
A Topolino ho sempre preferito Paperino. Il primo portava a termine le indagini delle sue storie con successo, la banda Bassotti finiva puntualmente ammanettata e Topolina era affascinata dalle sue infinite e terribilmente noiose abilità. Del suo corrispettivo pennuto non si può certo dire lo stesso. Goffo, sfortunato, vessato dall’avarizia di Paperone e dalla fortuna di Gastone, dal disordine di Qui, Quo e Qua e dalle sbadataggini di Paperoga, ad ogni avventura cercava di cavarsela come meglio poteva, contando sulla bontà d’animo e sul fatto che gli errori, ogni tanto, rivelano un lato inaspettato della faccenda.
Non è quindi sorprendente che, appena scoperti i cartoni animati dei Peanuts, mi sia affezionato a Charlie Brown e soci: anche loro aveva quell’aria di vorrei ma non ce la farò mai ad alleggiare sopra la testa come una maledizione perenne, una calvizie incipiente dell’acconciatura della personalità a cui ogni personaggio cercava di rispondere con il suo tipo di riporto.
I tentativi di successo di Charlie Brown con la squadra di baseball, con l’aquilone, con la ragazza dai capelli rossi -tentativi di fare un tentativo in questo caso- con il calcio del pallone da football americano, cadono all’incirca al terzo riquadro delle strisce a fumetti e al quarto è sempre pronta una posa azzeccata di Snoopy o un’osservazione cinica di Lucy. O ancora, una massima del fedele amico Linus. Mentre Charlie Brown spera, lui sembra possedere la calma di chi sa quanto, alla fin fine, le evidenze contino più delle aspettative. Un’accoppiata, il sognatore e il saggio: un Don Chisciotte senza follia e un Sancho Panza senza il carattere grezzo.
E’ proprio Linus ad aprire gli occhi all’improvvisato regista Charlie Brown nel famoso corto del 1965, dove i Peanuts sono indaffarati in una recita che vorrebbe mettere in scena il vero significato del Natale. In una ventina di minuti di corto, un elemento significativo lo ricopre l’albero scelto da Charlie Brown, un arbusto che poco dopo l’acquisto, si ritrova secco e spoglio di ogni ago e che nel finale, una volta chiarito il concetto di cristianità e di fratellanza, verrà onorato e addobbato a dovere. Come i personaggi sconfitti vengono riscattati dalla matita di Schulz, anche all’albero inadatto viene data la possibilità di risplendere per quello che è.
Tra i tanti giocatori di basket preferiti susseguitisi negli anni, posso nominare Carmelo Anthony come il mio beniamino di sempre. Considerato il secondo asso del draft 2003 dopo LeBron James, ha iniziato la carriera ai Denver Nuggets. Se in quei primi anni nutrivo la classica simpatia per i talentuosi secondi sul podio dei prospetti, una volta trasferitosi ai New York Knicks, complice la storia della squadra negli anni ’90, quando perse due finali per il titolo ma ne vinse una di conference partendo dall’ottavo e ultimo posto valido per la qualificazione ai playoff, e la storia personale di Melo, figlio purosangue della Grande Mela, mi si accese un moto d’entusiasmo che degenerò nel classico ed esagerato affetto da tifoso. Come giocatore era un attaccante formidabile, pericoloso in ogni zona della metà campo offensiva e con un rilascio del tiro tendente al paradisiaco; purtroppo aveva dei difetti palesi, come la difesa e una sorta di egoismo per la palla: in sostanza, gli piaceva troppo tenerla tra le mani. E’ stato definito spesso un perdente, uno che, nonostante un talento smisurato, non è mai riuscito a vincere nulla o quasi. Attaccato su più fronti per non aver mai cambiato lo stile di gioco, io l’ho amato proprio per questo: inadattabile, volente o nolente, alle regole del successo e fedele fino in fondo a sé stesso. E’stato un albero di Natale rigoglioso che ha via via negli anni perso aghi e a cui alcuni hanno cominciato ad estirparne.
Come Carmelo Anthony, anche Jay McInerney è stato un fulgido eterno secondo della letteratura anni ’80 dietro al celebre Bret Easton Ellis del romanzo Meno di zero -del successivo e più famoso American Psycho. Entrambi componenti di spicco del cosiddetto Brat Pack letterario, entrambi figli della cultura anni ’80 e dello yuppismo, se Ellis è riuscito a criticare con ferocia l’America e la cultura dello squalo, a Jay McInerney è sempre stato rimproverato un sottile e sotterraneo affetto per ciò che lo circondava: nelle sue storie ne ha ammesso i difetti, certo, ma non è mai arrivato alla condanna, neanche dei personaggi che dentro quelle dinamiche faceva muovere. Dopo l’esordio folgorante di Le mille luci di New York e la fama immediata, non ha mantenuto le promesse sfornando i capolavori previsti.
Si è dedicato ad una trilogia su una coppia sposata e le sue vicissitudini tra l’editoria e l’alta finanza, i cui titoli sono: Si spengono le luci, Good Life e La luce dei giorni. Luce: quel termine che ricorre spesso, si ritrova spalmato di continuo nel tono dei suoi romanzi nella forma di un immaginario espresso, ovvero quella sensazione di tramonto perpetuo, di leggere qualcosa filtrato da quella tipica luce vicino alla sua fine, mai crescente, alla quale si lancia la piccola preghiera di rimanere.
Quanti ancora di questi enfant prodige dai risultati deludenti esistono? Non lo so, ma spero siano un gran numero. Intendo ricercarli, tra le pagine di un libro e tra le critiche di un giornale specializzato, e mi auguro di riconoscerli. Ognuno, quando scrive, si pone una missione. Semplici intenzioni, se vogliamo togliere la terminologia da film d’azione -ma perché toglierla? Ognuno vuole che la sua penna sia una valida e utile metafora da gettare in pasto al mondo: chi ne vuole fare un’arma e chi una carezza. Io voglio scrivere di questi luminosi perdenti, troppo fortunati per potersi lamentare e troppo sconfitti per essere ammirati senza remore. Voglio che la mia penna sia un addobbo natalizio pronto ad illuminare quell’albero che fino a poco prima era smeraldo e rigoglioso, e ora d’un tratto si è ritrovato senz’aghi.
