
Finita l’università la mia attività preferita divenne girarmi i pollici mentre, disteso sul letto o sul divano, ad ogni girata sparavo mentalmente le ipotesi per i mesi successivi: avrei cercato un lavoro (Quale campo? Quale mansione?), mi sarei iscritto ad un master (Con quali soldi?), avrei scritto una sceneggiatura da presentare (A chi?). Difficile trovare la voglia di muoversi dalla posizione orizzontale che, se non altro, manteneva un certo alone di possibilità sul futuro, a differenza del darsi da fare, il cui sapore aveva –il passato ne era testimonianza- uno spiccato aroma di bocciatura. Purtroppo mio padre e mio madre non volevano sentire storie, credevano fosse mio dovere capire quale direzione prendere nella vita, lasciare da parte i tentennamenti in favore di brutti colpi e guarigioni, metafore di nuove comprensioni. Dopo l’ennesima semi-lite, visto il silenzio tombale della mia cartella e-mail dopo una cinquantina di curriculum inviati, valutai una scuola di scrittura creativa consigliata dalla professoressa relatrice della mia tesi.
La storia della mia tesi si può dividere in due parti, a dir la verità in due tesi: la prima, concordata con un professore di musica scelto perché unico disponibile nell’ottica di scrivere e presentare il tutto in quattro mesi, e la seconda, una sceneggiatura originale. Il primo progetto era naufragato sotto i colpi della fretta e del mio completo disinteresse per l’argomento da me stesso scelto (l’Orchestra filarmonica di Berlino, su cui era anche difficile recuperare materiale), mentre il secondo era andato a segno se non altro nei confini di una tesi di laurea. La sceneggiatura, riletta molti anni dopo, è terribile: piena zeppa di concetti cinematografici fin troppo astrusi ed accademici.
Durante il colloquio di conferma del voto, la professoressa mi aveva chiesto cosa volevo fare nella vita, dopo la laurea, e io credo di aver prima di tutto alzato le spalle. Non ne ero certo, avevo una vaga passione per il cinema e per la scrittura ma mi parevano mondi così complicati e lontani che, onestamente, non sapevo come comportarmi: avevo 25 anni ed ero convinto di essere già fin troppo in ritardo con tutto (ora ne ho 33 e mi sento ancora in ritardo con tutto, ma è cambiato il tutto). Comunque le avevo detto che mi sarebbe piaciuto conoscere, approfondire un minimo, ecco, le tecniche narrative legate all’audiovisivo, però non in ambito scolastico. Volevo approcciarmi al lavoro perché a piacermi doveva essere l’attività e non studiare come altri avevano svolto l’attività. Lei aveva annuito, capiva il mio punto di vista, quindi mi aveva detto dell’esistenza di una scuola a Bologna, nella quale vigeva un approccio molto pratico: poche lezioni, nessun professore ma registi e sceneggiatori, e lavoro, lavoro, lavoro. In sostanza dovevo pagare per lavorare, ma era accettabile, non potevo certo pretendere di trovare un lavoro pagato in quell’ambito così, chiacchierando amabilmente con una professoressa.
Quando annunciai ai miei la cifra della retta annuale (e per fortuna la scuola durava solo un anno) sbiancarono leggermente, ma ormai erano anni che sbiancavano per qualsiasi cifra: puntualmente speravano di aver smesso con rette e tasse per la formazione dei figli. Mi dissero che andava bene, ma nel frattempo dovevo trovarmi un lavoretto. Dissi ok, il patto poteva reggere. “E comunque è da vedere se passo le selezioni”, aggiunsi.
C’erano delle selezioni da superare -consistevano, a studiare le indicazioni sul sito web, in una prova scritta e una orale. “Cerchiamo nuovi alunni, nuove storie” era lo slogan della scuola, quindi non veniva richiesta una vera e propria preparazione, un manuale da leggere o dei libri su cui cullare un minimo di speranza: andavi lì e dovevi cavartela con l’immaginazione. E così feci a novembre, il 15, la data della prima prova, quella scritta.
Sceso dal treno e uscito dalla stazione di Bologna, presi una cotta per la città. Ho sempre amato l’accezione urbana della nostra vita, il grigiore dei palazzi, lo smog, ammassi di persone ai semafori e psicopatici al volante pronti ad aggredire la leva del cambio e a bestemmiare contro pedoni e altri autisti. E quello che si vede appena si esce dalla stazione di Bologna è esattamente questo. Ero arrivato con un anticipo esagerato –mia mamma mi ha insegnato che non si sa mai, quindi avevo preso il bus prima per prendere il treno prima per Mestre per prendere il treno prima per Bologna- e potevo gironzolare un paio d’ore prima di avviarmi alla sede, calcolando perfino possibili indecisioni ed errori sulla strada da percorrere fino a destinazione. Mi avviai verso un posto conosciuto -a Bologna era già stato quattro giorni, in macchina e con amici- Salaborsa, una sorta di biblioteca per perdigiorno. I palazzi del dopoguerra che si trasformavano in storici, e i portici pieni di bar e tabacchini, e il chiasso con quell’accento le cui parole ricordavano sempre tortellino, mi misero una naturale allegria, quasi avevo voglia di camminare dondolando.
Bevuti i caffè, fumate le sigarette, tergiversato in biblioteca, mi ero rilassato abbastanza per affrontare la giornata fatta di nuove conoscenze ed esami. Tagliai la città in orizzontale e arrivai alla sede della scuola. Mi guardai attorno perplesso, mi aspettavo una classica scuola: una costruzione staccata e riconoscibile, una cancellata e una targa d’ottone grande, ma niente di tutto questo, c’era solo un piccolo campanello nel quadro di campanelli di un palazzo incastrato tra tanti suoi simili, difficile riconoscere la fine di uno e l’inizio dell’altro. Dall’altra parte della strada, come un ricordo per molti, come un’attrazione per me, un piccolo cinema con i cartelloni dei film appiccicati in vetrina. Dovetti chiedere al bar di fianco se era effettivamente lì la sede della scuola, e mi venne assicurato che era lì, e allora bevvi un altro caffè, fumai un’altra sigaretta, e feci due respiri profondi. Suonai.
Al primo piano, superato l’uscio, lo stanzone principale era formato da tavoli bianchi dove stazionavano come in un set fotografico gli altri aspiranti studenti della scuola. Una segretaria arrivò dalla destra, si presentò e la segui sempre a destra, mi portò su uno stanzino che fungeva da segreteria. Mi diede dei fogli da firmare, e qualche ragguaglio sul funzionamento dell’esame. Saremmo stati convocati tutti insieme a breve. Io sorrisi, ero molto impegnato a sorridere per coprire l’usuale e inossidabile imbarazzo delle situazioni nuove, e continuai a sorridere anche quando salutai il restante gruppetto di colleghi. Recuperai una sedia e mi sistemai giusto dietro una libreria a quadrati, sull’angolo vicino alle finestre, la cui vista spaziava su un angusto antro tra i palazzi, ancora grigio e leggermente sporco. “Me chiamo Paulo!”. Mi si presentò questo ragazzo, un riccioluto dalla faccia semplice, non sempliciotta, e con un naso talmente lungo da paragonarlo alla curiosità. “Tu come te chiami?”. Scambiammo qualche chiacchiera e scoprii che il ragazzo veniva dal Brasile, aveva una storia personale davvero interessante, basata su mille viaggi e altrettante esperienze, ma, tra una sua grande avventura e un mio misero aneddoto sul bar preferito di paese, mi domandavo cosa ci facesse lì. L’italiano lo parlava così e così, e ok, magari qualche frase, ma scrivere soggetti, trattamenti ecc. comportava una conoscenza se non di massimo almeno di buon livello. “Sì, sì!” confermò, “Sono qui per la prova di ammissona! Mi sto facendo una paura!”. Annuii perplesso, volevo chiedergli se era sicuro di non aver sbagliato scuola o nazione, ma lasciai perdere, una signora con una gonna di pelle e un maglione marrone ci chiamò dalla porta di un’altra stanza, questa volta sulla sinistra, una sorta di aula dove erano posizionate delle sedie con appoggio incorporato e una lavagna lunga sulla parete di fondo.
La donna ci dette un foglio con descritta una scena, e noi da quella dovevamo costruire una storia. La scena era: un’anziana chiusa in un armadio sbircia incuriosita l’esterno tra la fessura delle ante. Tentennai qualche minuto, il tempo di pensare a qualcosa di sensato, poi andai di penna e virgole e punti. Mi venne in mente una storia su un’anziana che non voleva saperne di finire in ospizio, e quell’armadio, l’unico oggetto lasciato dell’arredamento dagli addetti al trasloco, l’aveva accompagnata di casa in casa da quando era piccola, e si ricordava ogni momento in cui ci era finita dentro. Ovviamente, ogni momento aveva un certo pathos, o almeno, cercai di instillarlo. E ora era lì dentro ancora, per un’ultima volta. A ripensarci era una storia senza capo né coda, come piacciono a me.
Una volta fuori dall’aula ci mettemmo a vociare come grilli con il mal di gola, e Paulo mi chiese com’era andata. Ero soddisfatto, dissi, e poi chiesi come se l’era cavata lui. Mi raccontò della sua storia, l’anziana viaggiava nell’armadio come fosse su un teletrasporto, e doveva correre da un posto all’altro per recuperare la nipotina scappata. La trovai un’intuizione bella e onesta e mi complimentai. La soddisfazione per la mia storia scemò leggermente, avrei voluto avere anch’io qualcosa di così immediato e originale da raccontare. Qualcosa di scoppiettante che suscitasse negli occhi delle persone un’ammirazione luccicante.
Tornai a Bologna per l’esame orale qualche giorno dopo. Ci eravamo messi tutti nello stanzone principale, volavano battute e domande, qualche curiosità, pagine di libri leggiucchiate nei silenzi d’ansia. Man mano che gli esaminati uscivano dall’aula, fu chiaro a tutti quale fosse l’aspetto principale dell’esame, ovvero l’improvvisazione a voce di una storia. La scoperta mi gettò nel panico, io ero una pippa atomica a parlare: mi bloccavo, mi ingarbugliavo e quando sembrava avessi preso il via, per non fare un dispetto alla mia incapacità, mi bloccavo di nuovo. Quando chiamarono il mio nome, pensai che l’unica cosa a potermi salvare era un’eccellente valutazione dell’esame scritto.
Proprio sull’esame scritto, la commissione -erano tre persone, un uomo quasi calvo con i pochi capelli sparati verso l’alto, un altro con gli occhialini alla John Lennon e il viso da castoro, e la donna dell’altra volta, il viso abbondante e gli occhi penetranti- si pronunciò in successione: “Non male”, “Simpatico”, “Carino”. Il tappeto rosso era lontano. Facemmo qualche chiacchiera di cortesia, perché ero lì e cosa come quando, quindi arrivò il turno della storia. “Allora caro Elpuberamato, adesso raccontaci…”. Ovviamente nell’attesa del turno avevo tentato di inventare qualcosa ma tutto quello che la mia mente aveva partorito era stato: “Una ragazza cammina sul marciapiede”. Partii così, e mi bloccai subito dopo il punto. La commissione mi fissò, io fissai loro. Rimanemmo a fissarci per cinque sei secondi buoni. La donna aggrottò la fronte, mosse la mano come fosse una ruota. “E…dove sta andando?”. Mi grattai la barba a buchi. “Mah, da nessuna parte esattamente. Sta passeggiando” dissi. Viso a castoro inspirò profondamente. Quasi calvo disse: “Ok, e cosa succede?”. Nella mia testa non succedeva niente, non ancora; dovevo conoscere meglio la ragazza, com’era vestita, cosa le piaceva vedere in quella passeggiata, a cosa pensava e a cosa non pensava. “Potrebbe esserci un incendio da qualche parte” sparò viso a castoro. “Su di un palazzo di un’amica della ragazza!” aggiunse quasi calvo. Questa volta inspirai profondamente io. “Perché no” dissi senza entusiasmo. Cominciai a nutrire dubbi anche sui professionisti, senza chiedermi se non fosse quel ramo della professione ad adattarsi male al mio approccio.
Alla fine della giornata, quando ormai la strada dirimpetto la scuola era uno spettacolo di fanali e fanalini e lampioni, e il cinema scintillava ocra dal suo atrio dove il bigliettaio sfogliava una rivista per esprimere la sua noia attraverso un gesto, ci riunimmo di nuovo dentro lo stanzone e ci comunicarono i risultati: tutti ammessi. Io e Paulo ci battemmo il cinque, ci congratulammo, andammo al bar a bere un bicchiere per brindare e festeggiare.
Paulo mollò dopo neanche un mese, per lui era effettivamente troppo difficile seguire una scuola di scrittura creativa in italiano (vi chiederete come ha fatto a passare le selezioni, e la risposta è la seguente: c’era un numero di candidati non basso ma sufficiente, e non eccessivo, quindi calcolati quei 3.700 euro di retta per ogni studente ammesso, diciamo che anche la presenza di Paulo avrebbe fatto comodo a una delle due cause della scuola, ovvero incassare), e io finii l’anno con un diploma e ancora più dubbi del dopo-laurea. Ci misi qualche anno in più a capire quello che volevo fare nella vita, e c’entrava in parte con le storie, ma non con la loro ricerca come recitava lo slogan della scuola, perché vedevo un po’ tutto come una storia, non c’era niente da cercare.
Capii che mi sarebbe piaciuto raccontare di qualsiasi cosa, di un’anziana chiusa in un armadio come di una ragazza a passeggio, o ancora di un brindisi in un bar tra due persone che si sarebbero perse di vista dopo un mese, senza sapere più l’una dell’altra, e che festeggiavano mentre oltre la vetrina del bar le macchine suonavano i clacson e al lato opposto dei portici una folla modesta e frettolosa si accalcava davanti al piccolo cinema.
Quelle due persone sorridevano e festeggiavano un grande risultato che preso singolarmente non avrebbe portato entrambi da nessuna parte.
