IL WEEKEND DEL RITORNO

Patrizia aveva preparato i bagagli il giorno prima di partire, e aveva preparato anche quelli della figlia. Non voleva arrivare con l’affanno in stazione, doveva essere un weekend il più possibile tranquillo, almeno dal punto di vista organizzativo e logistico. Sapeva ci sarebbe stata Lucia a fare domande su tutto e tutti –da qualche settimana ormai si quietava solo con il blocco di disegno dalla carta giallo-ruvida e la sua matita spessa, quasi nera. Ma, ad esclusione della figlia, non voleva distrazioni, altre fonti di stress o pensiero: voleva godersi quei pochi giorni lontani da casa e dal lavoro -lontani da quasi tutto quello che le era rimasto del presente- e rituffarsi in un passato lontano nel tempo e nelle abitudini.

Il viaggio in treno andò bene; Lucia aveva disegnato alberi e navicelle ispirate dalle auto in corsa sulle strade che fiancheggiavano i binari, e Patrizia si era rilassata, aveva letto qualche pagina di Belli e dannati, e si era persa ad osservare qua e là il panorama a comparsa perenne. Ci fu un momento in cui notò il riflesso del suo viso sul finestrino, una galleria cancellò il cielo e i suoi occhi, e le sue labbra, e i suoi capelli balzarono fuori come in uno schermo. Passò l’indice sulla ruga che correva dal naso lungo fino al mento. Guardò gli occhi scuri, il grigiore mitigato dei capelli biondo-castani, la mano massaggiò la pelle del collo leggermente grinzosa, non più tesa e liscia come qualche anno prima. La prima volta che era andata a Venezia, Patrizia era bellissima. Non si vergognava a pensarlo, anche se solitamente detestava gli eccessivi complimenti sul suo aspetto fisico. Era –molto semplicemente- vero: aveva poco meno di vent’anni, e il fisico scultoreo, di chi pratica atletica leggera, e gli occhi, seppur dello stesso colore, emanavano tutt’altra luce, avevano come cristalli al loro interno. “Mamma, mamma! Questo è l’albero-casa del nonno lupo!”. Era la figlia ad averla distratta, ad averle chiesto di osservare il disegno appena terminato –un buffo schizzo confuso e creativo. Più del disegno, Patrizia notò gli occhi della figlia, felici, i cristalli ancora attivi. Sorrise e le chiese: “E il nonno lupo dov’è?”

Arrivarono alla stazione di Venezia nel tardo pomeriggio. All’uscita, Patrizia si lasciò meravigliare per qualche secondo dalla vista del Canal Grande, respirò l’odore d’isola e di mare. “Di nuovo lontana, di nuovo viva!” pensò. Con la dovuta attenzione ai movimenti della figlia, biglia impazzita stimolata da qualsiasi novità, si infilarono in un vaporetto e scesero alla fermata più vicina all’albergo. In camera, al quarto piano dello stabile, Patrizia vide dalla finestra ancora il Canal Grande e sulla destra la timida apparizione di Rialto incorniciato dal tramonto. Chiamò la figlia. “Guarda! Non vedi quant’è bello?”. Lucia si mise sulle punte, la testa di capelli lunghi e castani si inclinò di qualche grado verso il basso. Puntò il dito sul vetro della finestra, domandò: “Mamma ma ci sono i pesci nel fiume?”. Patrizia si abbassò e le spiegò, accarezzandola al costato, che il fiume non era proprio un fiume e che i pesci c’erano ma preferivano zone più aperte.

L’indomani il programma prevedeva una capatina ai musei e alle mostre disponibili. Visitarono anche qualche chiesa, e Patrizia ripercorse i corridoi di Palazzo Ducale e delle Gallerie dell’Accademia. Cercò di convincere più volte la figlia ad ammirare gli affreschi di Tintoretto o del  Carpaccio, ma lei era concentrata sulle sue scoperte, e riguardavano più la vita che la rappresentazione artistica della stessa. “Quello è fermo lì tutto il giorno?” domandò indicando un signore assonnato con gli occhiali fini e la faccia larga. “Non indicare!” disse Patrizia, cominciò a parlarle all’orecchio: “…E’ quello che controlla. Se va tutto bene o meno. Ed è quello a cui chiedi se non sai le cose…”. “Un mago?”. La definizione sorprese la madre, le sue parole potevano deporre a favore della figura di un maestro o di un guardiano, ma un mago? Pensò che la figlia avesse già deciso a priori, nella sua fantasia, chi fosse quell’uomo, ora in procinto di stiracchiare le gambe tozze e di scrollarsi la noia dalla schiena.

Domenica la passarono a passeggio. Si fermarono spesso sulle panchine sparpagliate per la città, Patrizia a leggere, Lucia a disegnare piccioni ingenui e gabbiani crudeli. Dopo pranzo la madre decise di dedicare il pomeriggio ai Giardini di Sant’Elena. Impossessatasi dell’ennesima panchina, lasciò la figlia vagare tra i fili d’erba e lei lesse ancora un po’ del romanzo, e poi si distrasse al passaggio di un traghetto carico di macchine sulla Laguna, e poi lesse ancora un po’, e ancora si fece distrarre dai riverberi del sole sull’acqua ondulata. All’ombra di quel parco ci aveva passato un altro sabato pomeriggio, molti anni prima, insieme a Carlo, il suo ex marito e padre di Lucia. All’epoca non si erano ancora sposati, e lui aveva deciso di festeggiare l’ingresso alla facoltà di medicina di lei con un viaggio a sorpresa di un weekend. Non c’era ancora la figlia, non c’erano ancora i doveri della maturità avanzata, e, soprattutto, c’era ancora Carlo. Venne a mancare due giorni dopo la nascita di Lucia, e quel tuffo dalla gioia alla disperazione manteneva vivi i lunghi strascichi d’annebbiamento e di rabbia.

Ore 23.00. Dopo aver messo a letto Lucia, Patrizia uscì svelta dall’albergo e raggiunse Riva degli Schiavoni. Lì si sedette sul silenzio della banchina e lasciò scorrere le lacrime sul ricordo della passeggiata fatta con Carlo l’ultima notte di quel weekend. Non avevano dormito e avevano camminato su e giù, ammirando la luna che distendeva il suo faro sulle imbarcazioni parcheggiate e sui palazzi. Ancor più della luna, avevano ammirato loro stessi. Patrizia pianse, ed era contenta di piangere: forse era venuta fino a lì proprio per quello. La tristezza del ricordo la trascinava e la coinvolgeva come poche cose al mondo.

Il mattino dopo ripartirono, i bagagli ben sistemati sul vano sopra di loro, Venezia che si allontanava, la linea del mondo comune sempre più vicina. Patrizia aveva le mani intrecciate tra loro, sospirò; Lucia era già a disegnare qualcosa. Tirava lunghe linee dritte, verticali, e poi curve abbozzate. “Sto facendo il castello, mamma!” disse, come avesse sentito gli occhi addosso. “Quale castello?”. Lucia alzò il viso, un tondo su cui si stampavano gli occhi neri del padre, e guardò alla sua destra. Indicò Porto Marghera, i suoi camini e le sue costruzioni. La madre sorrise, chiese “Ti sembra un castello?”. Lucia si tolse con la mano un ciuffo di capelli dal viso, riprese a disegnare con la matita nera e, solo alla fine, fece sì con la testa. Patrizia osservò la figlia, e poi l’orizzonte a batuffoli fumanti di Porto Marghera. Espirò. Le venne un desiderio quasi irrefrenabile, una speranza alimentata dalla sua stessa impossibilità. Avrebbe voluto dire alla figlia che quello non era un castello, e allora avrebbe voluto che la figlia si mettesse al suo fianco e insistesse: “Ma sì, mamma, guarda!…Non vedi quanto bello è?”.

Ma non disse niente, e la matita continuò a sfregare sul foglio giallo e ruvido.