
Capitolo 1, Episodio 1
Avevo deciso di riprendere l’università. Non era stata una decisione facile; in realtà mi ero bello che stufato di studiare libri e ripeterne i contenuti, ma cos’altro potevo fare? Dopo la triennale ero tornato a casa dei miei e avevo preso a mandare curriculum a destra e manca e poi di nuovo a destra. Mio padre diceva: “Vedrai, ogni tentativo ti avvicina alla meta”, che a quanto pare era una nuova iscrizione e un nuovo bonifico all’università. “Vedrai, la specializzazione ti servirà!”, aveva cambiato sermone per tirarmi su il morale. Mia madre invece, quando era ora di esprimere la sua opinione riguardo i passi incerti della mia vita, guardava il pavimento annuendo, e mi sa che il pavimento non era uno di quei tipi dal giudizio tanto comprensivo. Comunque sia, avevo promesso loro che avrei trovato un lavoretto, e che non ci avrei messo due anni giusti, forse qualcosa meno (quest’ultima cosa l’avevo detta tanto per dire). Avevo rimpacchettato i bagagli, i libri e i ricordi della triennale -tante bottiglie etichettate e vuote, corrispondenti a tante serate memorabili e completamente dimenticate grazie ad uno dei migliori bianchetti in circolazione per il cervello, l’alcol- e avevo ripreso il treno nella direzione opposta all’ultima volta.
I primi giorni mi sistemai in un bed & breakfast appena fuori dal centro, qualcosa di economico con le stanze calcolate al millimetro, i muri meno insonorizzanti dell’aria. Avevo cominciato a risentire il giro di conoscenze. Mi serviva una camera e speravo di accaparrarmi qualche dritta: magari una miracolosa singola con letto matrimoniale, bagno privato, solo un altro coinquilino, infissi cambiati da poco, prezzo di mercato di un garage e spese condominiali annullate dal fato o dal proprietario o dal governo. Vi assicuro che fino a infissi cambiati da poco la faccenda è tutt’altro che infattibile.
In una settimana non saltò fuori nulla. Passai il week-end a girare per i bar, a ritessere qualche rapporto con i superstiti ai primi tre (più uno mezzo) anni. I caffè del dopo pranzo si univano alle passeggiate del pomeriggio, per agganciarsi a loro volta agli aperitivi della sera e alle bevute della tarda sera. La cena: un panino o una pizza masticata in velocità sotto qualche portico. Grazie ad una catena di ho sentito che, riuscii a recuperare il numero di un tizio, un aspirante musicista iscritto da qualche anno ad ingegneria, con la fissa -avevano accennato i miei conoscenti- per il basket. Mi pareva un buon miscuglio di cazzate e serietà. Sempre questo tizio -nome ufficiale Walter, nome storpiato Wall- aveva la fortuna di avere una casa di proprietà (del padre) in una laterale di via dei Carmini, e di avere il coinquilino pronto al trasloco per la metà del prossimo mese. Il prezzo era ribassato e il tempismo era dalla mia parte: l’annuncio doveva ancora essere pubblicato sui social, quindi non sarei finito nella lista infinita di molestatori disperati pronti a pregare per una visita e allo stesso tempo pronti a dimostrarsi le persone più accomodanti e simpatiche del pianeta.
Gli scrissi un lunedì mattina, seduto al bar di fronte al bed & breakfast. Era una giornata con un bel cielo grigio autunnale, di quelli che spandono una luce smorzata su tutto, e io cercavo di riprendermi dal fine settimana, come dire, non eccessivo ma abbondante. Il mio messaggio era una dolce richiesta di incontrarci tra qualche giorno per valutare un felice intreccio dei nostri interessi immobiliari. Su Whatsapp la foto profilo ritraeva Walter con gli occhiali da sole neri. Aveva la faccia squadrata e un sorriso da finto re, non so se avete presente. Uno che ci prova a fare il duro, ma che si farebbe dettare l’agenda di vita da un chihuahua. Mi rispose: “Ciao. Se vuoi sono libero oggi primo pomeriggio”.
Che cazzo, pensai. Subito così?! Dammi almeno il tempo per…per? Per sentirmi pronto o accettare di non esserlo, credo.
