GIOCARE A BASKET – parte cinque

Non ci qualificammo per i playoff.

Con le giornate in allungo, ero in vena di esplorare le possibilità cestistiche della Ponzano Veneto suburbana. Avevo già frequentato (ci aveva anche organizzato un allenamento la società) un campetto vicino alla scuola materna. Il cemento senza linee regolamentari creava non pochi disagi alle ambizioni di posizionamento e ai tiri da tre, registrati al di dietro di una fessura retta e orizzontale. I canestri erano senza retine. Le ferite da sdeng non erano risanate dall’iridescenza degli swwwsshh. C’era di meglio in giro?

Di fianco alla chiesa di Ponzano -un classico caso di architettura paesana cattolica dai toni grigiastri- protetti da un cancello di ferro spesso e alto, si ergevano due canestri con tabelloni di grandezza regolare, le retine bianche e appena affusolate, il campo di cemento grezzo e le linee pennellate con ogni riferimento necessario. Poco più in là un campo da calcetto, qualche urlo, il tonfo del pallone sulla rete di protezione alta qualche metro. Quattro ragazzi magri, qualche anno in meno di me…come erano entrati? Feci il giro, palleggiando. Superai il parcheggio, poi la chiesa, mi infilai tra questa e la canonica, dove sapevo esserci l’entrata principale -quella che dava direttamente sul campetto da calcetto.

Chiusa.

I ragazzi -le azioni improvvisate con conclusioni simili a missili terra aria per nulla interessati ai confini dei pali e della traversa- cominciarono a lanciare qualche occhiata. “Scusa, scusate…” dissi timido. Il pallone rallentò le sue rotazioni. “Come avete fatto ad entrare?”. “Basta scavalcare”. I miei occhi passarono in rassegna la cancellata: troppo alta, troppo scivolosa. “Dall’altro cancello!” disse uno dei quattro. Annuii, ringraziai. Rifeci il giro, palleggiando. Sotto le gambe, dietro la schiena, le macchine passavano sulla carreggiata, eseguii un crossover sul marciapiede che ingannò l’aria.

Davanti al cancello, studiai la conformazione, le vie di sostegno. La serratura era il segreto. Prima di tutto, gettai oltre il pallone: meglio avere gli arti liberi. Alzai la gamba, poggiai il piede appena sopra il blocco della serratura, le braccia agganciate alle estremità di ferro, feci leva e mi ritrovai a cavalcioni sopra il cancello, infine un salto attento alle insidie del suolo piastrellato. Ero dentro, il ninja era pronto a giocare a basket. Il campetto era contornato da una bassa recinzione laterale che si alzava dietro i canestri. Il cancelletto della recinzione (questo aperto) all’altezza della metà campo. Il pallone echeggiava, il sole illuminava una sola porzione di cemento, mi avvicinai alla linea dei tre punti. Scoccai un tiro, sdeng. Recuperai il pallone; altri cinque, sei palleggi, e di nuovo un arco sicuro, il primo piano del pallone in movimento a coprire per una frazione di secondo il campanile e poggiarsi dentro il cerchio di ferro, la retina ad abbracciare prima e farlo scivolare poi verso il suolo, pronto a rimbalzare e ripetere speranzoso il percorso. Nel frattempo: swwwsshh. Non c’erano avversari né compagni. Io e i miei movimenti e i miei gesti e sentivo una sorta di libertà solleticare i polpastrelli. Si aggiunse il pizzicore del fresco primaverile, l’estate alle porte: la scoperta sarebbe stata quella giusta.


A casa, intanto, il canestro si arricchiva di nuove fantasie e di un nuovo visitatore.

Fingevo di essere un giocatore della Muller Verona. Come avevo disegnato personaggi da interpretare nelle mie scorribande calcistiche, così avevo fatto con il basket. E allora c’era Jamal, il ragazzo nero venuto direttamente da Duke, Ciro, il play casertano, e Vittorio, un centro cresciuto in un paesino di Belluno. Per tenere viva la fantasia, ripescai dalla realtà Fetti –la nostra rivalità a dare colore anche al mondo parallelo della mia mente (dove vincevo sempre io). La più grande rivale della nostra squadra? La Benetton Basket, ovviamente. Passavo i pomeriggi ad inventare partite e riassunti di partite del campionato, senza dimenticare le convocazioni in Nazionale per gli Europei under 16. Le viti del canestro cedevano sempre un poco dopo l’avvitata, e le mie capacità di tiratore sembravano, vista la morbidezza del ferro, poterci portare direttamente alle Olimpiadi.

Mio fratello aveva provato vari sport durante l’infanzia: calcio, nuoto, atletica. Ricordo una gara campestre in cui, pur di non arrivare sedicesimo, fece uno scatto portentoso nel finale. Vomitò la colazione completa ma la vomitò dall’alto del quindicesimo classificato. Aveva sempre dimostrato tenacia quando si applicava in qualcosa, infatti era lui a terminare i giochi per la Playstation, quando io a stento arrivavo a metà, stufandomi perché già concentrato sulla prossima uscita e sul prossimo acquisto.

Provò qualche palleggio, qualche tiro. Tanto il canestro era lì, il pallone pure. Le mie invenzioni di gloria si alternavano allora ai nuovi uno contro uno, ai due contro uno quando mio padre, in vena di atletismo, si offriva come partecipante statico per le nostre nuove idee di sfida. Non c’erano numeri di maglia, nessun ruolo definito. Nessun coach e nessun palazzetto, neanche fantasticati.

Per il sottoscritto fu l’inizio di un altra tipologia di basket.