CHIACCHIERE DI CITTA’ – Vol. 15

DAL BARBIERE

Ultimamente dal barbiere mi faccio tagliare anche la barba. Forse ho avuto una decisa virata verso la vanità, o forse, ancora più probabile, la pigrizia riguardo il mio aspetto fisico si è accentuata negli anni per dovere e rispetto del tempo libero. Le ragioni del primo taglio erano legate alla volontà di tenere la barba più lunga del solito e, data la conformazione non fitta e non uniforme, ho pensato che un esperto in fatto di peli potesse averla vinta sulla genetica, se non altro più di un rasoio elettrico guidato dalla mia mano.

“Vorrei tenerla un po’ più lunga!” ho detto, muovendo le mani verso il basso dal mento come a dare vita a peli irti e spessi come le dita. Il barbiere ha annuito, ha capito il mio desiderio grazie anche all’esperienza fatta coi i miei desideri in fatto di capelli, e ha risposto fiducioso: “Ci proviamo! Miracoli non se ne fanno ma qualcosa posso migliorare!”. Ha una bella bottega; strutturata con due classiche seggiole di pelle nera che guardano su grandi specchi, la zona della cassa è delimitata da un piccolo balconcino rialzato, e davanti al balconcino, le poltrone d’attesa, dove ci sono ancora le riviste e i giornali locali del giorno, più la Gazzetta. La facciata è una grande vetrina che permette alla luce di entrare, sia essa grigia di un giorno grigio, o luminosa di un giorno luminoso; la vista è quella di una piccola strada del centro a senso unico, dove al lato opposto si ergono in verticale un condominio regolare e in orizzontale un parcheggio a strisce blu. Per arrivare alla sua bottega devo superare Piazza del Grano, un intrico di negozietti bassi al cui cuore si allargano come insetti altri parcheggi blu. E’ la piazza destinata al mercato cittadino e, durante i giorni prescelti, le macchine parcheggiate lasciano il posto agli stand di vestiti e formaggi e verdure. Le persone si accalcano come se cercassero di rivivere vecchie abitudini apprezzate solo ora che non ci sono più, o che ci sono solo se calendarizzate.

Prima di Piazza del Grano devo passare per San Leonardo, un’altra piazza, con una fontana tonda dentro cui ho sguazzato con qualche amico e molti sconosciuti la sera della finale dei mondiali del 2006. In Piazza San Leonardo di solito non si staziona –al massimo ai plateatici dei due bar- e si accelera verso una delle direzioni prescelte: o la Pescheria, o Quartiere Latino, o Piazza dei Signori. Io arrivo da Piazza dei Signori, il centro, il punto, lo snodo principesco e principale della città. I palazzi storici con le merlature attorniano la modesta prateria (più aiuola) di porfido, e dentro i palazzi ci passano istituzioni di peso, come il Comune o la Prefettura. I tavoli di una pizzeria e di una pasticceria alternano la loro clientela a seconda dell’ora, e i portici oltre l’incrocio di vie limitate al traffico accolgono ancora negozi, questa volta meno artigianali e più alla portata della globalizzazione. Di norma ho già passato Piazza Borsa e Corso del Popolo, Piazzale Roma e la Stazione: spazi dalle ambientazioni più moderne, dove il Sile fa da spartiacque tra i bene e il male. Parto dal mio appartamento, una costruzione bianca dal tetto spiovente, unica come uniche sono le tanti costruzioni affastellate del quartiere di San Zeno. La prima cosa che faccio quando ho l’appuntamento con il barbiere è una doccia: mi insapono per bene il viso e i capelli, e poi mi asciugo e mi guardo allo specchio. Mi assicuro di aver i capelli davvero troppo gonfi, e la barba davvero troppo lunga. A modo suo, insulsa.

Davanti allo specchio ben più largo e senza ombre di condensa, sempre quella prima volta, il barbiere mi ha coperto gli occhi con due cerchi di cotone, ha accompagnato la mia testa sul poggiatesta. Lui ha cominciato a parlare delle grandi questioni tenaglie del mondo, e io non sapevo se potessi rispondere o meno. La forbice sfilava via sotto il mento -si chiudeva e si riapriva con il suono deciso del taglio- e mi sono chiesto: “…Ma se muovo il mento, come farà?”. Data la chiacchiera sciolta, ho concluso che anche l’esperienza nel mestiere lo fosse, quindi abbiamo cominciato a discutere di pandemia e vaccini, e poi di come passa di solito le vacanze di Natale. Intanto il suono della forbice simile ad uno scintillio si muoveva verso l’orecchio, poi vicino alla guancia, sotto il naso. Durante una pausa in cui si è allontanato ho sbirciato sotto i cerchi di cotone e non ho visto niente, lui è tornato con un profumo simile alla menta, ma più erboso. Ha spalmato il profumo sulla barba, e io avrei respirato volentieri a pieni polmoni, e l’ho fatto nei limiti della degna apparenza. Una spazzola mi ha lisciato i peli, le mani del barbiere hanno quindi preso a massaggiarmi le guance con un altro profumo, questa volta mieloso, quasi riempisse l’aria di sostanza. Il barbiere ha finito il discorso: “…E se capitava quando ero giovane, mica succedeva niente!”, quindi ha alzato lo schienale della poltroncina. Ha detto: “Ecco, fatto!”.

Mi sono passato una mano sulla barba, aveva delle sfumature dorate e il disegno, la linea, sembrava calibrata da un architetto. “Ti ho lasciato più lunghi i peli dove sono radi, vedi? Quando crescerà…” mi spiegava, e io intanto continuavo a passare la mano soddisfatto.

Dopo avermi spazzolato e averlo pagato, ci siamo salutati. Sono uscito dalla bottega -il suono di un campanello- ed eccomi pronto a raggiungere Piazza del Grano per poi seguire per Piazza San Leonardo. Mi passavo ancora la mano sul viso. Ero di nuovo pronto per qualcosa.