
Il braccio era ancorato, ben disteso, salde le dita al palmo gigante e sicuro della madre. Giovanna muoveva le gambe come se il terreno potesse sgretolarsi da un momento all’altro. Il cemento aveva crepe. Aveva radici che spuntavano senza chiedere troppi per favore dalle basi degli alberi, e poi si infilavano giù, in un sotto che aveva il suo corrispondente nel significato della parola Mistero…e che ne sapeva in fondo, Giovanna, di dove e quando sarebbero rispuntate fuori. E se avessero preso vita? E se la volessero trascinare sotto? Meglio un passo lento alla volta, un passo lento e ancora un altro passo lento, alla volta, pensava Giovanna, mentre, stretta la mano a quella della madre, con le scarpe antipioggia gialle imparava i pericoli eterni e sottovalutati del camminare. Il cielo aveva un colore grigio e cupo, di quelli simili alla tristezza, ma Giovanna, in barba agli insegnamenti della scuola, non si sentiva in alcun modo triste. La voce della madre era vicina, e pure il suo corpo: qualsiasi cosa fosse successa, sapeva che la paura avrebbe evitato il suo più acerrimo nemico. E attorno, il mondo, un mondo che conosceva ma che cambiava ogni giorno tante erano le caratteristiche nuove che registrava, la incuriosiva a tal punto da tendere e stressare l’unione di braccia che era la sua ancora. Giovanna puntava il dito e sorrideva verso un’anziana con una pelliccia marrone che cadeva sul corpo come un costume di pelo brillante, e anche in testa, insicuro, posava un colbacco in tinta. Una persona o un orso, si chiese Giovanna, e la madre chiese a sua volta dove volesse andare, e lei in risposta rilasciò una risata di quelle che potevano ricordare l’onestà viscerale dei sentimenti. La madre la tirò a sé, il suo odore dolce e di piante si fece d’un tratto più forte. Giovanna si lamentò; anche in questo caso il lamento, un urlo strozzato e acuto, ricordava, nonostante partisse da uno stato d’animo opposto, quell’onestà viscerale.
Giovanna girò la testa, noncurante dell’ostacolo del cappuccio impermeabile, un costume indossato quando credeva di essere l’eroina della pioggia, e in secondo luogo, quando la madre le chiedeva di trasformarsi in tale eroina. Scrutò il marciapiede appena trascorso dai suoi passi, un labirinto di scarpe e incroci di gambe, di voci vaghe e palazzi la cui fine era una promessa basata sulla fantasia. L’orso o la persona camminavano lenti, con un’andatura insicura, che quasi le ricordava la sua, e allora Giovanna si chiese se lei stessa fosse una persona o un orso. Quanto avrebbe desiderato avere la consistenza delle caramelle gommose, quanto avrebbe voluto che il suo braccio s’allungasse verso i dubbi da sciogliere, e allo stesso tempo le dita rimanessero aggrappate a quelle della madre, trasformandosi così in una sorta di aquilone vivente. Sussurrò “Mamma…” e allora la grande voce, la grande guida, la grande casa, le chiese di rimando quale fosse il problema. “E se sono un orso, mamma…”. La madre sorrise appena, un tradimento all’importanza del cruccio, un sostanziale e rilassato scioglimento dello stesso in un bacio e una carezza. Di nuovo al passo quindi, un braccio alto a seguito del faro, un braccio libero, curioso, come la rotta incerta di una nave.
La mamma si fermò con una leggera irruenza, Giovanna sentì i tendini del braccio sussurrare dal lavorio. La vetrina specchiava le ombre di sé, della sua armatura gialla e dei movimenti più armoniosi della madre, dei suoi vestiti meno divertenti. Lei muoveva il dito dalle labbra verso gli oggetti disposti oltre la trasparenza presente come un ostacolo, trasparente come una possibilità. Giovanna cercò la curiosità della madre, l’interesse per quegli oggetti su cui, in qualche modo, quello stesso interesse sperava si specchiasse. Si stancò, la pazienza fuggente come la folata di vento che le fece muovere la testa oltre, sul marciapiede a incastri grigi di porfido, sui portici di marmo arancioni chiari, su una ressa di cappotti e sui fanali delle macchine, luci traballanti senza fretta, quasi in rispetto del motore muscolare dei pedoni. “Andiamo!”. La mamma riprese il suo incedere, sul viso il sorriso di una promessa con sé stessa, e allora anche Giovanna si sentì nutrita di quella felicità dai motivi silenziosi…cosa importava delle dichiarazioni? La stretta di mano l’alimentava di nuove emozioni, e ora, con un calore quasi umido, piacevole nella sua imperfetta abitudine, Giovanna si avventurava alla ricerca del suo silenzio sorridente, del rumore spontaneo di una nuova risata dettata da un nonnulla, come l’incedere di una persona dalla forma di un orso. Dove si sarebbe specchiato ancora il suo interesse?
Entrarono in un bar, il tavolo sul quale sederono aveva le sedie foderate di una morbidezza simile a quella dei cuscini. La cameriera un volto incerto, il sorriso un pozzo di bugie, i sospiri un valido diversivo contro gli obblighi del portamento. E il rumore, ossessivo, in salita e in discesa come una canzone, come una serie infinita di canzoni fatte partire in successione, delle parole pronunciate, dei grandi discorsi sul mondo, dei piccoli discorsi sui progetti dei minuti futuri. Giovanna assaggiò dalla tazza la sua cioccolata, la madre preoccupata della sua gioia: “È buona?”. Giovanna annuì con una convinzione rara, una convinzione senza variabili esistenti a scardinarla. Il cappuccio ora poggiato sulle spalle, i capelli fulgidi mori in una foresta di filamenti lisci fino al collo e, sul davanti, a coprire appena le sopracciglia. Le labbra e la punta del naso riportavano la testimonianza dell’esperienza, la prova della validità del suo giudizio. La mamma prese un fazzoletto dalla borsa, lo posò come un’altra carezza sul viso di Giovanna, e poi sorrise con lei; un sorriso, anche quello, posato sul viso della figlia. Ci furono i convenevoli del pagamento, attimi confusi in cui Giovanna si rese spettatrice delusa del bancone lucido del bar, e delle gonne e dei pantaloni dei clienti ancora in piedi. Quando uscirono dal locale, fu come se le orecchie si riaprirono di possibilità, ampliarono la loro portata e la loro caparbietà, e anche il naso di Giovanna sembrò stapparsi, riemergere dagli abissi degli zuccheri. Il cielo aveva abbandonato il grigio per sposare il blu scuro. Le mani si riagganciarono, la strada sotto la guida dei lampioni accesi e di una larga scalinata di una chiesa sulla destra. Senza desideri di protagonismo, il cappuccio era rimasto sulle spalle, Giovanna sentì un tocco gelido sul capo. Alzò la testa, e quasi mancandole il respiro, fissò fiocchi bianchi cadere come un’invasione di petali. La mano libera, la rotta incerta della nave, si tese sul cielo. “La neve!” furono le sue parole di scoperta. Sorrise in silenzio, Giovanna, e poi rise, seguendo con gli occhi le traiettorie ballerine della sua ennesima prima volta. L’ennesima volta in cui il suo interesse si specchiava in una qualsiasi ed inutile scintilla del mondo, l’immagine riflessa dell’incalcolabile fortuna dell’infanzia.
