MAPPA DELLE INFLUENZE ROMANTICHE E A TRATTI MIELOSE DELLA MIA FORMAZIONE

C’entra mia madre. Per forza c’entra lei, in questa concezione romantica che ho del mondo e delle regole che dovrebbero determinarlo. Perché se mio padre, quando avevo sugli otto anni, mi avesse portato con lui ogni sabato a vedere le partite dell’Inter al bar di paese, quello con il proiettore sulla parete, ignorando il rischio per la mia salute dettato dal fumo di sigarette, all’epoca ancora legale all’interno dei locali, di certo non avrei passato quelle serate a guardare film romantici anni ’90 sotto una calda coperta, ingollando popcorn fatti scoppiare in padella che riempivano l’aria e che avrebbero per sempre destinato l’odore così pregno ad un ricordo. Ma, esagerata o no che fosse la prevenzione da genitore, mio padre ai miei polmoni ci teneva, e allora non mi restava che seguire mamma al Blockbuster dove sceglievamo un film a testa: io optavo per un cartone animato della Disney -che avremmo visto poi la domenica pomeriggio- e lei si fiondava senza remore, forse proprio per l’assenza di mio padre, sulle storie dolci e mai troppo travagliate di un uomo e una donna presi dai loro sentimenti.

Il primo film di questi sabati di cui ho memoria è Un giorno, per caso con George Clooney e Michelle Pfeiffer. Una commedia romantica che metteva in scena una giornata decisamente particolare dei loro protagonisti, due genitori single e lavoratori indefessi della New York grigia e autunnale del nostro immaginario affascinato. Mia mamma, viste le volte che lo aveva noleggiato, almeno tre o quattro, ne era particolarmente affascinata. Il film l’ho rivisto da poco e, pur notando qualche banalità e forzatura che la visione da bambino aveva concepito in maniera fin troppo realistica, continuo ad apprezzarlo, considerandolo quasi una pietra miliare personale della mia carriera di appassionato. Sarà l’atmosfera, saranno gli scambi di battute scoppiettanti tra Clooney e la Pfeiffer, sarà che il film mi riporta ad un momento della mia infanzia dai tratti stilizzati caldi e armoniosi: l’origine ancora pura e immersa dagli stimoli di quello che sarei diventato.

L’Inter cominciai a vederlo; mio padre decise che, sui dieci anni, i polmoni sono pronti a sopportare un paio d’ore di fumo passivo-massivo. Poi io avevo cominciato ad insistere: ero un maschietto e come tale avevo sviluppato interessi per gli sport e le competizioni agonistiche di varia natura che si tenevano durante le ricreazioni: corse, spintoni, corse. Gli spintoni avevano un loro gancio d’ispirazione -non furono mai davvero un’ispirazione completa- ai cartoni animati legati al combattimento. Ce n’erano a bizzeffe, non c’è bisogno di elencarli. Ma, tra tutti queste lotte per salvare il mondo dal cattivo di turno, scoprii, verso la quinta elementare, un cartone animato che sconvolse la mia routine di studio. Rossana mi aveva appassionato prima di tutto perché era ambientato in una classe, i personaggi avevano la mia età e le stesse problematiche, e poi per la storia d’amicizia confusa, una storia mezza d’amicizia mezza d’amore, tra la stessa Rossana ed Eric, il biondino a capo della banda di maschietti che nelle prime puntate rovinava l’armonia in classe. Non era il primo cartone ad appassionarmi per il rapporto tra un ragazzo ed una ragazza -c’era stato Il mistero della pietra azzurra– ma fu il primo che seguii con un’attenzione maniacale, da serie tv per intenderci, registrando su videocassetta le puntate quando non riuscivo a vederle “in diretta”.

Il passaggio dalle elementari alle medie segnò il passaggio dell’interesse per le ragazze dall’immaginario al reale. Il testosterone aveva cominciato a girare a ritmi alternati, causando sbalzi di desiderio e baffetti biondi dalla consistenza dell’imbarazzo. Mia madre esercitava, con meno forza e attrattiva, ma comunque con l’alone del suo ineguagliabile ruolo, un’influenza determinante: grazie a lei conobbi Friends e il rapporto tra Rachel e Ross (inutile soffermarsi sulla passione che avrei sviluppato dopo) e A piedi nudi nel parco con Robert Redford (e scritto dal mito Neil Simon), di cui mia madre era stata una fan del genere teen-ager urlante. Il connubio tra i miei nuovi interessi reali e la sua imperitura passione rosa diede vita all’appuntamento del mercoledì sera, la nuova puntata settimanale di Dawson’s Creek. Avevo visto giusto qualche puntata di Beverly Hills 90210 ma senza alcun trasporto emotivo, per cui ero ancora vergine dal punto di vista delle serie tv adolescenziali. Cosa mi piaceva tanto di Dawson’s Creek? Non saprei. I personaggi, sia maschili che femminili, non mi dicevano granché. Rivedendo qualche puntata dopo i venticinque anni, si fatica a non riconoscere una pressoché totale, se si escludono le ultime due strazianti puntate, dose di inguardabilità. Riuscii a legarmici forse perché, con quei toni epici e pseudofilosofici, avevo l’impressione che la serie, le sue storie tra coppie e tra amici, nobilitasse i miei problemi. Li trattasse con una serietà concreta e non o accondiscendente, o punitiva. Per quanto riguarda mia madre, potrebbe essere stato che, come capita a tutti noi qualche volta, l’interesse per gli eventi narrati dalla storia avesse superato l’interesse per il buon gusto. Oppure che cercasse, visto il mio lento allontanamento ribelle, degli appigli per mantenere vivo, dove possibile, dove pacificamente attuabile, il rapporto con il figlio.

Crebbi. Cercai di nascosto, senza dichiararlo ad amici o compagni di classe, il romantico in ogni nuovo campo con cui la mia esuberanza aveva preso ad interfacciarsi. Ci fu la musica rap, e allora tra una finta a canestro e un accorato atteggiamento da gangster, mi lasciavo cullare dalle rime di Ja Rule alternate ai ritornelli di Ashanti in Always on time, il cui video è un omaggio rivisto e adattato di Grease. Dalle casse dello stereo lasciavo andare le note r&b di R. Kelly; consumavo la cassetta registrata del film Save the last dance.

Ci fu la scoperta casuale delle commedie con Meg Ryan, Harry ti presento Sally e C’è posta per te, tra una nottata in discoteca e l’altra, tra una discussione animata su Il Grande Lebowski e un parere unanime sul film appena uscito di Tarantino. Ma fu durante l’università che imparai, più di tutto, più di sempre, la grande arte della vergogna: la sottile capacità di tenere sotto il tappeto i veri entusiasmi e lasciare che fossero i grandi nomi, le grandi firme scolpite su pietra, urlate al megafono delle bocche di illusi studenti dall’aspetto disilluso, a riempirmi la testa di autoconvincimenti coatti…mi piace Rossellini, mi piace Rossellini, mi piace Rossellini! Che Rossellini fosse un innovatore, e per nulla coinvolto nelle dinamiche anni duemila dell’università di Venezia, non è in dubbio, come non è in dubbio che, se ci avesse potuto sentire disquisire sui suoi film, con quei toni da sapientoni e la pipa pendente dalle labbra come ultimo tocco alla nostra recita (una recita a rappresentare l’idea proiettata di noi più che noi stessi) ci avrebbe quantomeno rifilato un ceffone, e chissà dove sarebbe volata la pipa. Ma anche i grandi autori -magari non tutti ma qualcuno- avevano a cuore il romanticismo, e allora, grazie ad un compagno, conobbi la trilogia di Richard Linklater: Prima dell’alba, Prima del tramonto e Prima di mezzanotte. I due protagonisti, interpretati da Ethan Hawke e Julie Delpy, si incontrano su un treno diretto a Vienna. Nel primo episodio passano la serata e la nottata in giro per la città, passeggiando e chiacchierando. Si lasceranno con la promessa di rincontrarsi l’anno successivo -lui deve tornare negli Stati Uniti, lei a Parigi. Il secondo film si sposta di una decina d’anni in avanti, e il terzo fa un balzo di altri dieci anni: non voglio aggiungere altro sugli avvenimenti, dico solo che saranno sempre il passeggiare e il chiacchierare le azioni a riempire le sceneggiature. Il mio amore per l’amore sullo schermo incontrò la sofisticatezza da pipa. Finalmente potevo parlare! Finalmente potevo condividere! Questo pensai ad un paio d’esami dalla laurea.

Uscii dall’abbraccio molesto dell’università e, frequentando una scuola di scrittura professionale, cominciai a conoscere, a tracciare una mappa degli sceneggiatori piuttosto che dei registi. Questi personaggi silenti, infilati nella lunga lista dei titoli di coda e sempre lontani dal cast reale, avevano il talento di gettare le basi dei film e il potere di determinare le ispirazioni di chi, poi, si sarebbe aggiunto al progetto. Questione di tempo, un film che avevo visto al cinema in una serata piovosa con una mia ex ragazza e che mi aveva entusiasmato per la classica atmosfera, era stato diretto ma soprattutto scritto da Richard Curtis, lo stesso sceneggiatore di Love actually, Notting Hill e Quattro matrimoni e un funerale. Ne avevo già visti un paio ma, data la mia crescente e ancora immatura consapevolezza, lo sguardo più affilato, la mente meno pigra, decisi di riguardarli e di diventarne, senza più alcuna costrizione di sorta, un appassionato.

Anche mia mamma era cresciuta nel frattempo (o invecchiata, ma per queste cose credo sia più adatto il termine crescere) ed era passata dal rosa al giallo, si era stancata di tutto quel romanticume. U giorno esclamò: “Sono sempre le solite storie!” Rimasi impietrito e a bocca aperta…Come sempre le solite storie? Perché, i gialli? Uno muore, uno investiga, uno cerca di non farsi beccare. Dove starebbero le novità? Dovevo accettare l’idea che la mia guida, il mio vate, la mia enciclopedia vivente avesse cambiato casacca. Lei aveva dato, e per cinquanta e passa anni: era un chiaro passaggio del testimone. Magari sarebbe arrivato il giorno in cui anch’io mi sarei riempito di gialli e noir, di thriller e di fantasy con elfi e nani, ma non era quello il giorno. Ero appena stato svezzato, la missione era solo al suo inizio.

La letteratura si infilò per caso, seguii un consiglio di un collega di lavoro. Un libro, niente di più, e alla tenera età di ventisette anni ne avevo ovviamente già letto qualcuno. Il titolo: Le mille luci di New York, di Jay McInerney. Fin dall’inizio, proprio dall’incipit, percepii qualcosa di diverso, un baluginio, un crepitio, molto semplicemente un’attrazione, ma fu solo al capitolo quattro che mi domandai esterrefatto tra me e me: “Ma quindi questo si può raccontare? Non sono situazioni che fantastico solo io nella mia testa?”. Il momento narrato era semplice, un incontro, una passeggiata, un caffè in un locale ancora aperto per miracolo e a cui il protagonista era affezionato.

Da allora si sono infilati altri romanzi, e altri film, e registi e scrittori e sceneggiatori. Woody Allen e le screwball comedies, il genere mumblecore e i saggi di Adam Gopnik. Il mio romanticismo si è allargato e si sta allargando. Non riguarda più solo un uomo e una donna, o un rapporto, ma sfiora i concetti considerati importanti, tenta di inerpicarsi e di estendersi sulla visione dell’essere umano e della vita che ci circonda: una sorta di accettazione della spietatezza della realtà ma un’avversione netta per la spietatezza d’intenti. È diventato un mio credo, un modo di intendere le cose, personale e perpetuamente perfettibile nell’atto di esporlo; universale nell’atto di riscontarlo, con le dovute e godibili interpretazioni, nei lavori altrui. Una lente con cui osservo il mondo, che si adatta al mio grado di miopia.