
Difficile delineare con certezza la preistoria delle mie preferenze alimentari. Affidandomi ai testimoni più coscienti e presenti dell’epoca -mia madre e mio padre- posso ipotizzare delle grandi abbuffate di uovo sbattuto e di tisane al finocchio servite su un ergonomico biberon, che avevo ribattezzato -sostengono a gran voce i testimoni nei momenti di irrefrenabile nostalgia- la biba.
Durante l’infanzia erano sicuramente la colazione e la merenda i pasti a cui dedicavo la mia appassionata concentrazione; cercavo zuccheri raffinati e, in quei momenti, secondo le ferree regole adulte non erano solo permessi, ma anche adatti. Uno dei risultati più soddisfacenti era la tazza di latte riempita oltre l’orlo di Kellog’s Frosties –quelli della tigre, per intenderci. Amavo l’eterna croccantezza dei cereali imbevuti e il gusto da zucchero filato che si diffondeva nel latte, facendomelo prosciugare fino all’ultima goccia.
Ci fu un preciso prodotto che divenne il gancio tra l’amore per gli zuccheri della colazione e il gusto salato dei pranzi e delle cene: la Coca Cola. Vivevo per la singola bottiglia di Coca Cola che mio padre portava a casa il sabato pomeriggio -dopo la mia partita di calcio- e che, in tandem con mio fratello, riuscivamo a finire in tempi record. Durante le cene nostra madre provava a chiederci con un misto di speranza e leggera preoccupazione per la nostra salute: “…Non ne vogliamo lasciare un po’ per domani?”.
Noi rispondevamo sicuri: “No”.
Mio padre cominciò allora a comprare il bipack –due bottiglie di Coca Cola- così finalmente alla domenica un mezzo litro avanzava. Non di più, perché un’altra abitudine che prese piede in casa fu quella della pizza al sabato sera, con la conseguente dipendenza da cibo e bevanda felicemente sposati. Le prime pizze erano semplici margherite, ma avevano un odore particolare, dettato dall’origano in cottura, che ancora oggi determina un’epifania della mia infanzia più forte dei wurstel e delle patatine fritte.
Il tiramisù di mia madre, differente dagli altri perché meno rappreso, con i savoiardi e la crema al mascarpone più torreggianti nella loro consistenza originale, raccoglieva grandi consensi durante i compleanni e le feste comandate; i cracker della Doria cominciarono ad insegnarmi, senza farmelo capire ad un livello conscio, l’intricato sistema che si innesca tra appetito e bontà del cibo; la frutta e la verdura erano un mantra fastidioso ma necessario per riottenere le libertà negate dallo sguardo vigilante dei genitori, un po’ come il lavaggio dei denti.
I panini vennero inondati di nuova luce durante una vacanza estiva sulle Alpi. Ovviamente ne avevo già mangiati ai compleanni degli amici, per lo più panini al latte conditi col prosciutto cotto. Lì in montagna, dopo mattine e primi pomeriggi passati a giocare a calcio in un campetto sempre vuoto appena sopra l’appartamento in affitto -non avevo alcun interesse per le camminate, volevo una palla e una porta ed erano entrambe a portata di mano- mia mamma preparava delle rosette con lo speck. Mai avevo apprezzato così tanto la consistenza del pane, mai avevo assaporato uno speck tanto delizioso. Per non esagerare con le novità, continuavo a bagnare il tutto con un piacevole ed onnipresente bicchierone di Coca Cola.
Le pizze moltiplicarono i loro ingredienti, così come la pasta cominciò a presentare le sue infinite forme e i suoi abbinamenti di sugo. Spaghetti, tortiglioni e fusilli. Ragù di carne, carbonara e radicchio e salsiccia. Odiavo le orecchiette con le acciughe, non tanto per il sapore delle acciughe, ma per un qualcosa di indefinibile nel tipo di pasta: un retrogusto poco affidabile, una granulosità accennata e fastidiosa. Forse sto esagerando ma avevo proprio un’avversione. La mia unica in fatto di cibo insieme ai cavolfiori, la cui personale ritrosia era più che altro per moda, una tendenza che mi compattava al gruppo di amici.
Un’occasione che riusciva ad essere di festa solo per la particolare cottura del cibo erano le grigliate. Cucinate con la devozione e il sudore di mio padre, e con arnesi affascinanti per un bambino, quegli aggeggi che suggeriscono il futuro duro&peloso da uomo, inondavano la taverna di un buon odore da bruciacchiato. Adoravo le salsicce e le braciole, meno le costi. Non poteva mancare la polenta bianca, anch’essa ben grigliata in chiare linee nere di conferma, e riuscivo a masticare con gioia anche l’insalata. Da bere? Non credo serva ripeterlo.
Gli hamburger si inserirono grazie al McDonald’s, ma prima ancora degli hamburger, iniziati a mangiare come caramelle quando la mia indipendenza era parte integrante del tempo libero passato in centro città, ci furono i tramezzini prosciutto e funghi di Beltrame, uno dei locali della piazza centrale dove finivo la domenica mattina con mio padre.
Il McDonald’s fu una sorta di salvezza del sapore dalle economie risicate da studente delle superiori che, oltre ad essere obbligato ad accettare ciò che i genitori fornivano, doveva anche comprare le sigarette senza poter dichiarare la spesa. L’alternativa a questa salvezza, una valida alternativa, erano le pizzette in teglia vicino al Duomo. Tagliate a metà e rivoltate come un panino, univano il piacere del formaggio fuso a quello del resto abbondante.
L’adolescenza fece traslocare l’interessi sui nuovi e vicini orizzonti: il sesso (e il suo lungo apprendistato), il fumo di sigaretta e di hashish (l’erba era rara) e ultimo, non di certo per importanza o per sottovalutazione, l’alcol. Non sono tuttora un amante del vino, lo bevo se c’è e se è doveroso, e all’epoca non amavo la birra. Fosse stato per me, avrei continuato con la Coca Cola -cosa che ho fatto fino ai ventisei anni- ma lo sballo aveva dei connotati sociali ricercati, piaceva anche alle ragazze, quindi un po’ dovevo adeguarmi. Non mi dispiacevano i liquori, la sambuca in particolare. Una sera, in compagnia di un’amica, ne bevvi tre o quattro, e quando decidemmo di appartarci in un angolo scuro della città per toccarci a vicenda, la nausea mi colpì come una valanga, mancai l’erezione e vomitai qualche minuto dopo sull’aiuola di un giardino condominiale. Capii -forse sospettai perché all’epoca avevo davvero poca voglia di capire- lo stresso legame tra uno stomaco in forma e le prestazioni del corpo.
Il cibo perse il suo ruolo d’attività principe nelle pause, focalizzai il godimento -non tanto io in realtà, ma la mia dipendenza- verso le sigarette. Il caffè entrò nella mia quotidianità nel ruolo di gruppo spalla, e così anche gli aperitivi a base di Campari e i beveroni da discoteca, a tutt’oggi sconosciuti nella loro lista di composizione. La Coca Cola aveva ancora il suo senso, una sorta di dimensione da ex mai dimenticata con cui, ogni tanto, m’incontravo.
L’università aprì i battenti ai kebab e ai famosi cicchetti. Rimasi un tiepido amante sia degli uni che degli altri, a meno di non incontrare, gli uni o gli altri, in situazioni di avanzata sbornia; talmente avanzata da averla superata e avere lo stomaco pronto a richiedere come degli asciugamani dalla consistenza di carne di vitello o di baccalà o di olive ascolane per la sudata appena fatta. Negli anni si insinuò il reflusso gastroesofageo della domenica con annesso bruciore, la cui caratteristica principale era proprio la puntualità da calendario. Ogni domenica, dopo i bagordi del sabato, partivano le fitte incendiarie appena sopra il ventre. Io ci fumavo sopra, e ci mangiavo i manicaretti di mia madre o di mio padre, ormai diventati degli esperti: la prima nell’arte della lasagna, il secondo nell’arte della pasta col pesce.
Ogni stomaco ha il suo periodo buio o -per usare il termine del gastroenterologo- arrossato. Ebbene sì, dopo anni di bruciori di stomaco domenicali trascurati, mi venne una gastrite da Helicobacter pylori. Cominciò infida, senza grandi proclami. Superai una specie di influenza intestinale ma avevo ancora difficoltà a mangiare. Davanti ad un piatto di pasta tentennavo già dopo due morsi. Non era da me. Non avevo dolori, forse un leggero malessere, una patina di debolezza distesa dai piedi fino al capo, ma era l’inappetenza a farmi saltare i nervi. Non avevo mai fame, e meno ne avevo, più mi innervosivo, e peggio andava. Alla cena di fine anno della squadra di basket mi convinsi che non dovevo badare a certi sintomi, anche perché forse non esistevano neanche: era l’ansia, o lo stress, o chissà quale forma psicologica di disagio. Quella sera, per dimostrare a me stesso l’assoluta ragione dei miei pensieri, spazzolai due fiorentine, che digerii con una decisa ed eccessiva eruttazione la settimana dopo. Feci la gastroscopia che confermò la diagnosi sospettata dal medico. Mi rincuorai: per fortuna non erano stress e ansia, con cui non avevo mai avuto uno stretto rapporto e che non avrei avuto idea di come curare.
Quindi sarebbe bastato un po’ di antibiotico. In realtà una bella botta di antibiotico: due differenti tipologie contemporaneamente, più uno strano medicinale che aveva pompa protonica nella definizione. E ancora, un antidiarroico d’emergenza, perché i due antibiotici in simultanea potevano ridurre la mia flora batterica in una poltiglia di scariche poco gradevoli. Resistetti bene sotto questo profilo, e nel giro di tre settimane, due di cura e una di riassestamento, mi ritornò la fame epica che mi aveva sempre contraddistinto.
Ripresi con i miei ritmi; per certi versi gli aumentai. Il mercoledì sera divenne l’appuntamento fisso con gli amici da dedicare alle nostre grandi passioni: Nba 2k15 per X Box e pizza, contornata da sigarette e Coca Cola a volontà. Mettete caso ci fosse stata una ragazza che, presa da un’insolita disinibizione, m’avesse invitato a casa sua proprio un mercoledì, non nego che avrei fatto di tutto per posticipare o anticipare l’appuntamento. E se non fosse stato possibile, beh…insomma, c’era la season di Nba 2k15 da portare avanti! Riguardo alle pizze decidemmo, nonostante fossimo dispari, di optare per il formato da mezzo metro. Ovviamente avanzava un quarto di metro, che condivamo con porchetta, salsiccia e patate fritte, e che ci dividevamo dopo aver spazzolato le zone personali traboccanti di salsiccia o gorgonzola o wurstel o altra porchetta. Le margherite ci sembravano uno spreco di impasto e pomodoro.
Una volta trasferitomi per i fatti miei, le attenzioni per un’abituale presenza di verdure a tavola sono divenute costanti. Devo sempre avere dell’insalata o delle carote o degli spinaci. Ho cominciato ad apprezzare la birra, lasciando per sempre la Coca Cola all’amore libertino dei ragazzini. Vedo ancora nelle mie cene e nei pasti ideali pizze e hamburger e patate fritte a volontà, anche se qualche volta mi dedico ai primi delle osterie e dei ristoranti, giusto per bon ton, perché è richiesto dalla buona condotta dell’età e della città e della nazione in cui il cibo è venerato come un secondo Dio (o un quarto).
Per concludere, dopo questa dettagliata cronologia, credo non si possa negare alle mie papille gustative una buona dose di coraggio, un’eccessiva, energica, sfrontata carica di ignoranza, e l’ambizione dell’eterno Peter Pan che la mia persona non può permettersi d’incarnare.
