Alle elementari la più bella della classe era stata decretata al primo anno, in una settimana, massimo una e mezza. Si chiamava Lucia, aveva delle labbra ben delineate, gli occhioni da cartone giapponese e un sorriso da confusione. Data la palese difficoltà a trovarle dei difetti, il comparto maschile decise di correrle dietro all’unanimità. Fu solo al primo giorno del quinto anno, quando ormai ero rodato sui rapporti da mantenere con ognuno dei compagni, che i miei occhi si fecero incantare dalla nuova bambina apparsa timida e sorridente al banco più in fondo a sinistra. Si chiamava Carmissa, veniva dalla Bosnia ed era in Italia da qualche mese. A differenza di Lucia, la cui bellezza rimaneva indiscutibile dopo quattro logoranti anni di studi e ricreazioni, Carmissa aveva un mento più accentuato, gli occhi più sottili e il caschetto di capelli forse eccessivamente scolastico, ma a me era piaciuta così e fin da subito. Se a Lucia apparteneva un’attrattiva tanto evidente quanto dagli effetti condivisi, avevo invece intuito essere l’unico o quasi a vedere Carmissa sotto quella luce, e la cosa rendeva il tutto ancora più speciale. Decisamente più intimo.
Non ci volle molto tempo ad intuire che anche lei vedeva me sotto una luce diversa: ci guardavamo spesso, ci sorridevamo con imbarazzo e quando ci parlavamo –lei sapeva l’italiano tanto quanto il bosniaco- non riuscivamo a cavarne un discorso sensato senza balbettii o striduli. La conferma arrivò con un tema di italiano dalla traccia piuttosto particolare, ovvero raccontare il compagno di classe preferito. Avrei potuto scrivere di almeno tre o quattro amici sempre presenti nelle mie mattinate e nei miei pomeriggi, ma decisi di scrivere di Carmissa. La verità era che non la conoscevo così bene da riempire un foglio protocollo, quindi le appioppai un sacco di qualità inventate, di cui la stessa protagonista si sorprese. Sì, lei venne a conoscenza con estrema precisione del mio tema, perché la maestra trovò curioso che io avessi scritto di Carmissa e che Carmissa…beh, che Carmissa avesse scritto di me. Lesse entrambi i temi a voce alta, e la cosa ci unì ancora di più perché condividemmo quella sensazione di voler sprofondare o sparire, mentre le nostre parole appena sdolcinate fioccavano come zucchero filato e i compagni e le compagne di classe sogghignavano goduriosi.
Quando arrivammo in prima media le classi vennero mischiate con alunni provenienti da altre scuole elementari e, forse per il mio recondito –recondito all’epoca- desiderio di perdermi negli occhi di una ragazza, cominciai a provare delle sensazioni simili a quelle per Carmissa verso una nuova compagna, Federica, capelli neri, frangia tagliata al millimetro, seduta giusta nel banco dietro il mio nella nuova disposizione decisa dai professori. Carmissa però non si era dimenticata di me e, in ricreazione, la seconda settimana, mi fece recapitare un biglietto da una delle sue nuove compagne di classe. Così recitava: “Vuoi fare una passeggiata con me?”. Nel gergo regnante alle medie, fare una passeggiata voleva dire mettersi insieme, e io non volevo, non più perlomeno, quindi, da aspirante codardo, dissi che dovevo pensarci –avevo il terrore di ferirla dopo l’anno di quinta elementare vissuto con la speranza di un suo nuovo sguardo ogni mattina. Lasciai trascorrere il tempo, lasciai raffreddare i già radi incontri, fino a che lei non si arrese e cominciò ad evitarmi come la peste.
Passò qualche anno, e diventammo quelle persone che in autobus si incontrano e si dicono un ciao di sfuggita. Poi un’anonima mattina d’inverno successe, come avrebbero riportato i giornali il giorno dopo, che Carmissa si sentì male, all’apparenza una banale influenza, ma la febbre si impennò, e le vennero delle macchie rosse sulla pelle, e allora i genitori la portarono in ospedale. Lì morì per setticemia da meningite. Quando seppi la notizia, lasciai fluire un insensato panico e un istintivo egoismo. Mi convinsi di avere male al collo e la febbre: sintomi tipici della meningite. Appurato che avevo 37 e qualcosa, mia madre chiamò la pediatra, la quale mi chiese se avevo avuto rapporti con Carmissa. Risposi: “No. Ci salutavamo in autobus”.
Su consiglio della pediatra andai comunque in ospedale, e su consiglio dei medici ci rimasi due notti. Il giornale che riportava la notizia di Carmissa rimase con me per tutto il tempo ma non lo aprii, restò lì, appoggiato e piegato in due sul tavolino per i visitatori. Quando, indirizzato a casa nella macchina di mio padre, mi decisi ad andare alla pagina della notizia, vidi la foto di lei, del suo viso e del suo mento, dei suoi occhi sempre sottili e dei capelli -aveva cambiato il modo di portarli negli anni, teneva una frangia obliqua e la lunghezza sfiorava le spalle. Sentii un vuoto al petto, questa volta un moto più vicino alla tristezza che al panico.
A differenza di altre ragazze, al cui ricordo mi vengono in mente aneddoti e gaffe divertenti, quando ricordo Carmissa –anche perché di lei non è rimasto che il ricordo- a riempirmi il cuore è questo vuoto. E mi domando se non fosse bastata una innocua risposta su di una passeggiata a colmarlo. Almeno un po’.
