
La sveglia suona ad un ora criminale per essere sabato. Di solito Marco se ne può stare a letto, riuscendo a garantirsi otto ore di sonno almeno nei fine settimana. Ma è dicembre, il freddo comincia a pizzicare le guance, e gli ordini si moltiplicano, i click sulla zona Acquista ora dello schermo dei cellulari danzano ad un ritmo vorticoso. Marco si massaggia la faccia: cerca di trovare il pulsante che attiva la sua voglia e il suo corpo, ma non lo trova mai. Si gira piano, non vuole svegliare Marta, la sua ragazza. Infermiera in ospedale, anche lei -e durante l’anno più spesso di lui- è vessata dagli orari delle emergenze e delle assenze. Marco si infila in bagno e si lava la faccia, si lava i denti e si sistema i capelli, un groviglio nodoso castano scuro piuttosto invidiabile dalla maggior parte degli uomini. Torna in camera, con un passo da ladro, il respiro di un pesce, indossa la divisa da lavoro, una sgargiante tuta rossa. Si ferma un attimo. Affila l’orecchio e resta in ascolto dei rumori oltre la tapparella abbassata. Piove? No, non dovrebbe. Marco prende al volo le scarpe nere da corsa: niente pozzanghere, quindi niente stivali impermeabili.
La macchina è parcheggiata su un posteggio pubblico, i finestrini sono coperti di una patina di brina. In fondo, oltre la via e i tetti bassi delle casette a schiera, si intravede il bagliore promettente dell’alba. Marco mette in moto e aspetta che il calore -la valvola del riscaldamento messa al massimo- liberi la visuale incatenata dal gelo. Intanto si guarda il volto allo specchietto, la barba grigia lasciata andare, gli occhi gonfi e le labbra leggermente screpolate, e si massaggia ancora, sperando, in questo caso, di trovare il pulsante del riassestamento. Ma non trova nemmeno quello.
Alla filiale di smistamento Marco infila i pacchi con cura e studio negli spazi interni del furgoncino. Tra colleghi si salutano, mandano in malora il periodo, e, appena prima di partire e dividersi come gemelli separati alla nascita, si fanno un caffè e una fetta di panettone portato da Christian, un uomo alto con le mani spesse quanto badili. È uno degli addetti al magazzino, e le mani sono il risultato delle fatiche poggiate una sopra l’altra negli anni di lavoro.
I furgoncini tremolano, il fumo nero sale dalle marmitte come un antico messaggio tribale; Marco suona il clacson per salutare il collega davanti, e svolta in una via larga, dove le luminarie ancora accese brillano di un azzurro intermittente. Il navigatore, con la lista di consegne già inserita e il percorso calcolato, lo guida e rompe il silenzio: il cantante del gruppo che intona gli ordini al ritmo della batteria, ovvero il motore facoltoso del furgoncino.
Ai primi campanelli rispondono sempre tutti. “Lasci pure lì da basso”, e lo zzz della serratura automatica accompagna una minima vibrazione di movimento del portoncino del condominio. Ai cancelli delle case viene raggiunto dai piedi ancora abbracciati alle pantofole dei proprietari, un pigiama stropicciato addosso, le bocche ammiccano i loro grazie senza curarsene, gli occhi e il desiderio espresso è verso le scatole marroni sfondate agli angoli dalle manovre brusche obbligate del percorso. Marco come unico desiderio ha quello di liberarsi di tutti quei desideri soddisfatti degli altri. Riparte, più ci si avvicina a metà mattina e più le discussioni, seppur istantanee, si fanno complesse, nervose. “Non può attendere cinque minuti?” “No”. “Due minuti e arrivo” “Guardi, al massimo uno”. I suoi tempi sono già stretti e i tempi altrui li soffocano. Dopo aver mandato a quel paese una station wagon nera per non aver esibito la freccia nella sua svolta a destra, si ritrova su una stradina di ciottoli bianchi, attorno case di diverse altezze e di diverse fatture, alcune bianche con un giardinetto esterno colorato di un verde spento; altre spigolose, reperti anni ’80 legati alla loro eccentrica libertà di manifestarsi. Scende, dal retro recupera tre scatoloni di tre diverse forme: uno sottile e largo -l’esperienza di Marco suggerisce un libro- poi un cubo -potrebbe essere tante cose- infine uno che ha le dimensioni di un quadro, e anche su questo Marco ha i suoi dubbi. Ma non è che non ci dorme la notte se non sa cosa sta consegnando, ovviamente. Molla i pacchi davanti ad un cancelletto nero, stretto, su di un gradino di marmo graffiato. Suona il campanello, e intanto torna al furgone, dove recupera l’ultimo pezzo, uno scatolone largo e pesante, la scritta di un marchio di mobili impresso sulla superficie. Marco emette un gemito, stringe le labbra, lo posa con delicatezza di fianco agli altri e lascia andare un sospiro di sollievo. Dal portoncino, un’aggraziata superficie verticale di alluminio opaco, emerge un faccino bianco, una ragazzina con gli occhi azzurri e i capelli biondi ordinati in un caschetto. Il viso è largo nei punti giusti, di fianco alle labbra sembra gonfio di voglia di crescere. Dietro, cadenzate, le luci di un albero di Natale. “Ciao…” dice Marco, mette in pausa la fretta e la connessa isteria da lavoro. La bambina tiene il corpo nascosto dietro il battente, muove la mano per rispondere al saluto. Lo stridore dell’apertura del cancelletto suona come un annuncio, trombe di benvenuto dalla madre della bambina, che spalanca la porta, lascia nuda del suo riparo la figlia, e dice: “Prego, prego. Mi scusi, poggi pure qui!”, indicando uno spazio interno sul pavimento di cotto bordeaux. Marco spalanca l’inferriata, svolge la stessa trafila tattica di spostamento, ovvero prende prima le tre scatole di peso e grandezza comuni, le porta e le lascia oltre l’uscio, nella zona indicata dalla donna. L’entrata a cui si unisce il soggiorno è uno spazio ampio riccamente arredato, con due quadri raffiguranti vedute di città sul finire dell’800 e un tavolo talmente lucido che sarebbe un peccato mangiarsi sopra. A Marco non piacciono troppo queste fanfare e allo stesso tempo le invidia. La bambina è ancora lì, vicino alla porta, ferma, che lo guarda. Fissa il suo viso con un’espressione timida, le mani quasi chiuse a pugno tenute vicino al petto. “Ciao!”, e Marco sorride. “Sciaa” dice la bambina, non cambiando né l’espressione né la postura.
Il grande scatolone viene messo con fatica a fianco degli altri: un altro sospiro. Marco si passa le mani come per levare di dosso la fatica, sta per salutare quando la bambina, guidata da un inatteso coraggio, lo abbraccia alla gamba. “Grazie Babbo Natale!” gli dice con il viso che sprofonda nei pantaloni sgargianti della tuta. Non è la prima volta che qualcuno lo chiama così in quel particolare periodo dell’anno -ci si scherza sempre tra colleghi e clienti e superiori- ma questa non è un’esternazione nata dal pessimo e ripetitivo umorismo degli adulti. È la strana realtà di una bambina, ingannata forse dal rosso della tuta, o dalla barba lasciata andare da troppi giorni. Da questo ringraziamento Marco si fa prima confondere, e poi contagiare. Dice “niente” e accarezza ridendo il capo di capelli biondi. Saluta la bambina e torna al furgoncino. La prossima consegna è già un punto verde sul navigatore. Marco sbuffa e se la ride ancora. Babbo Natale sta arrivando sussurra ironicamente tra sé e sé.
Decide di aspettare sveglio Marta. Dovrebbe tornare a momenti, aveva il turno serale fino a mezzanotte. Alla televisione danno un vecchio film con alieni piccoli dalle sembianze di pupazzi. Marco guarda le immagini, ma la stanchezza lo colpisce agli occhi, che si gratta e si massaggia sperando in un’improbabile ripresa delle sue capacità d’attenzione. La serratura della porta dell’appartamento emette finalmente il suo clock di apertura, il battente stride sul pavimento. “Ohi”, la voce di Marta. “Ohi” risponde Marco. Appare nel piccolo soggiorno spogliata del giubbotto e del cappello di lana e dei guanti, con addosso la divisa verde acqua da infermiera il cui odore ricorda disinfettante usato. Si butta sul divano, fa spostare leggermente il busto del fidanzato, gli si accascia sopra. “Come è andata?” chiede lui. “Mmm” risponde lei. Aggiunge: “Solite cose…tu?”. I lampi della televisione lanciano ombre moventi sulle pareti. “Una bambina mi ha confuso con Babbo Natale” dice Marco, il sorriso modesto sprizza autoironia. “Ooohhh, sarà per la barba” dice Marta che lo accarezza sulle guance. Gli da un bacio, e quando gli si allontana, lui risponde al bacio con altro bacio. Marta ride. “Sei troppo stanca?”. Le cinge il gomito. Il braccio di lei diventa una ruspa scavatrice sotto il maglione di lui. “Stanca? Per Babbo Natale mai e poi mai”. Si infilano nella doccia insieme, e prendono a regalarsi l’un per l’altra con la massima dedizione.
