GIOCARE A BASKET -parte uno-

Ho iniziato a giocare a basket dopo la terza media. Avevo praticato calcio per sette anni anche se non era mai stata una reale scelta: a mio padre piaceva il calcio, ai padri dei miei amici pure e quindi anche a me ai miei amici piaceva. Fu un atto felice e, sottobanco, obbligato. Avevo trovato il mio ruolo, affinato le mie capacità, mi ero costruito una zona di comfort se non altro nel campo da gioco, così mi sembrò un ottimo momento per mescolare le carte.

Avevo già giocato ad Nba Live sulla Play, avevo iniziato a seguire le azioni più spettacolari della Nba nei fine settimana. Al torneo di basket della scuola ero risultato -almeno secondo il professore di ginnastica- il miglior tiratore da tre. A fine agosto riportai, non senza imbarazzo, la borsa e la tuta alla segreteria della società di calcio. I miei mi avevano costretto: dopo tutti quegli anni, dovevo ringraziare e salutare. “Grazie di tutto” dissi. Il segretario, uno uomo bonario con la pancia prominente e il sorriso a caricare il doppio mento di altri menti, mi domandò: “Allora hai deciso?”. Annuii. Desideravo andarmene, mi sentivo un piccolo traditore. “Beh, in bocca al lupo…mi dispiace”. “Anche a me”. Lui annuì. “Ciao!”. “Ciao!”. Riprese a guardare certi incartamenti, la borsa e la tuta poggiate sul pavimento oltre la scrivania. La vita continua, per me e per lui, pensai. Gli addii sono cose da film.

La società di basket del paese non aveva ancora un palazzetto, al primo allenamento la squadra si era riunita in un campo protetto da un tendone verde. Ombroso, ricordava le coperture invernali dei campetti di calcetto. L’allenatrice e il vice-allenatore e la referente fecero un discorso di cui non ascoltai mezza parola perché avevo paura di fare brutta figura. Di essere il novellino (lo ero), ma soprattutto di lasciare che gli altri lo notassero. Mi sentivo gli occhi puntati addosso. Il primo esercizio fu la treccia. Ci mettemmo divisi in tre file a bordo campo. Guardai gli altri eseguirlo; cercavo soprattutto di capire dove andare dopo aver passato la palla. Non mi era proprio chiaro, quindi decisi di ostentare massima sicurezza. Il viso di un duro alle prese con un’inezia. Sono il migliore tiratore da tre della scuola media!

Il mio turno. Corsi, mi arrivò la palla, la passai, andai verso una diagonale improvvisata dall’intuito. “No, Leo, non si fa così!”. L’allenatrice provò a rispiegarmi l’esercizio ma la vergogna era troppa. Ecco il novellino che rallenta tutti!

Tornato a casa, piansi. Confessai a mamma e papà che mi sarebbe piaciuto tornare a giocare a calcio ma per colpa delle loro indicazioni non potevo. “In che senso non puoi?” mi chiese mamma. “Ho già riportato la borsa e ho già detto ciao!”. Mi ero messo seduto sugli scalini del letto a castello, la testa bassa, le lacrime a solcare le inclinazioni della pelle. “Gli dici che hai cambiato idea!”. Cambiare idea! Peggio che essere un novellino! Tornare sui propri passi! Ma questi erano del mestiere? “Ma datti un po’ di tempo, che cazzo!” disse mio padre. In famiglia non siamo mai stati troppo attenti al linguaggio: che cazzo è per ammorbidire la realtà. Però mio padre aveva ragione. Anche due amici-compagni mi rincuorarono. Era stato solo un allenamento, un insulso esercizio. Lo capii e lo eseguii la volta successiva. Ritrovai la dose di fiducia necessaria per affrontare le altre difficoltà all’orizzonte. Quali? Per esempio la linea di tre, ben più lontana della linea da tre della palestra della scuola.


Era tempo di cambiare guardaroba. Per il calcio avevo sempre usato scarpe con tacchetti di plastica. Mio papà, il finanziatore, non aveva mai posto dubbi. Credo costassero meno. Avevo poco altro oltre alle scarpe; alcuni pantaloncini regalati dalla società, la maglia di Ronaldo tarocca comprata in un baldacchino a Venezia. Per il basket cosa mi serviva? Molto di più, perché me lo ero scelto.

Il mio primo paio di scarpe da basket lo presi in uno di quegli outlet a nord della città. Delle Nike, grigie metalliche. A onde sui lati. Nere sulla suola. Tendenti al tamarro: inutile far finta di niente. Con mamma invece andai in centro città a prendere una fascetta. Tenevo i capelli lunghi con la riga in mezzo e durante la corsa finivano per ricadermi sugli occhi. Al negozio avevano terminato le fascette sottili di spugna ma, se volevo, c’erano le bandane. Me ne fecero vedere una incartata. Il simbolo della Nike torreggiava bianco su il nero del tessuto. La volevo, volevo quel marchio su tutto il mio corpo. Ma la bandana? Ero certo che i miei due amici-compagni mi avrebbero preso in giro. “Non vuoi metterla sulla testa?” mi chiese il commesso. “Su tutta la testa, esatto”. “Vuoi metterla come una fascetta?”. Annuii.”Allora basta che la pieghi…aspetta, ti faccio vedere”. Scartò il prodotto e ricostruì una fascetta da annodare dietro. Mi convinse. Scoprii qualche settimana dopo che il momento del nodo riusciva anche, in una certa misura, a caricarmi prima delle partite.

Mi ci voleva una canotta da basket. I miei amici decisero di regalarmela per il compleanno. Kevin Garnett ai Minnesota Timberwolves o Vince Carter ai Toronto Raptors? Durante le sortite a Nba Live, o spulciando gli highlights delle partite, non avevo mai nascosto la mia ammirazione per le schiacciate di Vince Carter. Era spettacolare, era esplosivo, era unico. Ma ero in procinto di diventare un giocatore di basket. Dovevo smetterla con lo spettacolo (anche perché io volevo imitare i miei miti…e chi ci arrivava a schiacciare?) e sposare gesti atletici più seri. Garnett aveva dalla sua una certa grinta. Mi piaceva perché era spigoloso, fisico, e io avrei in qualche modo potuto imitarlo: ero pur sempre un novellino e le mie capacità tecniche dovevano ancora essere testate, se possibile affinate.

Ricevetti la replica della maglia di Garnett.

A completare l’opera dei pantaloncini comprati da mamma al negozio della Diadora. Li avevi presi nella sezione della boxe –avevano due strisce laterali per lato e la classica spessa zona elasticizzata in vita- ma erano una taglia più grande, in modo tale da farli sembrare molto molto (molto) baggy.

Quindi scarpe Nike grigie tamarre, pantaloncini da boxe travestiti da basket, maglia di KG, bandana travestita da fascetta. Nodo dietro la testa. Ero pronto.