
I FATTI ALTRUI
Il treno è pieno. Sui sedili le spalle dei passeggeri si stringono; i sorrisi vengono meno, attaccati dalla concentrazione nelle difficoltà logistiche. Io resto in piedi nell’antivagone insieme ad altri arrendevoli esploratori da binario. Poso lo zaino e pesco con sicurezza un libro; mi metto a leggere. C’è lo sbandamento da viaggio, e il sudore abbozzato nelle pieghe degli abiti all’altezza delle ascelle. C’è una sensazione di stanchezza da folla. Il sole va e viene, ogni tanto illumina noi, ogni tanto illumina i capannoni vuoti di depositi non tanto vecchi ma lasciati lì, come un neonato a cui è stato impedito di crescere. Alla fermata successiva ancora un’ondata di neo-passeggeri. Ci muoviamo per allungarci verso l’alto, speriamo che il nostro corpo abbia vinto il superpotere di dilatazione e restringimento tipico dei liquidi. Qualche secondo, e ci rendiamo conto che non abbiamo vinto niente. Sospiro, riprendo a leggere. Ho letto due frasi, ora dovrei riuscire a leggere la terza. Invece.
Mi accorgo della ragazza davanti a me, la mascherina nasconde i lineamenti ma mi piacciono gli occhi, sembrano attivi, per certi versi scontrosi -la parte più scintillante- per altri dolci -la parte più verde. La guardo un po’ poi riprendo a leggere. A fare finta di leggere. Prendo una posa comoda, poggio per bene la schiena, e batto un ritmo blando con la scarpa destra. Il risultato della performance dovrebbe suonare più o meno così: “Toc, toc, guardo come sono incredibile, toc, toc, ho tanti capelli in testa e leggo, toc, toc, quelli come me esistono, toc, toc…”. Lei sembra farsi gli affari suoi. Noto come le terminano i pantaloni beige appena sopra la caviglia: arrotolati in un sottile e disordinato risvolto. Quel modo di finire, almeno per quanto riguarda dei pantaloni di cotone pesante, mi piace, è il mio preferito. Capisco che abbiamo qualcosa in comune. Quando alzo gli occhi, lei mi guarda e penso che qualcosa di me dovrà pur pensare. “Toc, toc,”, torno ad inarcare le sopracciglia sulle complicate frasi di uno scrittore americano, alzo la copertina del libro in modo che lei possa leggere il titolo delle mie fatiche intellettuali, “toc, toc, quanto sono intelligente, toc, toc”.
Le suona il cellulare. Muove il braccio come un serpente. Il treno sibila. Risponde, guardando fuori dal finestrino i campi gialli scorrere come un video difettoso, e le parole di un tal Robi perdersi negli attimi di attesa d’arrivo dell’antivagone pieno. La voce di lei mantiene una gradazione modesta, sia nel volume che nella tonalità. Si stringe la borsetta di tela alla spalla, inclina leggermente il capo verso l’orecchio a cui è poggiato il cellulare. Continua a fissare fuori: ora una veloce sequenza di condominii arancioni e bianchi e con i terrazzi a spigoli decisi. “Berlino è troppo bella. Lì nessuno ti giudica o che…”. Il discorso non mi è nuovo, a volte Berlino è sostituita con Londra, o Parigi, o Barcellona. Lei sbuffa, alza gli occhi al cielo. “Qui tutti stanno a guardare quello che fai…”. Sbuffa ancora, la mascherina si gonfia per un attimo, e sposta la gamba di qualche centimetro; ne cambia l’angolazione, cerca una postura -seppur in piedi- più da divano. Io penso al perché lei pensa alle persone che stanno a guardare quello che fa. Fisso le frasi davanti a me, non le leggo. Voglio dire, -continuo a pensare tra me e me- se non mi interessano i giudizi altrui, come possono infastidirmi le persone attorno che mi giudicano? Io fermo la mia scarpa, il mio toc toc, e lei comincia il suo, è un toc toc leggero e sostenuto, ma non veloce. Frizzante e paranoico.
“E’ proprio una città all’avanguardia!” dice. “Ci sono stata tre anni fa, e si vede che è sempre avanti, sì!”. Leggo una frase, non la capisco: la conversazione di lei continua a tenermi indaffarato. Non mi pongo il problema di quanto sia inopportuno origliare le chiamate altrui, anche perché ho la scusante ben sigillata dalle porte dell’antivagonee dall’odore impregnante d’alito da colazione. Il discorso delle avanguardie mi rimbalza nella testa e penso alle mie di avanguardie, di quelle che considero io avanguardie, avanguardie che colloco con la stessa semplicità di lei a Berlino, ma che evidentemente, visti gli anni passati da quando mi interessavo d’avanguardie, non sono più avanguardie. Non di oggi, perlomeno. Le avanguardie, in quanto tali, sono da un’altra parte, e non nel senso che non sono più a Berlino -chi lo sa! – ma sono passate nella parte della mia ignoranza, senza che la parte della mia conoscenza se ne rendesse conto.
“Sto per arrivare a Mestre!” dice lei, mentre fuori scorrono i colori primari di Mestre: il grigio chiaro e il grigio scuro. Io finalmente riesco a girare la prima pagina del libro, il risultato fissato una volta compresa la natura da privacy violata del viaggio. Il treno rallenta, oscillo come un pendolo, le mie gambe si tendono appena. Lei mi osserva, e vedo che non nota i miei lineamenti, ma, con troppe probabilità, i miei lineamenti prendono la forma corsiva dei discorsi di Robi. Le porte si aprono con allarmi e scariche di ingranaggi. Lei scende, e io rimango interdetto. Pensavo stessimo andando nella stessa direzione, quindi verso la stessa destinazione. Guardo la pagina nuova del libro: posso tornare a farmi i fatti miei. Lo penso con una leggera tristezza addosso. L’antivagone si è liberato, e i miei polmoni sembra abbiano più spazio per respirare.
