considerato il miglior saltatore, il pensiero comune convogliato dalla mia propensione al rimbalzo (scoprii più tardi che avevo tempismo e non una grande capacità di salto). Dopo un paio di schiacciate mediocri del sottoscritto, Fetti si mise a volare un metro oltre la lunetta del tiro libero; a mollare schiacciate a due mani; a finalizzare alley-oop! Lui mantenne un sorrisetto di vittoria e scherno che si trasformava in una sonora risata quando riprovavo le mie schiacciate prive di potenza o direttamente fallimentari.
In un’altra occasione, questa volta nel tempio delle nostre estati, il campetto Anspi di Ponzano Veneto, fu lui a fondersi di rabbia. Preso da una buona giornata al tiro e al palleggio, avevo garantito giocate apprezzabili, e acquistai sempre più fiducia fino a che, stretto nella linea di fondo, davanti Fetti come difensore, feci un giochetto tra le mie gambe e le sue, uno di quelle mosse che sortiscono lo stesso effetto di un tunnel a calcio. Fetti mi spintonò via, poi mi diede due schiaffoni sulla schiena, incazzato nero per la presa in giro versione cestistica. Se ne andò a casa senza aspettare la fine della partita, e io, a vedere battere l’amico in ritirata, sentii la soddisfazione inerpicarsi dalle punte delle dita delle mani fino a rilassare ogni muscolo della schiena.
Uno a uno, o due o due, o cinque a cinque: e alla prossima.
Con gli anni sono maturato in un modo inaspettato, imparando sì a separare il giudizio della mia persona dal risultato della performance, ma non perdendo la direzione istintiva verso il testa a testa. Come sempre -e qui rimane la mia traccia fossilizzata d’immaturità- non è tanto il lavoro al quale guardo, di cui, come per la scuola, continua a importarmene poco, dove ho visto troppe volte premiato il sacrificio piuttosto dell’estro -la fedeltà a vincere sulle capacità- ma, se la dinamica mi interessa, e può essere una stupida partitella di basket, un’inutile battaglia dialettica, un concorso di racconti o un innocente gioco da tavolo, la mia formazione richiederà i riflettori del palcoscenico. Sorriderò eccitato dalla sensazione di sfida attaccata alla pelle, e la traduzione moderna dei miei pensieri tra una mossa e l’altra suonerà più o meno così: Vediamo se questa volta ti fotto.
*tra amici considero l’1 a 0 ai torti un risultato che deve raggiungere per forza l’1 a 1, pena la fine dell’amicizia
