“EH? NO!”

La mia esperienza riguardo gli approcci amorosi si può riassumere con la prima volta in cui ho tentato di conquistare una ragazza via messaggio. Avevo il cellulare di mio padre, uno dei primi cellulari fabbricati negli anni ’90, la forma di una cassa, lo schermo sottile, il colore dello smog e l’antenna movibile da insetto. Dato che non c’era il T9, e andava di moda tagliare di netto le parole lasciando le iniziali e un bel punto -copiando l’acronimo t.v.b.- pensai bene di scrivere ad una compagna di classe: T.v.d.f.s.c.m.? che corrispondeva a “Ti va di fare sesso con me?”. Ero alle scuole medie, la parola SESSO aveva una valenza tra il fascino e il proibito; in più era estate, piene vacanze, ed ero certo, nel caso in cui lei avesse rifiutato la proposta, che non sarei andato incontro all’imbarazzo da rifiuto.

Lei ovviamente rifiutò, ma prima di rifiutare, mi rispose con un onesto e nondimeno necessario: “Eh?”, che mi costrinse a distendere l’acronimo cancellando i punti. Ecco, in generale il riassunto della maggior parte dei miei approcci andati male (ci sono ovviamente quelli andati bene) è un “No!” anticipato da un “Eh?”.

Tornato tra i banchi, e ancora completamente a secco per quanto riguardava il versante Sesso, non ci volle molto che buona parte della classe, se non della scuola, fosse venuta a conoscenza del mio messaggio criptato, e mi prendesse giustificatamente in giro. Tra una battuta e l’altra, capii da uno dei più grandi, uno dei bocciati regolari del paese e allo stesso tempo un dispensatore d’esperienza notevole -dati i 365 giorni di vita in più- che non dovevo essere così diretto, che dovevo prima invitare le ragazze ad uscire, e poi parlare, e poi mangiare un gelato, e poi fare una corsa in bicicletta insieme, e poi, forse, solo a quel punto, avrei avuto il permesso di dare una toccatina al seno. Che faticaccia, pensai tra me e me. Decisi che avrei approcciato alle ragazze solo se davvero avevo voglia di uscire, e poi parlare, e poi mangiare un gelato, e poi fare una corsa in bicicletta insieme, tanto quasi da dimenticarmi di aver voglia di dare una toccatina al seno (quasi).

Intanto i cellulari avevano svoltato, si erano trasformati in aggeggi più maneggevoli, pieni di giochi e suonerie, e gli schermi si erano allargati ed era stato inventato il T9, per semplificare, a questo punto, credo proprio la maratona dell’approccio. Le parole ora si scrivevano da sole, senza mai sbagliare un colpo, seguendo la logica binaria della tecnologia. Gli invii si moltiplicarono ed era possibile scriversi battute, e inviti, e desideri, e proprio per questo che tra compagni cominciammo ad avere ognuno il proprio cellulare, nuovo sostituto dell’orologio nella sezione Classico regalo da Cresima.

In prima superiore mi feci ammaliare da una compagna di classe conosciuta alla festa di compleanno di mio fratello. Dalla mia parte avevo il paio d’anni in più -365 giorni x 2- e una buona dose di ribellione da conquista. Dopo aver recuperato il numero, la invitai al cinema, e lei invitò altre tre sue amiche. Ne scaturì un appuntamento molto diverso da quello che mi ero immaginato. Tra la tensione per un possibile bacio -solo la mia mente vedeva delle possibilità- e il chiacchiericcio incessante delle quattro ragazze, non capii niente del film. E non era un film qualsiasi: era Le Due Torri, de Il Signore degli Anelli. Fu sempre un amico del nuovo giro creatosi alle superiori a sconsigliarmi il cinema come primo appuntamento. “Anche se ti piace il film, lascia stare. Non puoi chiacchierare, non puoi conoscerla!”. “Ma possiamo chiacchierare del film dopo averlo visto” controbattei io, certo fosse uno dei modi migliori per conoscere una qualsiasi persona. Lui gesticolò con la mano, quasi disgustato rispose: “Eh?…Ma che dici!”.

Si intromisero amori felici e meno felici; il Sesso cominciò ad essere reale, perse quel senso di proibizione, e quindi anche di fascino, nonostante la costante e carnale piacevolezza. Affinai il mio metodo, che consisteva principalmente nel lasciare parlare le ragazze. Avevo capito che davo il meglio di me…ascoltando. In qualche modo le mie idee sul mondo, che ricadevano sul comportamento, continuavano a scaturire grossi “Eh?” e “No!”. Le conferme le ritrovavo anche in casa, dove venivo rimproverato con cadenza regolare, e a scuola, dove imparai ben presto ad annoiarmi piuttosto che imparare.

All’università, in biblioteca, ebbi un colpo di fulmine per una ragazza, sempre amica di mio fratello. Cominciai ad andare ogni giorno in biblioteca, studiando le tempistiche per l’approccio, il che richiedeva un’attenzione straordinaria, attenzione tolta agli esami e alle materie del mio piano studi. Ma tanto -pensavo- ho scelto l’indirizzo di arti dello spettacolo proprio perché tutti dicono che è inutile. Quando trovai il giusto incastro, una situazione di pausa con amici di amici e lei in mezzo, mi infilai, convinto fosse arrivato il momento di lasciare da parte la messaggistica in favore del piacere della conoscenza reale, fisica. Lei mi parlò di un gruppo musicale, di un concerto, e io cominciai a rispondere “Davvero?!”. Non dissi pressocché altro per venti minuti, a cadenza regolare sparavo un “Davvero?!”, che mi sembrava almeno più simpatico dei tanti “Eh?” di cui ero vittima. Qualche giorno dopo, le scrissi se le andava di venire a bere un caffè, e mi rispose, testuale: “Sì, però devo avvertirti che non ci sto molto con la testa in questo periodo”. Intendeva dire che se ci fosse stata con la testa mi avrebbe detto di no? Beh, poco male, pensai, sapevo già come operare: al caffè le avrei chiesto cosa intendeva, e avrei sparato qualche “davvero?!” a cadenza regolare. E l’avrei ascoltata, oh se l’avrei ascoltata…Alla fine l’ho ascoltata per due anni abbondanti.  

A tutt’oggi non ho ancora capito esattamente come funziona. Qualche tempo fa, parlando di un mio approccio per messaggio, un’amica mi consigliò di essere più secco nell’invito, di non perdermi in rivoli di simpatia stentata. Le avrei voluto ricordare che poco tempo prima avevo invitato fuori proprio lei senza alcun tipo di orpello, e lei mi aveva risposto di no. Un altro mio amico, dopo avergli confessato di aver scritto ad una ragazza che era bellissima, mi aveva sconsigliato di fare dei complimenti così schietti, ma lo stesso amico, un paio di anni prima, mi aveva consigliato di dire sempre alle ragazze che sono bellissime. L’unica cosa capita in tutto questo discorso, ricade, come tante cose, sulle storie che desidero raccontare. Sui miei protagonisti, o personaggi secondari, per i quali nutro un bene infinito, e non perché riescono senza mai sbagliare un colpo come la logica binaria della tecnologia, ma perché -nonostante i vari “Eh? No!” – continuano a tentare.