
Il lockdown era appena finito e il lavoro era ripreso zoppo e scarico, c’erano più regolamenti da capire che mansioni da svolgere. Mandai il curriculum ai quotidiani e alle riviste online, tanto tempo da perdere ne avevo.
Mi rispose OggiSorriso: non avevo neanche mai letto un articolo. Dopo un veloce scambio di e-mail mi chiamò una donna, la capo redattrice. Aveva un accento da comandante e una gran voglia di parlare. Mi spiegò il difficile compito del giornalista, i requisiti indispensabili per interpretare il ruolo, le caratteristiche di un buon pezzo; perlopiù annuii e riempii i vuoti con “Ma certo, ma certo”. Decidemmo di fare una prova, mi avrebbe mandato un comunicato stampa e io avrei dovuto trasformarlo in un articolo. Il mio elaborato -un sostanziale riarrangiamento in chiave pop del comunicato- venne promosso, e così confermato il mio nuovo secondo lavoro, pagamento a fine mese compreso. (0,006 centesimi a battuta: una battuta è un tasto premuto: poco ma in linea, ci tenne a precisare la capo redattrice)
(le foto, se scattate dal sottoscritto…5 euro!)
Decisi di organizzare i due lavori in maniera tale da sormontarli: mentre stavo alla reception –il mio primo lavoro- scrivevo gli articoli sui comunicati stampa che mi venivano mandati. Argomenti a volte complessi come l’assorbimento di un’azienda di plastiche industriali; a volte semplici come la giornata dello sport di Agordo. Capii presto che, a causa del Covid e delle restrizioni, il giornale aveva difficoltà a reperire notizie e ad aggiornare il sito, quindi tutto faceva brodo. Le prime frizioni si presentarono presto.
In una giornata priva di eventi e manifestazioni, la capo redattrice mi mandò su Whatsapp il link di un post Facebook del comune di Resana. C’era una foto, tre ragazzi -i connotati censurati- che scendevano le scalinate del palazzo del Comune con la bicicletta. Il post voleva porre l’attenzione sulla bravata, richiamando all’ordine i genitori. “Facci un articolo” fu la direttiva della redattrice. Un articolo…su cosa?
Tenni per me i dubbi, anche se non sciolsero. Non sapevo cosa scrivere. La notizia dov’era? Io avevo fatto cose ben peggiori di scendere le scalinate del Comune con la bici. Avevo imbrattato autobus con la bomboletta; avevo fumato una canna alle nove del mattino in pieno centro città; avevo, in compagnia di validi compagni, devastato la casa in affitto durante un diciottesimo compleanno. E tutto sommato non mi parevano neanche azioni così gravi; voglio dire, c’è sempre di peggio.
Dovevo sparare una sentenza su questi poveri ragazzi?
Scrissi un articolo insulso, cinque righe buttate lì, un possibile resoconto della situazione. La capo redattrice mi chiamò qualche ora dopo averlo caricato nel database. “Una schifezza” mi disse. Usò proprio questo termine. Mi scusai ammettendo le difficoltà nel centrare la questione; le chiesi di cancellare l’articolo e di non pagarmi. “Non preoccuparti, l’ho corretto e riscritto io. Esce tra poco. Leggilo e prova a capire dove hai sbagliato”.
Lì per lì pensai che almeno lo avesse firmato a suo nome ma purtroppo non fu così.
Titolava definendo i ragazzi degli scapestrati, il corpo dell’articolo non aveva nulla di magnanimo, un’accetta tagliente e insistente sulla pratica di scendere le gradinate con una bicicletta. Il mio nome e la mia foto capeggiavano in testa alla pagina.
Buttai giù il rospo ancora leggermente costernato. Le sue parole, la mia firma. Ma non potevo mollare: rimaneva una buona occasione per arrotondare lo stipendio.
Mi informai anche su come ottenere il patentino di pubblicista, scoprii che variava da regione a regione e che in Veneto avrei dovuto fare tot articoli guadagnando tot euro in un anno. Feci la media e vennero fuori cinque, sei articoli al mese. Perché non provarci?
Il mondo pian piano si riapriva alla normalità e così anche le notizie. I comunicati stampa non suscitavano più lo stesso interesse, quindi dovevo darmi da fare su versanti più pratici, da inviato per intenderci. Sempre la capo redattrice mi appioppò un nuovo compito: c’era un problema di erbacce in centro città (!!!), sollevato da un attivista della giunta d’opposizione, e avrei dovuto chiamare l’assessore dell’agricoltura per farmi spiegare i motivi dell’incuria. Il numero me lo passò direttamente la capo redattrice.
L’assessore fu disponibile, spiegò in breve che l’accusa velata dell’attivista era mal posta, dato che prendeva come termini di paragone gli sfalci dei campi fuori città e non c’entravano assolutamente niente con le erbacce, perché per legge queste dovevano essere eliminate attraverso delle sostanze non inquinanti. Il Comune era in attesa della lista redatta da non si sa chi.
Scrissi l’articolo con la verve polemica di un bradipo. La questione mi sembrava chiara; al massimo sarebbe stato da capire come mai la lista tardava ad arrivare.
La capo redattrice non fu d’accordo con me. Mi chiamò, dopo aver letto l’articolo, confermando che quello sarebbe stato il mio ultimo articolo di politica. “Ti ha preso in giro!” disse, riferendosi all’assessore. “…Quelli lì hanno tutti le mani in pasta!”. Intendeva il sindaco e gli assessori. Di nuovo, riscrisse l’articolo mantenendo la mia firma. Un articolo senza senso ma molto polemico, che avrebbe scandalizzato chiunque sapesse leggere con un alto grado di disattenzione.
“Lo vedi che così funziona?”. Non lo vedevo.
Venni retrocesso -promosso?- alle interviste. Dovevo scovare temi scottanti o personaggi particolari. Dare voce alle persone. L’idea mi piacque, mi ci misi d’impegno. Cercavo di trovare chiunque tentasse un qualcosa: la passione per la narrativa amplia l’angolatura dell’interesse ai potenziali 360 gradi. Il mio approccio sarebbe stato quello di sviscerare -attraverso le domande- le intenzioni, i progetti e le difficoltà degli intervistati. Poi i lettori avrebbero tirato le loro conclusioni. Accade una cosa strana: alcuni lettori pensavano che fossero le mie idee a specchiarsi nelle parole dell’intervistato riportate. Niente di più lontano dal vero -e questo non perché avessi problemi con gli intervistati- ma perché proprio non pensavo a me, alla mia persona o alle mie idee. Una piccolezza che la dice lunga su come si scrivano e si leggano le interviste.
Il mio obiettivo di tot articoli al mese (per il patentino) trovava veti di qualsiasi tipo: questo personaggio non va bene, non è abbastanza personaggio; questo tema non va bene, non è abbastanza scottante.
Una volta, promossa l’iniziativa di intervistare tre universitari sul green pass, per dedicare più tempo alla stesura decisi di inventarmi di sana pianta i tre universitari. Tanto le posizioni sul green pass erano sempre le solite. Diedi dei nomi, un sesso, un luogo di nascita, una facoltà, e poi via, a girare e rigirare la frittata sentita in tutte le salse televisive e giornalistiche.
Fu un buon articolo.
Feci la mia ultima intervista ad uno sportivo, e sempre la capo redattrice mi rimproverò per aver dato del Lei all’intervistato. “Si dà del Lei solo ai politici e a certe personalità!”. La mia collaborazione finì così, senza avvisi né precisazioni, e senza conoscere nessuno. Un giorno mi svegliai e scoprii di essere stato eliminato dal gruppo Whatsapp dei collaboratori occasionali. Vidi sfumare l’obiettivo del patentino, ci rimasi male per un paio di secondi, poi alzai le spalle e sentii un brivido di sollievo salirmi sul collo. La mia scrittura si sarebbe di nuovo dedicata al blog e ai racconti. Alla mia versione della verità, uno di quegli aspetti troppo scostanti e precari, troppo confusionari e indifferenti alle nostre ragioni, per risultare interessante.
Un prodotto praticamente invendibile.
