
Era tutto partito dai cartoni animati. Da quei pomeriggi passati con l’ansia di sapere come sarebbero finite le partite di Holly e Benji o le battaglie tra Sirio e Cancer dei Cavalieri dello Zodiaco. Doveva concentrarsi anche durante i compiti, per non farsi influenzare da domande che gli avrebbero riempito la testa di immaginari tiri portentosi o colpi segreti, e che gli avrebbero impedito di chiudere i quaderni all’ora prefissata, il richiamo impellente di attese e definitive risposte alle proprie intuizioni. Crescendo, Andrea diramò i suoi interessi, tanto quanto si diramarono gli argomenti delle materie da studiare alle scuole medie. Se da un alto doveva districarsi tra nuove branchie della matematica e confuse correnti artistiche, dall’altro aveva mollato la televisione -roba da ragazzini, si dicevano con Davide e Riccardo- per gli albi a fumetti. Iniziò –ovviamente- con i manga, e fece spazio sulla mensola della camera, dove prima teneva i giocattoli in plastica sgargiante, per la serie completa di Dragon Ball e di Kenshiro. Aveva poi allargato gli acquisti, generose e distratte donazioni dei genitori, alle uscite di GTO e di City Hunter. Cominciò a passare sempre più tempo in fumetteria; il negozio era incastrato in una piccola laterale della città, dove comitive di capelloni con i pantaloni dal cavallo basso si sfidavano a saperne di più su questa o quella pagina di tal volume di tale serie, e dove lui e Davide e Riccardo sussurravano con orgoglio le giuste risposte appena origliata la giusta sfida, ovvero la sfida più adatta alle loro conoscenze.
Fu durante una discussione ben lontana dall’essere giusta che Andrea aguzzò le orecchie, le aguzzò talmente da infilarsi dietro i lobi i lunghi capelli castani. Tra la comitiva più esperta –gente che già fumava e si tagliava i baffi con le lamette da barba dei padri- si animava il dibattito sulla ripartenza della serie dei Fantastici Quattro. Andrea aveva una vaga idea di chi fossero –roba americana, si erano detti con Davide e Riccardo- ma, dopo aver origliato, comprò, per curiosità mista al desiderio di scalata sociale nerd, un albo dei supereroi capitanati da Mr. Fantastic. La sera stessa lo lesse e, per interesse misto all’onnipresente desiderio di scalata sociale nerd, cominciò ad approfondire in maniera sistemica l’universo Marvel – quella roba bollata in un primo momento dai suoi amici e da lui stesso come troppo americana. Non ci mise molto a coinvolgere anche loro, sempre Davide –occhi stretti, tono muscolare di uno zombie- e Riccardo –occhiali larghi, tono muscolare di un lottatore di sumo senza allenamento- nelle avventure in calze a maglia dei Quattro. Ma anche di Iron Man, e di Hulk, e degli X-Men, e soprattutto di Spider-Man. Proprio quest’ultimo divenne il loro supereroe preferito, lo specchio delle loro sfortune riflesse in Peter Parker, e proprio quel Peter Parker, il simbolo di una maschera di realtà dietro cui celare le grandi e nobili lotte contro il male.
L’annuncio dell’uscita del film con Tobey Maguire fu una parata di festa e un tripudio nel cuore di Andrea. Sintonizzava i canali televisivi sugli spot pubblicitari, sperando di assistere ancora una volta al trailer, a quei pochi secondi in cui il suo supereroe veleggiava in carne ed ossa sopra le strade di New York, sparando ragnatele a destra e a manca. La notte prima del giorno d’uscita del film, Andrea dormì poche ore: lo tenne sveglio la stessa emozione scalciante delle notti che precedevano le gite con la classe. Poi arrivarono finalmente le 16.00 di venerdì, il padre di Davide lo passò a prendere in macchina, e, in compagnia dell’immancabile Riccardo, i tre si fiondarono oltre le porte del cinema del centro città. Nell’atrio -uno spazio aperto e scuro, la polvere come residuo disperso di popcorn- sembrava essersi riversata in massa la fumetteria, proprietario compreso.
La sala era piena. Andrea, Riccardo e Davide finirono in dei posti laterali in prima fila; praticamente si sarebbero slogati il collo a furia di seguire il film, ma poco importava…Era Peter Parker, era Spider-Man!
Il film non li deluse, anzi. Uscirono estasiati e ancora, se possibile, più appassionati. C’era stato qualcosa rispetto ai fumetti che scosse –uno scuotimento vispo, attivo- l’animo e i sogni di Andrea. La tangibilità delle immagini, la verosimiglianza rispetto ai tratti di Saviuk, gli avevano dato la speranza recondita non tanto di poter essere letteralmente Spider-Man –aveva smesso di credere a Babbo Natale in seconda elementare- ma di poter diventare un supereroe, un onesto e coraggioso ragazzino dalle capacità non straordinarie per il mondo, ma per le aspettative della cerchia di conoscenze. Sorprendere, e fare del bene insieme. “Posso essere come Spider-Man, posso essere come Spider-Man” si diceva, da quel giorno, prima di addormentarsi.
Successe durante il ritorno di Andrea da scuola. I capelli -nonostante i sospiri accusatori della madre- erano sempre più lunghi, e quel giorno indossava, oltre ad una felpa nera con il cappuccio, un paio di pantaloni nuovi talmente larghi da –credeva Andrea- sembrare un vero duro, quando –in realtà- sembrava un ragazzino confuso e appena sputato dall’armadio dei genitori. Camminava sul marciapiede dietro una schiera di ragazzi e ragazze di qualche anno più grandi. Aveva già salutato i suoi fedeli alleati Riccardo e Davide davanti al cancello della scuola, e ora, solitario, ammirava a qualche metro da lui Rachele, una ragazza bionda con il sorriso e gli occhi simili a quelli di Gwen Stacy -o almeno, così si immaginava Gwen Stacy nelle sue proiezioni.
Un ragazzo, uno di quei giganteschi stronzi del gruppetto della terza B, la strinse per scherzo nella sua morsa -aveva un che di Octopus nell’atteggiamento e, forse, anche negli intenti- mentre gli altri suoi compari se la ridevano compiaciuti, e lei, Rachele, cercava di dimenarsi e liberarsi, lanciando schiaffi più o meno seri. “Io sono Spider-Man, io sono Spider-Man” si disse Andrea, e allora parlò a voce alta, una voce leggermente tremante nel tono. Disse: “Lasciatela stare!”. Dr. Octopus si girò, lo fissò con quel viso a forma di incudine, e rise. “Scusa?”. Andrea urlò forte: “Lasciala stare, coglione!”. Ci fu dell’incredulità generale. Octopus guardò il suo gruppetto, il gruppetto sorrise, qualcuno alzò le spalle. Andrea usò il suo senso di ragno e percepì che, in ogni caso, era fottuto, quindi si lanciò contro Octopus senza remore. Sferrò un pugno che lo colpì dritto agli addominali, senza, all’apparenza, scalfirlo. Octopus lo prese per un braccio. Rachele cercò di mettersi in mezzo: “Oh, dai. Lascialo stare, lascialo…”. Intanto, gli scagnozzi di Octopus avevano attorniato Andrea; cominciarono a sgambettarlo e spingergli la testa di qua e di là. Dopo poco, Octopus sferrò un pugno alla stessa altezza di dove l’aveva ricevuto, provocando effetti diametralmente opposti: Andrea rovinò per terra, spuntando e tossendo. “Oh, andiamo, idioti…”. Rachele si fece spazio, e si cucciò su Andrea. Il gruppetto riprese a camminare, ridendo come bulli in carriera. Andrea tossiva, tossiva, e voleva piangere, voleva sparire, voleva chiudersi in camera sua e dimenticare la speranza di sorprendere e fare del bene. Di poter essere, a modo suo, un supereroe. “Come ti senti?” gli chiese Rachele, gli occhi lucidi dalla preoccupazione, le labbra leggermente aperte, come pronte ad aggiungere qualcosa. Andrea strinse ancora di più le mani sulla pancia.
“Mi sento solo Peter Parker” biascicò.
