Com’è cominciata e tutto il resto

Capitolo 1, Episodio finale

Il campetto si trovava nel perimetro di un piccolo parchetto con palmizi e allori spogli qua e là. Il rumore delle palle echeggiava e si mischiava, come in un abbinamento perfetto, con l’odore dei gas di scarico di via Restucci, che tagliava la parte est della città verso il centro. Era da un po’ che non giocavo ma non vedevo l’ora di rispolverare la mia proverbiale vena da playmaker. Oltre la rete metallica, le due metà campo erano occupate da altrettante partite giocate da energumeni di diverse gradazioni di pelle, ma dallo stesso velo di sudore a far luccicare le spalle e le braccia. Entrai dal cancelletto, qualcuno mi guardò male, gli occhi arcigni, le sopracciglia basse. Risposi con lo stesso sguardo. Era così che ci si preparava alle grandi sfide. Raggiunsi a bordo campo gli altri affamati di sudore e sangue – si fa per dire: ero entrato nella parte. Prendemmo a palleggiare, chiacchierai di sfuggita con un paio di ragazzi già visti in zona universitaria. Finita una delle due partite, invademmo con palleggi e tiri la metà campo a riposo. Mi mischiai alla folla di ciof e sdeng, prendendo i palloni che di tanto in tanto venivano respinti dallo sdeng

“Ohilà” sentii da dietro. Non ci badai: feci il mio tiro, che si infranse sul lato destro del ferro. “Giacomo!”. A quel punto mi girai. Era Wall. “Uh!” feci, e gli diedi un cinque un po’ vistoso, una cosa da NWA (ma senza ombra di N). “Pure tu!”. “Proprio perché ne abbiamo parlato, eh!”. Wall aveva una felpa grigia con il cappuccio e delle scarpe rosse Nike. Fece due palleggi tra le gambe, due passi indietro e scoccò un tiro perfetto, nel movimento del corpo, nel movimento della palla, nello scroscio uniforme della retina al suo passaggio. “Giochiamo?” chiese un tizio con i capelli brizzolati sparati in alto, che, una volta vagliate le resistenti presenze dalla partita precedente, si mise a fare le squadre.

Finii con Wall. Giocammo una partita discreta, io assicurai qualche buon assist e qualche imbarazzante palla persa; lui si districò tra rimbalzi mancati e una buona percentuale di tiro dalla media. Perdemmo con un alto grado di serenità. I fari si accesero, il parchetto si stava trasformando in un orizzonte di silhouette e le macchine in strada erano sempre più presenti e sempre più in attesa. A bordo campo, seduti e stanchi, io e Wall ci scambiammo complimenti compiaciuti e comprensivi.

Bevevo piccoli di sorsi dalla borraccia. “Senti”, disse Wall. “…Il mio compagno non è venuto neanche a vederla, la casa. Non è che voglio pensarci troppo. Se mi dici che a te va bene, la camera è tua”. Io lo squadrai. “Davvero?”. Wall annuì grattandosi la testa. “Sì. È che…questo compagno, non so…è un po’…”. Mi levai un fiotto di sudore sulla fronte. “Come dire…un po’…” “Coglione?” “Esatto, un po’ coglione. È simpatico eh, ma avercelo a casa potrebbe diventare pesante”. Annuii. Rimanemmo in silenzio. Pensai che almeno non avevo fatto la figura del coglione, o in ogni caso di averla fatta meno di qualcun altro. “Come vuoi” aggiunse. “Ci sono” risposi sicuro. “Bene”, e Wall sospirò. Il tizio con i capelli brizzolati ci chiese se avessimo intenzione di giocare un’altra partita. Ci alzammo, sempre sospirando, ed entrammo in campo.

E perdemmo la seconda partita con lo stesso grado di serenità della prima.