CONFIDENZE NOTTURNE

Ci eravamo conosciuti quella sera stessa, io e Michela. L’avevo notata tra le traballanti chiacchiere del salotto, dove la festa aveva aperto le danze del tardo dopo cena. Ero venuto con Richi e Mauri; mi avevano convinto che, nonostante il freddo di fine gennaio, sarebbe valsa la pena fare il piccolo tragitto a piedi fino all’appartamento di Lidia: c’erano attrici della compagnia della stessa Lidia e qualche amica del lavoro. Per tre uomini single -aveva sottolineato Mauri- poteva essere l’equivalente di un barattolo di miele per tre api. A onore del vero, lo aveva sottolineato tante volte, e di tante feste dove eravamo rimasti per buona parte del tempo a cincischiare tra noi senza alcun risultato. Ma ho sempre avuto in corpo una dose d’immortale speranza, quindi, anche in quel caso, avevo dato fiducia alla previsione del mio amico.

La prima cosa che avevo notato di lei erano gli occhi. Tendenti al blu e al verde, mi colpirono per l’intensità: era come se guardassero e si esprimessero insieme. Ci avevo messo un po’ a studiare il modo di rompere il ghiaccio, avevo coinvolto Lidia e Mauri, sempre pronti alle grandi minuscole sfide del quotidiano. Quindi, grazie ad una catena di sai che conosco uno che, ci presentammo e impiantammo qualche parola sulle nostre vite. Michela mi aveva detto, fino a quel momento, fino a che non avevamo deciso di congedarci dalla festa, che lavorava come commessa in un negozio di alta moda, una boutique il cui nome risuona come una persona decisa a mantenere la propria individualità, e che voleva diventare una disegnatrice d’abiti. Io le dissi che facevo il giornalista part-time e il pizzaiolo part-time, garantendomi l’ambizione da una parte e un minimo di portafoglio dall’altra. Parlammo subito delle occupazioni perché era un buon modo di sciogliere le remore dell’intimità, di raccontare qualcosa di sé apparentemente importante senza entrare troppo nel personale. Un’abitudine comune a tanti, immagino.

Decidemmo di levare le tende quando ormai era rimasto solo chi aveva bevuto troppo. Come Richi che, quando lo salutai, era intento a spiegare ad un’attrice i modi per integrare le politiche sociali nazionali nelle piccole organizzazioni locali. Ringraziammo Lidia, scendemmo i quattro piani della palazzina e ci ritrovammo, appena superato l’ombroso disimpegno del pianoterra, in una coltre di nebbia gelida. “Quanto freddo fa!” commentò Michela, stringendosi nel cappotto scuro a collo alto. “Camminiamo sbattendo forte i piedi, così ci scaldiamo!”. Battei i mei scarponcini sul marciapiede umido come un soldato in parata. “Mi sembra un’idea fantastica, terribile e stupida…Tutto insieme!” disse lei sorridendo. “Allora dev’essere per forza una grande idea”. La risata di lei, un suono modesto e armonioso nei suoi alti e bassi, echeggiò nella via ferma e -nebbia permettendo- vuota. Abitava a qualche via dal mio appartamento e aveva raggiunto la festa a piedi come il sottoscritto. Data l’ora, le quattro di notte passate, aveva accettato di buon grado compagnia. Ci incamminammo seguendo le chiazze sgranate dei lampioni, le stelle polari rosse e lampeggianti dei semafori alti.  

“Quando hai iniziato questa passione per la moda…per i vestiti?” le domandai. “Da piccola, credo. Sì…”. Immerse gli occhi nel passato, dentro la sua esperienza, per trovare il ricordo più lontano, più vicino possibile alla verità. O almeno, così mi piacque credere. “Mi piaceva mischiare i vestiti di mia madre e di mio padre. Vedere i risultati sui loro corpi. La domenica…”. Rise, si mise un ciuffo di capelli biondo-castano dietro l’orecchio. “Ma non ti voglio annoiare”. Mi guardò con i suoi occhi, e io mi strinsi sulle spalle. “Scherzi? Non mi sto annoiando”. Girammo il palazzo all’angolo e davanti si stagliò di nuovo, al posto del solito panorama stradale con i palazzi da quattro o cinque piani a fare da cornice, una fitta nebbia dalla consistenza di una presenza. Le nostre voci si alternavano all’eco dei nostri passi. “La domenica organizzavo queste finte sfilate in cui vestivo mamma e papà. E mia sorella più piccola”. Sorrise al ricordo come se fosse risalito da un mare mosso di fatti confusi. “Ricordo ancora un abbinamento strano, su mio padre. Una camicia larga di lino, e dei pantaloni di velluto a zampa. Una bandana gialla che usciva dalla tasca dei pantaloni”.

Stringevamo le mani contro gli interni caldi delle tasche dei cappotti. I miei piedi avrebbero voluto accelerare, un istinto di sopravvivenza al gelo, ma combattevano contro la mia mente e parte del mio cuore, che, veloci, avrebbero voluto rallentare il tempo di quella notte. “Ho sempre avuto la strana idea di fare il giornalista, non so perché. Non ho mai spiccato particolarmente nella scrittura”. Superammo la vetrina buia del negozio di elettronica, in fondo due fari in movimento s’affacciarono come falci in una foresta. “Ti interessa la verità?”. Guardai Michela, il suo viso era semplice e bello quanto la sua domanda. “Sì. E’…credo sia proprio il punto, sai.”

Il nostro parlare aveva preso le sembianze dell’infinito. Quando arrivammo davanti al portoncino del suo appartamento, davanti ad un classico condominio bianco al piano terra del quale si stendeva una farmacia illuminata poco -la croce verde come un faro dismesso- stavamo ancora parlando, di lei e di un piccolo aneddoto riguardo una cliente del negozio. “Viene ogni settimana a comprare qualcosa per la nipote. Fa così fatica a deambulare, con il bastone…Eppure arriva sempre. Niente la ferma. Non so, non è qualcosa di così piccolo e…dolce?”. “E sottovalutato”, aggiunsi. Michela tremò, si gettò le braccia addosso. “S-sto gelando!”. Non aggiunse altro, non si mosse dalla posizione. La mia timidezza era tale da non farmi fare passi avventati come autoinvitarmi da lei, o abbracciarla e baciarla, ma non era neanche così penetrante da paralizzare ogni proposta. “Ti va…”. Con la mano indicai un punto oltre la mia schiena. “Conosci la panetteria di Cinzia?”. Lei annuì. “Ti va se ci facciamo un caffè? Apre sempre molto presto e…”. Michela allargò le braccia -per un attimo sembrò non avere più freddo- e accettò con gioia la proposta.

Ci sedemmo su uno dei pochi tavoli di legno. Lo spazio era piccolo, una stanza con un bancone ricco di filoni di pane e brioche; con i movimenti assonati di Cinzia. Quando avevo scorto la luce gialla del locale bucare la nebbia, la visione si era trasformata nel caloroso richiamo di una tana. “Adoro questo posto!” dissi, con il caffè fumante appena sotto il naso. “Lo avrei detto, che eri un tipo da panetteria della Cinzia”. Mandai giù un po’ di caffè. “Ah, davvero?”. Michela annuì, bevve un sorso del suo cappuccino. “…E cos’altro diresti di me?”. Fuori la nebbia, ancora fitta, ancora ferma, faceva meno paura. E noi, distratti, ci raccontavamo le nostre confidenze; le nostre verità e i nostri sogni sul mondo. La notte era così vicina alla sua fine ma mai mi era sembrata così lontana.