
Meglio entrarci in punta di piedi. Sarà la tendenza umana a prendere sul serio solo gli aspetti negativi – le difficoltà o i drammi – a far sì che l’esplicazione delle emozioni dalle tonalità positive, compresa la felicità, si riduca spesso a dei discorsi un po’ banalotti; e le colpe sono forse da dividere con i vari maestri di settore (industrie editoriali, cinematografiche e televisive), di chi spara stellette e cuoricini a forma di frasi fatte alla vissero tutti felici e contenti.
C’è una differenza enorme – ed è un po’ quello che personalmente considero il confine tra una ciofeca e un approccio rispettabile – tra raccontare di un mondo tutto rose e fiori e un mondo in cui le rose e i fiori crescono solo qualche volta in un grande deserto di sabbia ed è quindi proprio il caso di soffermarsi, quando li si incontra in un cammino talmente arso. Ha senso parlare di serenità, se non in contrapposizione alle preoccupazioni? Di euforia se non in una costante lotta con lo scoramento?
Di felicità che, qualche volta, senza inviti, si fa strada tra le macerie ansiogene o depresse dell’esistenza di ognuno?
Se i momenti tristi e difficili – in alcuni casi dolorosi – li ricordo con facilità perché tendono a mantenermi concentrato sulla loro natura, nei momenti felici sono distratto dalle cause che scatenano quella felicità. Se quando sono triste la mia mente certifica lo stato d’animo, per quanto riguarda la felicità, il certificato tende a palesarsi dopo qualche tempo, rendendo così il ricordo carico di una dolce nostalgia. Eccomi allora disperato, dopo la rottura di un rapporto amoroso o alle prese con un lutto, a chiedermi quando ne uscirò; ed eccomi, non disperato ma mogio, a ricordare quella gita con la classe in un’altra città o di una delle prime nottate passate a ridere con lei, chiedendomi quando ci rientrerò.
Oltre al carattere fuggente, riconoscerei alla felicità l’odiosa capacità di saper essere imprevedibile. Non ho difficoltà ad immaginare – trovando buoni indizi nell’esperienza – i momenti in cui il mio stato d’animo subirà una discesa verso gli abissi dell’umore. Fallimenti, malattie, lutti: con le migliori intenzioni e il massimo impegno per limitarli quando possibile, se non altro l’immaginario avrà di che vantarsi sul riscontro del reale.
Di contro, invece, i picchi di felicità futuri restano avvolti nella nebbia, proprio perché quelli già vissuti non hanno avuto a che fare con programmi o aspettative specifiche. Ero sicuramente felice nel giorno di laurea o di diploma, ma non tanto quanto in alcune occasioni totalmente casuali, in cui la mia memoria ricalca alla perfezione il ricordo sul sentimento. Un caffè tra amici diventato un pomeriggio infinito di battute e bevute; una passeggiata lungo il fiume con quella ragazza in un anonimo lunedì di febbraio; due tiri al canestro appena montato la mattina di Natale, aspettando il pranzo sotto un sottile nevischio.
Niente di significativo, eppure, inspiegabilmente, ricordo di essere stato enormemente felice.
Potrei essere tratto in inganno dalla memoria: potrebbe essere che il me di oggi vorrebbe rivivere determinati istanti in preda allo sconforto di essere passato oltre. Se una piccola dose di verità in questo meccanismo esiste, di certo il mio cervello non ha alcuna intenzione di estenderlo: non voglio tornare a quando ero alle medie, con l’insufficienza in francese e il Topexan nel cassetto del bagno. Al massimo, vorrei tornare a quella mattina di Natale.
Più della truffa attuata dalla nostalgia, direi che questi momenti hanno in comune la capacità di assorbirmi all’interno della loro esistenza, in cui finisco per essere solo un piccolo pezzo di un puzzle. Non so se a qualcuno è mai capitato di assistere ad un bambino che annusa un fiore per la prima volta. Potrebbe esserci una profonda similarità: nonostante il bambino stia scoprendo il potere del proprio olfatto, la gioia è interamente rivolta al profumo di quel fiore. Come accennavo prima, la totale distrazione da quello che sono.
Alla fine non so quanto abbia senso, almeno per il sottoscritto, inseguire la felicità. Non è riconoscibile nel presente, non è programmabile ed è molto più slegata dalla mia persona di quanto tendo a credere. Non mi resta che allenarmi a riconoscerla, di giorno in giorno o di anno in anno, sempre un pelo in ritardo rispetto alla sua venuta, in modo tale da avere la serena garanzia che prima o poi ritornerà.
